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Orinatoi, banane e cerniere per rigenerare l’arte

Articolo. Da Duchamp a Cattelan, passando per il taglio di Fontana “ricucito”. Le provocazioni artistiche nascondono sempre una riflessione sul mercato dell’arte, i musei e il gesto creativo dell’artista

Lettura 6 min.
Illustrazione di pilotv

Prima di cominciare, un’avvertenza: la lettura di questo pezzo è sconsigliata a chi non è provvisto di senso dell’umorismo. È dedicata a chi non è fanatico dell’equazione arte=devozione. A chi è disposto a fare un po’ di stretching intellettuale per scoprire che, nel dialogo tra l’arte e i suoi fruitori, giocare in libertà e schierare in campo l’ironia è un modo straordinariamente efficace per ampliare la riflessione e il nostro immaginario, per smascherare il sistema dell’arte e la sua presunta funzione di rappresentare un’élite.

Rigenerante. È il termine forse più calzante per descrivere alcuni “colpi di genio”, volontari e talvolta persino involontari, che nell’arte contemporanea hanno spesso fatto gridare allo scandalo, indignato gli addetti ai lavori, ma che a ben pensarci si traducono in fulminanti, ancorché e dissacranti affondi nelle contraddizioni del presente.

I precedenti illustri non mancano: dalla “Fontanaorinatoio di Marcel Duchamp alla “Merda d’artista” di Piero Manzoni, dalla mostra “Le vide”, “Il vuoto” di Yves Klein – una stanza bianca, vuota, con qualche cocktail blu, il colore preferito dell’artista, ad accogliere i visitatori – al cartello “Durante la mostra la galleria rimarrà chiusa” affisso dall’artista Robert Barry all’ingresso della sua personale. Fino all’apoteosi dell’assurdo de “La Sesta Biennale di Caraibi” di Maurizio Cattelan: tutti, compresi artisti e critici, accorsi a una mostra internazionale che semplicemente non era mai esistita. E, last but not least, le vacanze intelligenti di Alberto Sordi e la “cagata pazzesca” di fantozziana memoria.

Fontana di Marcel Duchamp
(Foto J. Huesca / Archivio)

C’è inoltre la realtà che supera la fantasia, come l’impresa delle zelanti donne delle pulizie che al Museion di Bolzano gettarono nella raccolta differenziata le bottiglie e i bicchieri dell’opera “Dove andiamo a ballare stasera?” delle artiste Goldschmied & Chiari. O gli operai che alla Biennale di Venezia del ’78 riverniciarono una porta che in realtà era un ready made di Duchamp. Oppure ancora “La vasca da bagno” di Joseph Beuys che nel 1973 viene ripulita e riempita di ghiaccio per tenere in fresco la birra a un banchetto della Bayer nel Museo tedesco di Leverkusen.

Ancor più curioso e sorprendente, infatti, è quando il cortocircuito riesce a scardinare dogmi e regole, aprendo a nuovi percorsi di riflessione in forma d’imprevisto. Qualcosa che accade è apparentemente sbagliato, ma in realtà, spostando l’attenzione dalla causa (l’opera) all’effetto (l’accadimento, previsto o imprevisto che sia), diventa a sua volta una performance illuminante. Rigenerante, appunto.

Arte mangia arte

Cominciamo, neanche a dirlo, dal tragicomico “caso” della banana di Cattelan, quel frutto da 120.000 dollari attaccato dall’artista con un pezzo di nastro adesivo alle pareti di uno stand all’ultima edizione di Art Basel Miami. Il significato dell’opera? “The banana” dichiarò Cattelan “is supposed to be a banana”. In realtà il titolo “Comedian” ammicca ad altri significati, a quella “commedia umana” della società contemporanea, così ricca da non sapere nemmeno più quanto costa una banana. Tema non certo inedito. Ma del tutto inatteso è il colpo di scena che improvvisamente carica quest’opera di un nuovo significato, più di quanto fosse stato in grado di fare il suo stesso creatore.

Un altro artista, David Datuna, passa infatti con nonchalance davanti alla banana e se la mangia. Confessa che “l’opera di Cattelan è deliziosa” e intitola la sua performance “L’artista affamato”. “No, non era una performance concordata – ha dichiarato Datuna – E no, non mi aspetto che Maurizio Cattelan mi risponda. Non serve, perché abbiamo già parlato attraverso l’arte. Da artista ad artista: lui ha posto la sua domanda sulla società fissando una banana al muro della più importante fiera dell’arte contemporanea al mondo, e io ho posto la mia mangiandola. È questo che fa l’arte, s’interroga”.

Tuttavia invece di sorridere di fronte allo spettacolo inconsueto di un’idea che improvvisamente si mangia un’altra idea in un sol boccone, la galleria d’arte reagisce chiamando le guardie armate perché scortino via Datuna e provvedano a sorvegliare l’opera ventiquattro ore al giorno. Ma quale opera se Datuna se l’era mangiata? Nessun problema, ecco pronta un’altra banana e quante altre banane saremo disposti a comprare. Potete trovarle da allora anche sui banchi dei fruttivendoli dei Quartieri Spagnoli di Napoli: Banane di Cattelan”, a 2 euro al chilo.

Richiudere l’infinito, con una zip

“Homenagem a Fontana I”, 1967

Davanti a un taglio di Lucio Fontana non ricominciamo con la solfa “Lo potevo fare anch’io”. E neanche con i “Non vale perché non ci hai pensato per primo”. Vi siete mai chiesti perché Fontana intitolasse i suoi tagli “Attese”? Perché quel fendente rapido e preciso nasce da un lungo processo di meditazione, un faticoso sforzo concettuale per arrivare a scardinare l’ultimo baluardo/vincolo della pittura: la tela. Fontana lo spiega in modo chiaro, lo “sfondamento del muro dell’arte, il rapporto di continuità tra le due dimensioni dello spazio, attraverso un varco fisico creato nella materia e la dilatazione del varco fino ad arrivare allo spazio-ambiente in cui lo spettatore entra nell’opera d’arte e vive con tutta l’esperienza psicosensoriale”.

Nulla vieta tuttavia all’arte di aprire e chiudere all’occorrenza l’accesso allo spazio pittorico. Basta fornire il taglio di Fontana di una semplice cerniera lampo, come ho visto fare all’artista Nelson Reiner, in “Homenagem a Fontana I”, un’opera del 1967 esposta nel 2013 alla GAMeC di Bergamo nell’ambito della mostra “Pop, Realismi e Politica. Brasile – Argentina, anni Sessanta”.

Cadere nella trappola dell’arte

È accaduto in Portogallo, in una calda giornata d’agosto del 2018. Un turista italiano in visita al Museo Serralves di Porto è letteralmente precipitato dentro la “Discesa al limbo” di Anish Kapoor: un cerchio scuro che sembra dipinto ma in realtà è una buca tonda, profonda 2,5 metri, completamente dipinta di nero. La curiosità che lo ha convinto a sporgersi un po’ troppo gli è costata per fortuna solo qualche contusione, ma l’imprevista caduta a ben guardare è suo malgrado il coronamento ideale dell’opera di Kapoor: la partecipazione attiva del fruitore all’opera d’arte, che ne diventa parte integrante, con una “discesa nell’oscurità” in cui è impossibile definire lo scarto tra realtà e illusione, visibile e invisibile.

Creare, distruggere, possedere

“Ragazza con palloncino” di Banksy (e il passaggio nel tritacarte)
(Foto ANSA)

Lo diceva anche Picasso: “L’urgenza di distruggere è essa stessa urgenza creativa”. Chissà se ci ha pensato l’ignaro acquirente che nel 2018, durante l’asta londinese di Sotheby’s, ha fatto appena in tempo ad aggiudicarsi per 1,04 milioni di euro la “Ragazza con palloncino” di Banksy, quando ha visto il quadro autodistruggersi sotto i suoi occhi nel giro di pochi secondi. Colpa di un tritacarte nascosto nella cornice e attivato dallo stesso artista, che ha commentato “La triturazione, mai sperimentata prima ad un’asta, ora è diventata arte a tutto tondo”. Insomma, una vera e propria performance nella performance.

Ciò che conta dunque è l’idea, il concetto e il messaggio, ma nessuno deve averlo spiegato all’ingenuo collezionista che ha acquistato per 40mila sterline una delle 600 copie realizzate da Banksy della “Ragazza con palloncino” e l’ha sminuzzata a colpi di taglierino convinto di poterla così rivendere al doppio. Ne ha ricavato un’opera che non vale più nulla e una segnalazione per vandalismo.

È di nuovo una vicenda che riguarda Banksy ad interrogarci su quanto possa essere insidioso il concetto di “proprietà” di un’opera d’arte. Creare o acquistare un’opera equivale davvero a possederla? Nel 2003 veniva collocata in una piccola piazza londinese “The Drinker”, una scultura di Banksy che, per sbeffeggiare i “pensatori” dell’epoca contemporanea, evocava “Il pensatore” di Rodin ma in una versione un po’ avvinazzata e con l’aggiunta di un cono del traffico come copricapo. Nel marzo 2004 entra in azione il “terrorista d’arte” AK-47 (al secolo Andy Link) che rapisce “The Drinker” alla luce del sole, lo piazza nel suo giardino di casa e invia a Bansky la richiesta di un “riscatto” di 5000 sterline, sostenendo di averlo trovato “abbandonato per strada”. Banksy non ci sta e risponde al rapitore che avrebbe potuto bruciare la sua statua anche con una tanica di benzina da 2 sterline. Qualche anno dopo l’opera viene ri-trafugata da ignoti e rispunta soltanto nel 2019, in asta da Sotheby’s di Londra. AK-47 non si fa remore e denuncia che l’opera non può essere battuta all’asta in quanto di sua proprietà e rubata dal suo giardino. Ma Sotheby’s si difende affermando che il lavoro era stato non trafugato ma “recuperato” dalla proprietà di Link, lasciando intendere che la spedizione per liberare l’ostaggio fosse organizzata dallo stesso Banksy.

Musealizzare la burla

Amedeo Modigliani

Chi non ricorda la celebre beffa di Amedeo Modigliani? Livorno, la sua città natale, si prepara a celebrare nel 1984 il centenario della sua nascita con una grande mostra curata dai fratelli Dario e vera Durbè, che rilanciano la leggenda secondo cui nel 1909 Modigliani, incompreso dai suoi concittadini, avrebbe gettato nel Fosso Reale alcune sculture. Si tenta il tutto per tutto e iniziano le operazioni di dragaggio. Trascorrono i giorni e una dopo l’altra riemergono dalle acque tre teste scolpite. La curatrice Vera Durbè non ha dubbi: “La prima scultura è la più bella, nobilissimo il naso, la seconda pare un dipinto”. Anche per Giulio Carlo Argan “Le teste sono certamente autentiche”. La notizia del ritrovamento delle tre splendide teste di Modì fa il giro del mondo. Ma la verità trapela ben presto. Tre giovani studenti confessano di aver realizzato una delle teste con martello, cacciavite e un trapano Black & Decker. Gli addetti ai lavori non demordono e danno ai tre giovani dei millantatori. E loro, per tutta risposta, scolpiscono un’altra testa, identica alla prima, in diretta tv.

Qualche giorno dopo esce allo scoperto anche il giovane artista livornese, Angelo Froglia, rivendicando le altre due sculture e la sua “operazione estetico-artistica” per smascherare i meccanismi del sistema dell’arte. Un colpo duro – e una lezione di umiltà – per la “scienza infusa” della critica d’arte. Di fatto una performance riuscita, sancita definitivamente come tale nel 2014 quando Livorno ha deciso di dedicare alla maxi-burla e alle tre, ormai mitiche, teste un’esposizione permanente nella Fortezza Vecchia.

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