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Warhol, il «rassicurante»: un classico a Martinengo

Articolo. Titolo e presentazione della mostra in perfetto stile pop: «una mostra dal titolo “Memorabilia, il mito di Andy Warhol” proprio perché vedrà esposte una serie di opere (quasi 50 pezzi) alcuni dei quali firmati in originale da Warhol con il suo leggendario pennarello nero, inseparabile compagno che sempre portava nel suo taschino per autografare tutto ciò che gli capitava curiosamente tra le mani». Fino al 1° novembre al Filandone

Lettura 4 min.
«The Master in Red»

Pezzi esposti inequivocabilmente pop: le iconiche «Marilyn Monroe» in diversi colori, realizzate dalla stamperia newyorkese Sunday by Morning per rendere omaggio al maestro; una parete dedicata ai «Flowers», altra opera iconica dell’artista; l’immancabile omaggio alla «Campbell’s Soup»; i personaggi del mondo musicale del tempo, da Billy Squier (quello di «Don’t Say No») a Mick Jagger, con alcune famose cover di vinili la cui copertina fu ideata e realizzata da Warhol; cimeli, manifesti di mostre e cartoline autografate da Warhol, e persino un «cimelio sensazionale», «pezzo forte della mostra», recentemente acquistato all’asta dal curatore e gallerista Mario Mazzoleni : il pantaloncino a stelle e strisce di Rocky Balboa nel film «Rocky IV», proprio quello indossato nell’indimenticabile incontro in Russia contro il colosso Ivan Drago, autografato da Silvester Stallone, amico di Warhol.

La premessa è che non c’è dubbio che sia da visitare la mostra che sarà allestita dal 7 ottobre al 1 novembre nelle suggestive sale del Filandone di Martinengo, non solo perché effettivamente mantiene la promessa di «raccontare l’universo colorato e fantasioso di Andy Warhol», ma anche per premiare il coraggio e la sfida della Pro Loco Martinengo, che organizza la mostra in collaborazione con il Comune di Martinengo e Artevents by Mario Mazzoleni, contando anche sul sostegno arrivato dal bando di Regione Lombardia «OgniGiorno inLombardia».

Non è così consueto, infatti, che una proposta così ambiziosa – così come la bella mostra dedicata lo scorso anno sempre al Filandone a «La Divina Commedia di Salvador Dalì» – fiorisca sul territorio della nostra provincia. In un panorama espositivo bergamasco in cui i musei della città – e ben venga, detto con fierezza – hanno una evidente vocazione alle mostre “di ricerca”, proposte pop come quelle di Martinengo sono occasioni, accessibili a tutti, per “toccare con mano” il lavoro di maestri indiscussi ma che molta parte del pubblico conosce solo attraverso il filtro dei manuali di storia dell’arte, di Google Immagini o del marketing in senso ampio.

Thirty Are Better Than One

«Ogni cosa ripete se stessa. È stupefacente che tutti siano convinti che ogni cosa sia nuova, quando in realtà altro non è se non una ripetizione»
(Andy Warhol)

È prevedibile che, anche rispetto alla raffinata Commedia surrealista di Dalì, una mostra dedicata a Warhol attirerà un bel flusso di visitatori. Perché? Il mio pensiero è che l’arte di Warhol, cui pure è riconosciuto di aver cambiato per sempre la storia dell’arte, sia in qualche modo profondamente corale e rassicurante. Su Warhol profeta della contemporaneità, non solo artistica, sono state scritte pagine e pagine, nelle quali non ho la competenza di addentrarmi. Profeta della civiltà dell’immagine, della strategia estetica in cui è la confezione che afferma il prodotto, della comunicazione di massa, dell’artista brand di se stesso, della business art, dell’omologazione, del culto per le icone-feticcio…

La storia che mi viene in mente quando vedo le geniali “ripetizioni” di Warhol però è molto più lineare e ve la riassumo brevemente, nella consapevolezza che può anche non essere fondata e condivisibile. C’era una volta l’arte greca, ancora oggi nostro parametro di riferimento sul concetto di Bellezza. Eppure – come ci ha ricordato Salvatore Settis nella geniale mostra «Serial Classic» alla Fondazione Prada nel 2015 – nell’arte greca la serialità e la ripetizione sono fattori cruciali.

L’arte greca mirava alla «creazione di modelli ripetibili e capaci di incarnare valori collettivi». Era un’arte “modulare” fondata sulla ripetizione, variazione e ri-creazione di medesime icone/tipologie: l’atleta, il sovrano, Zeus, Apollo, Afrodite… Alla serialità, dunque, era assegnato il ruolo in qualche modo pedagogico di dare continuità a valori e forme condivisi. In sostanza, a un “canone”.

Lo schema si ripete nella cultura romana, quando esplode la diffusione di copie come omaggio all’arte greca, e poi nel Rinascimento, quando la riappropriazione della cultura e dell’arte antica passa proprio attraverso la seriazione delle copie, e persino attraverso la riduzione di scala, così che il canone classico diventa “portatile” e si diffonde capillarmente negli ambienti più diversi, dalle corti alle botteghe.

C’era una volta anche la «Biblia Pauperum», una Bibbia per immagini che diventa immediatamente leggibile da tutti proprio perché ripete sempre gli stessi schemi narrativi, propone sempre i medesimi attori, si fonda su un sapere e su un immaginario condiviso. E che dire del culto della ripetizione e della modularità dell’arte bizantina? Spesso Warhol è definito uno straordinario creatore di icone. Ma il successo delle icone non si fondava proprio sul loro replicare all’infinito, se non con minime varianti, immagini predefinite? Non è forse per questo che le immagini delle icone approdano al presente senza, o quasi, alcun mutamento cruciale di stile?

Poi arriva Warhol e il colpo di genio è quello di sdoganare, sempre attraverso la serialità, le nuove icone della contemporaneità e il rito condiviso del consumo. «Thirty Are Better Than One»: la sua prima «Monna Lisa», ripetuta ben trenta volte, da opera d’arte unica diventa immagine di tutti e per tutti. E la bottiglia di Coca Cola? Nel 1975, in «The Philosophy», Warhol scrive: «Puoi guardare la televisione e vedere la Coca-Cola e sai che il Presidente beve Coca-Cola, Liz Taylor beve Coca-Cola, e anche tu puoi berla. Una Coca è una Coca e nessuna somma di denaro ti può permettere una Coca migliore di quella che si beve il barbone all’angolo della strada. Tutte le Coche sono uguali e tutte le Coche sono buone. Liz Taylor lo sa, il Presidente lo sa, lo sa il barbone, e lo sai tu».

Insomma, nelle opere di Warhol ritroviamo la rassicurante ripetizione di uno schema che ci è profondamente e positivamente familiare. Lo stesso che ci tiene incollati ad altre “serialità” come quelle letterarie e televisive (che giocano su meccanismi narrativi spesso simili). Del resto, anche del pantaloncino di «Rocky IV» non ce n’è uno solo. Sono state realizzate repliche con licenza ufficiale, autografate da Sylvester Stallone. Ma ciò nulla toglie – nell’ambiguità tra originale e imitazione che caratterizza il rito del consumo – al loro status di «cimelio sensazionale».

Info

«Memorabilia, il mito di Andy Warhol»
Dal 7 ottobre al 1 novembre 2022
giovedì e venerdì 10-12 e 15-18
sabato e domenica e festivi 9-20

Biglietti
Intero: 7€
Intero + visita guidata: 10 €
Ridotto: 4€ (studenti fino a 25 anni muniti di tesserino, accompagnatori disabili e soci Pro Loco Martinengo)
Ridotto + visita guidata: 5 €
Gratuito: fino ai 13 anni e disabili

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