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Fatou Sokhna, come ho preso la cittadinanza con un Daje

Intervista. L’attrice e cantante venticinquenne afroromana protagonista di un corto e ospite dell’IFF – Integrazione Film Festival: dal dialogo tra le culture, al senso di appartenenza e amore per la sua città, alla riflessione sullo Ius Soli e sulla cittadinanza italiana

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Fatou Sokhna

Fatou Sokhna ha 18 anni, si trova davanti all’impiegata responsabile delle pratiche per la cittadinanza italiana ed è il 22 aprile 2013, data che porterà impressa nella memoria negli anni a venire. “Tutti i documenti sono a posto” le dice la donna. “Daje!” esclama con entusiasmo Fatou. L’impiegata si mette a ridere: “Non ho bisogno di altro, con questa risposta sei proprio italiana”. Fatou infatti italiana lo è da sempre, è nata a Roma nel quartiere di Piazza Vittorio, a Roma ha frequentato le scuole, dato il primo bacio e quando parla, l’inflessione tipica delle persone della capitale rivela le sue origini, ancora prima che ti dica di essere nata poco distante da dove hanno girato una delle scene di “Roma città aperta” di Rossellini.

Sette anni dopo Fatou, che è cantante e attrice, approda al cinema con “Tolo Tolo”, il film di Checco Zalone. A scoprirla è stato Amir Ra, un giovane regista romano che l’ha voluta nel suo “Origines. An italian second generation movement”, un progetto pensato per celebrare l’inclusione e la resilienza dei ragazzi italiani di seconda generazione, troppo spesso vittime di episodi di razzismo e discriminazione.

I am Fatou” è la seconda collaborazione tra lei e il regista, un cortometraggio presentato su Amazon Prime Italia e diffuso anche sui canali USA e UK del colosso di Jeff Bezos. Con questa pellicola la giovane attrice romana arriva anche a Bergamo, ospite di IFF – Integrazione Film Festival, in programma online da oggi, 7 aprile, all’11 aprile (la troverete il 10 aprile).

Origines. An italian second generation movement
(Foto Fabrizio Di Giulio)

“In questo film non si scopre solo la mia vita, ma anche quello che rappresento – spiega Fatou – una donna nera musulmana nata in Italia, che mostra come si possa vivere a cavallo tra due culture, tra il mondo italiano e quello senegalese. È un viaggio nella costruzione di un’identità, che mostra situazioni in cui ci si può immedesimare a prescindere dalle proprie origini, perché tocca temi come la violenza sulla donna, che non necessariamente è fisica, ma anche verbale. In scena parliamo di tante vite in una sola vita”.

Non solo cinema per l’attrice romana, ma anche musica: nel film infatti la ascoltiamo cantare un brano che lei stessa ha composto, “Afroromana”. “È come mi sento – spiega – afroitaliana certo, ma anche afroromana. Sono nata a Roma, a casa parlo Wolof con mia madre e ovviamente anche romano con gli amici. Afroromana è una definizione che riflette un mix di identità che vivo in questa capitale del mondo, ci sono cresciuta dentro. Non sono solo italiana, non sono solo senegalese, sono una donna nata in uno dei quartieri più multiculturali della città. Sono nata tra i colori e li porto dentro”.

Un mosaico di colori è l’immagine che riflette il tema dell’integrazione a cui è dedicato il festival e che Fatou Sokhna riassume portando l’esempio di una telefonata ricevuta a casa: un attimo prima sta parlando con un’amica al cellulare e un attimo dopo si interrompe per rispondere alla madre in una delle lingue nazionali del Senegal: “lei vive qui da più di trent’anni ma non ha mai imparato l’italiano, che invece parlo con mio padre, che si è integrato molto. Ognuno segue percorsi differenti, integrarsi non è scontato, io per fortuna lo sono moltissimo”.

L’integrazione non è una cosa che riguarda solo la vita fuori di casa, ma anche le dinamiche famigliari: “a casa ti possono dire di non scordarti mai che sei senegalese, che sei nera e cose limitanti come il tenere a mente che gli altri non ti potranno mai vedere come loro. Eppure, nera o meno che io sia, mi dovrebbero accettare lo stesso. Un conto è il colore della pelle, un conto è quello che sono come cittadina della società. Integrazione è concepire che l’identità di una persona comprenda più culture: io me magno il Thiebou Dieun e pure ‘a Carbonara, il primo è un riso con pesce tipico delle zone costiere del Nord Africa, la seconda…beh chi non la conosce”.

“E poi c’è la religione, che non va confusa con la cultura” spiega l’attrice, che dal padre, originario di una famiglia musulmana molto religiosa, ha ricevuto delle nozioni su come pregare, “ma non mi ha mai imposto il velo. Lui parla benissimo l’arabo, prega sempre, ma diversamente dal Senegal che le mette insieme, ha sempre tenuto divise religione e cultura”.

Lo sguardo sull’integrazione e la coesistenza di diverse culture poi si intreccia con il femminismo e l’Islam per la giovane attrice romana: “Non c’è scritto nel Corano che la moglie deve occuparsi della casa e l’uomo lavorare, quella è tradizione – spiega – quello che si legge è che l’uomo deve essere compagno e supportare la moglie nei momenti difficili, come nel Cristianesimo. Quando mia mamma tornava stanca dal lavoro mio padre cucinava al posto suo o si metteva a pulire la casa, alla pari, come dovrebbe essere, a prescindere dalla cultura di origine o della propria identità, è una questione di parità e rispetto e riconoscimento dell’altro”.

Il riconoscimento dell’altro e dei suoi diritti, quando si parla di origini si lega inevitabilmente con il dibattito recentemente riacceso sullo Ius Soli , che prevede la cittadinanza per nascita. Su questo Fatou Sokhna non ha dubbi: “è fondamentale ed è parte del tuo io, del tuo essere stabile in un posto. È importante per me che una persona possa essere riconosciuta come cittadina del luogo che abita e godere dei diritti che lo Stato accorda agli altri cittadini, questo ridurrebbe anche i pregiudizi che ha la gente, ne sono certa”.

A riguardo basta guardarsi indietro nel tempo: “Penso a cosa facevano i Romani secoli fa con il loro impero: quando conquistavano un territorio davano la cittadinanza romana a chi avevano sottomesso. Perfino chi era invaso poteva far parte dell’Impero. A parte che sui nostri passaporti non dovrebbe esserci scritto ‘Cittadinanza Italiana’, ma ‘Mondiale’, solo che non siamo ancora arrivati a questo livello di unione. Sarebbe bellissimo essere riconosciuti come cittadini del mondo e non solo sentirci tali”.

Sito IFF – Integrazione Film Festival

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