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Film girati interamente dentro casa che (forse) ci fanno sentire meno isolati

Guida. La sfida di ambientare un’intera storia dentro lo spazio ristretto di un appartamento o poco più ha ispirato tantissimo cinema di tutti i generi. Ne suggeriamo qualcuno da rivedere, da Hitchcock a Billy Wilder

Lettura 5 min.

Quanti sono i film girati interamente in una casa, un condominio, una villa, un appartamento o addirittura dentro una sola stanza? È impossibile contarli. Perché il cinema, sin dalle sue origini, ha spesso scelto di rinchiudersi dentro piccoli spazi, isolarsi e restituire per mezzo dell’ambientazione one location il senso di imprigionamento – fisico e psicologico – che da essa deriva. Tanto da rendere questa pratica un genere, il Kammerspiel, d’ispirazione teatrale, poi fusa nella Germania degli anni ’30, dove era nato, con l’avanguardia espressionista.

In questi giorni nei quali viviamo tutti la medesima condizione di isolamento, rivedersi qualcuno di questi film, anche solo per confrontare gli stati d’animo, le emozioni e magari lasciarsi ispirare un po’, potrebbe essere una buona idea. Ne abbiamo scelti nove – di epoche, generi e provenienze diverse – più uno, che a differenza degli altri non è girato tutto in un solo ambiente ma, anche solo per il titolo, merita una menzione speciale.

“Nodo alla gola” (Alfred Hitchcock, 1948)

Hitchcock era ossessionato dall’idea di girare un film interamente in un solo spazio e per mezzo di un unico piano sequenza. “Nodo alla gola” ne è il risultato. L’unità di spazio – poi ripetuta e affinata in “La finestra sul cortile” (1954) – è pienamente rispettata, mentre quella di tempo è mascherata da alcune soluzioni registiche (per via della metratura limitata della pellicola non si potevano girare più di 10 minuti alla volta). Al centro del film c’è naturalmente un omicidio, compiuto da due giovani nel proprio appartamento (luogo dell’azione) prima dell’inizio di un party, seguìto dal tentativo di occultamento del cadavere. Con James Stewart e un giovanissimo Farley Granger.

“Gli invasati” (Robert Wise, 1963)

Le case infestate sono da sempre fra i soggetti preferiti dal cinema horror. Nella moltitudine di film che avremmo potuto mettere in lista (da “Poltergeist” a “Amityville Horror” fino a “The Others”, “Paranormal Activity” o “La casa muda”), scegliamo forse il migliore in assoluto. Adattamento del romanzo “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson – da cui sono tratti anche “Haunting – Presenze” del 1999 e la recente serie tv Netflix “Hill House” – è uno straordinario dramma psicologico in cui realtà e immaginazione si fondono senza soluzione di continuità. E in cui la suspense è ottenuta senza effetti speciali ma con le tecniche più elementari del cinema e uno stupefacente uso del sonoro.

“Le lacrime amare di Petra Von Kant” (Rainer Werner Fassbinder, 1972)

Uno dei grandi capolavori di Fassbinder, tratto dalla sua pièce teatrale omonima, e il dramma da camera per eccellenza. Il regista tedesco affonda i fallimenti sentimentali della propria protagonista – una giovane stilista – all’interno di una stanza da letto claustrofobica e ricolma di oggetti. Sono la ricchezza e la sofisticatezza della messinscena a lasciare sbalorditi: Fassbinder rende tattile l’emotività dei personaggi attraverso una complessa articolazione di campi e per mezzo dei numerosi specchi e dei manichini che affollano l’ambiente. Mai uno spazio filmico tanto piccolo è stato così dinamico, sfaccettato, espressivo.

“Una giornata particolare” (Ettore Scola, 1977)

Ovvero il 6 maggio 1938, quando Hitler venne in visita ufficiale a Roma e un’enorme folla si precipitò a seguire la parata del Führer per le vie della città. In un caseggiato popolare rimasto semi deserto Antonietta (Sophia Loren), casalinga sposata e madre di sei figli, e Gabriele (Marcello Mastroianni), il vicino omosessuale, stringono un’amicizia che nel corso della giornata diventerà sempre più affettuosa. Il film di Scola, girato tutto fra gli spazi del condominio vuoto, è un dramma sottilissimo e una delle più lucide riflessioni sulla disumanità della cultura fascista di tutto il cinema italiano.

“Le balene d’agosto” (Lindsay Anderson, 1987)

Due anziane sorelle passano l’estate nella loro casa del Maine, in riva all’oceano, dove soggiornano ogni anno da quando sono bambine. Osservano lo scorrere del tempo e aspettano il passaggio delle balene che però, non si vedono più... L’ultimo film di Anderson, completamente diverso da tutto quello fatto in precedenza, è forse il suo capolavoro. Struggente, malinconico, nostalgico eppure sorprendentemente luminoso. Con tre leggende della storia del cinema di cui il film stesso è anche la celebrazione: Bette Davis, la stella del muto Lilian Gish (all’epoca 94enne) e Vincent Price.

“The Hole” (Tsai Ming-liang, 1998)

In un caseggiato di Taipei, mentre la città è funestata da una pioggia perenne e una misteriosa epidemia costringe le persone a casa, un uomo osserva di nascosto la vicina del piano di sotto attraverso un buco nel pavimento. Pian piano i due si avvicinano e sembrano iniziare un rapporto. Un grande autore del cinema contemporaneo e il suo film probabilmente più svagato e ottimista. Fra l’onirico e il fantastico, con irresistibili intermezzi musicali, è forse l’opera che più somiglia allo stano presente che stiamo vivendo. Fra l’incomunicabilità, la diffidenza, la paura e la solitudine emergono il bisogno dell’altro, l’umanità dei rapporti e una flebile fiducia nel prossimo.

“8 donne e un mistero” (François Ozon, 2002)

Un giallo, un musical, un mélo da camera, una commedia… è difficile inserire “8 donne...” in un genere preciso. Un piacevole divertissement che mischia con grande furbizia atmosfere noir a una messinscena luminosa e colorata. Ambientato negli anni cinquanta del secolo scorso il film ruota intorno all’omicidio di un agiato uomo d’affari francese. Pochi giorni prima di Natale nell’elegante villa di campagna, mentre il morto giace nel suo letto, otto donne che fanno parte della sua vita (la madre, la sorella, la moglie, le due figlie, la cognata, la cuoca e la cameriera), tutte potenzialmente colpevoli, si accusano a vicenda e confessano i loro segreti. Con alcune delle più grandi attrici francesi di sempre (tra le altre Catherine Deneuve, Fanny Ardant, Isabelle Huppert) ognuna delle quali si esibisce in un numero musicale interpretando vecchie canzoni popolari. Imperdibile!

“Carnage” (Roman Polański, 2011)

Un gioco al massacro della camera chiusa, relativamente recente ma già diventato un classico. L’attrazione di Polański per gli spazi chiusi è nota, basti pensare alle ambientazioni principali di film come “Repulsion”, “Rosemary’s Baby” o “L’inquilino del terzo piano”. Ma è con “Carnage” che il regista si affida per la prima volta al kammerspiel in modo così radicale, dando alla pièce teatrale dalla quale il film è tratto (“Il dio del massacro” della drammaturga e scrittrice francese Yasmina Reza) un notevole spessore visivo. Una banale discussione tra due coppie newyorkesi per una lite fra i loro figli che trascende in un feroce tutti contro tutti, è in realtà uno specchio deformato del conformismo borghese più turpe che ci riguarda da vicino.

“This is not a film” (Jafar Panahi, 2011)

Il film meno noto di questa lista, ma uno dei più emotivamente coinvolgenti. Il regista iraniano Jafar Panahi, fra i più celebrati del suo paese e del mondo intero, agli arresti domiciliari dopo la condanna a sei anni di reclusione per “propaganda antigovernativa”, nel 2011 realizza nella sua casa di Teheran un video-diario che racconta la vita da prigioniero politico. Con una semplice fotocamera e nello spazio ristretto del soggiorno Panahi descrive il film che voleva fare prima della condanna e osserva il mondo con i suoi occhi di artista recluso. Un autentico grido di libertà e una riflessione non banale sul potere salvifico del cinema e dell’arte.

“L’appartamento” (Billy Wilder, 1960)

Come detto non propriamente un home-movie, ma il film ideale per affrontare la quarantena. Intorno all’appartamento di un giovane impiegato newyorkese (Jack Lemmon) ruotano le sorti e le vicende di molte persone di diversa estrazione sociale, tutte disposte a rischiare la reputazione per i più futili motivi. Una delle più grandi commedie di sempre e uno degli sguardi più amari sulla società moderna nell’epoca del boom. Le relazioni di potere, la dipendenza e il ricatto come metro dei rapporti sociali, la scomparsa della barriera fra pubblico e privato, ma anche un racconto di grande intimità e per una volta un finale romantico tutt’altro che zuccheroso. Da vedere e rivedere.

(arrivati a questo punto magari vi chiederete perché abbiamo messo in primo piano un’immagine da “La casa dalle finestre che ridono” di Pupi Avati. Semplice, è un piccolo omaggio a un grande film)

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