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La nostalgia senza tempo dei cinema a Bergamo negli Anni Ottanta

Articolo. La magia del Cinema in Sala. Il rito della serata e i locali storici. Il Politeama e i teatri neoclassici. La nostra era una città molto cinematografica e non solo. Poi arrivarono le multisale e gli streaming

Lettura 10 min.
L’interno del Teatro Duse

Matilde entrò in casa per prima e depose con fatica la borsa della spesa sul tavolo del salotto, lasciando anche la borsa e svuotando poi le tasche da cellulare e chiavi. Schiacciò il tasto della segretaria del telefono.
Riccardo, dopo aver chiuso con un calcetto la porta, andò invece in cucina a lasciare le bottiglie d’acqua e il cibo del gatto.

“Ci sono messaggi per te” urlò la madre mentre lui tracannava la coca cola che stava sul tavolo.
“Messaggi?” chiese sorpreso.
“Invece di mandarti dei vocali con WhatsApp come fanno tutte le persone normali” commentò lei, affacciandosi nella cucina “tuo padre ha esaurito i messaggi della segretaria con un lungo monologo.”
Se ne andò sospirando e Riccardo, con un sorriso divertito in volto, andò al telefono del soggiorno.
“Ciao attore” annunciò la voce del padre dopo il bip dell’attivazione.
Lo chiamava sempre così da quando faceva il corso di teatro.
“Scommetto che tua madre mi ha appena sgridato per aver intasato la segreteria.”
Riccardo annuì ridendo. Forse l’aveva fatto apposta, suo padre.

“L’altro ieri mi hai detto che oggi più nessuno va al cinema” riprese la voce. “Hai anche detto che non ci trovi niente di speciale.”
“Allora vorrei raccontarti qualcosa dei cinema.”
La concorrenza delle multisala prima e dello streaming, di internet e dei siti che vendevano film, era micidiale e spietata e così i cinema – le sale cinematografiche – erano diventati da tanto tempo una razza in via d’estinzione.

“Oggi” proseguì Lorenzo “nella nostra città rimangono quattro cinema (più quelli parrocchiali), un numero malinconico se pensi che fino a due decenni fa erano almeno quindici e costituivano una ricchezza per la città, la cultura e anche lo svago delle persone.”
Fino all’inizio degli anni Duemila i cinema erano stati una vera istituzione del tempo libero e della vita culturale cittadina.
“Devo subito dirti che andare al cinema era un vero rito, un evento affascinante”.
Non era solo vedere un film: era bello anche condividere quell’esperienza con altri esseri umani. Conosciuti e sconosciuti. Era bello provare insieme agli altri l’entusiasmo (o talvolta una delusione). Uscire con gli amici o la propria ragazza o, più raramente, perfino da soli se il film era davvero così speciale.

Prima ci si riuniva, poi si cercava parcheggio e ci si avviava chiacchierando al cinema. Se c’era la fila al botteghino, ci si sottoponeva volentieri alla noia dell’attesa perché si stava per accedere a un mondo di sogni, un’altra dimensione. La sala d’ingresso, l’accoglienza, era l’anticamera del Regno dei Sogni. Serpeggiava nella piccola folla presente la fibrillazione per l’attesa dello spettacolo. Accanto alla cassa presenziavano sempre bibite e dolciumi vari, caramelle e snack soprattutto, che immancabilmente ci si portava dentro. Tutto ciò faceva parte del corredo dello spettatore, così come portarsi dentro un volantino o una rivista di cinema presa all’ingresso, che si fingeva di leggere tra una chiacchiera e l’altra. Se non c’era fretta, si sostava qualche secondo nell’ingresso per guardare le locandine dei film o per leggere il calendario delle prossime uscite, scegliendo quali film vedere in futuro.

“Ricordo le caramelle gommose che nessuno riusciva a non masticare e le patatine – o i popcorn – il cui sacchetto frusciante faceva imbestialire gli spettatori vicini.”
Preso il biglietto, si raggiungeva la sala – se il cinema era grande c’era un corridoio d’accesso oppure addirittura delle scale per accedervi. Arrivati di fronte al pesante tendone scuro – normalmente di un rosso acceso – si lasciava il mondo reale per accedere a quello della fantasia. Dentro la sala ovviamente c’erano ancora le luci e si cercava subito il posto migliore perché allora ci si sedeva dove si voleva e per questo era importante arrivare in anticipo. Comunque, meglio le file a metà sala e al centro della fila.
Poi ci si guardava in giro per scorgere volti conosciuti, magari amici, per un saluto veloce. Con un po’ di fortuna anche due parole.

L’Auditorium di Piazza della Libertà

Finalmente calava il buio e rimanevano solo le piccole luci di sicurezza per permettere il movimento ai ritardatari – una razza odiata ma indomabile – e agli incontinenti. Cominciava lo spettacolo, la magia prendeva corpo tra gli ultimi morenti bisbigli e il fruscio degli abiti che si sistemavano. Durante la visione, ci si abbandonava talvolta a un commento sussurrato a chi stava accanto e stando attenti a non disturbare oppure si lottava con il vicino di poltrona per appoggiare il gomito sul bracciolo. Bisognava essere fortunati per non incappare, davanti al proprio posto, in qualcuno troppo alto oppure una spettatrice con la cofana nuova di coiffeur e per non essere tormentati dallo scalmanato dietro che puntava le ginocchia sullo schienale proprio sulla nostra colonna vertebrale.

A metà del film, durante l’intervallo si riaccendevano le luci e partivano i primi commenti mentre entrava l’ometto del cinema con cibarie, snack e bevande.
Poi di nuovo l’oscurità per la seconda parte.
Ai titoli di coda continuavano i commenti e i cinefili rimanevano incollati per leggere i nomi degli attori o la colonna sonora oppure dove era stato girato il film; quando le luci urtavano le pupille, si strabuzzavano gli occhi come quando ci si sveglia da un sogno e spesso era davvero così. Il Cinema è davvero magia. Tutti in piedi e in lenta marcia verso il tendone, capitava di salutare qualcuno. Le chiacchiere continuavano fino all’auto.

Difficilmente si rientrava a casa perché c’era sempre spazio e voglia di prendere qualcosa in un bar o un pub: la serata al cinema era un vero evento ed era sullo stesso piano di una serata a teatro; non era solo svago, infatti, poiché quello è lasciato alla televisione – il Piccolo Schermo, in tutti i sensi. Vedere e gustare un film in Sala era ed è tutta un’altra cosa, perfino se si incappa in un’opera mediocre e si rimane delusi. Le dimensioni dello schermo, il buio e la presenza di tanti altri esseri umani sono elementi che avvolgono completamente lo spettatore.

(Foto Omar Ram)

Negli anni Settanta e Ottanta, a Bergamo erano attive (e prospere) almeno quindici sale cinematografiche. “Fino al 1975, quando io ero troppo piccolo per andare al cinema, fumare era ancora permesso nei cinema. Immagina che camera a gas.”
Riccardo fece una smorfia di disgusto e Lorenzo continuò.
Negli anni Settanta, al cinema ci si entrava quando si voleva, anche a proiezione iniziata, anche se era tutto esaurito e si stava in piedi aspettando la prima coppia che si alzasse, si vedeva e rivedeva la proiezione e a volte si passava anche il pomeriggio intero nella sala senza che nessuno ti buttasse fuori. Niente prenotazioni, niente pop corn o gadget all’ingresso e solo 500 lire per avere il biglietto.

“Negli anni Ottanta, quando io cominciai a frequentare le sale, le cose suddette erano già un po’ cambiate e con qualche regola in più.”
“E i biglietti costavano ovviamente di più.”
Oggi di sale ne restavano pochissime, contando anche quelle parrocchiali (altrimenti il dato sarebbe drammatico): il Capitol di via Tasso era riuscito a sopravvivere e ad aprire anche una seconda sala, sempre puntando su pellicole di qualità, in molti casi anche quelle che vengono pomposamente definite film d’autore. Fino agli anni Settanta si chiamava Italia quando la via era ancora a doppio senso e ci si poteva parcheggiare proprio davanti.
“Ho molti ricordi lì: tra questi ‘Blade Runner’ – se non l’hai mai visto ti diseredo – ‘Il Tempo delle Mele’ con la splendida Sophie Marceau, adolescente innamorata dell’amore, e ‘Noi I Ragazzi dello Zoo di Berlino’ che mi lasciò di sasso per il realismo delle scene e mi entusiasmò per la musica di David Bowie”.
Anche il Conca Verde di Longuelo era sopravvissuto allo tsunami dell’attualità ipertecnologica e anche lì c‘erano due sale, una gigante usata anche per eventi vari e una più piccola e raccolta. La qualità delle pellicole era ottima e con diverse rassegne.

L’Auditorium in Piazza della Libertà era sempre vivo e vegeto e sempre legato alla coraggiosamente attiva associazione cinefila Lab80 e poteva contare sulla sua super sala che era anche perfetta come teatro.
“Tra le sale cosiddette parrocchiali – perché di proprietà o comunque legate a una parrocchia cittadina – non posso non citare Del Borgo in Piazza Sant’Anna perché comunque trasmette anche film ricercati, organizza rassegne e perché anche lì ho ricordi dell’infanzia quando i tuoi nonni mi portavano al cinema a vedere i film di Disney”.

“Inoltre un mio pensiero va anche al Celestini nell’omonimo oratorio del quartiere di Santa Caterina perché lì ho fatto in tempo a vedere i film con la mano del macchinista (o del prete) che oscurava le scene con il bacio.”
Un secolo fa e un’altra epoca.
Tra i cinema spariti doveva citarne alcuni: il Rubini in via Paleocapa, era uno storico cinema-teatro fondato nel 1907 e scomparso nel 1986 per lasciare il posto a un Centro Congressi. Con i suoi 1.500 posti a sedere fra platea e galleria, aveva offerto per decenni film per famiglie, le anteprime dei western di Sergio Leone e tutti i film di Disney. Con il nome di Rubini 2000 divenne frequentatissimo negli anni ‘70 anche per una serie di importanti concerti: per esempio la prima uscita ufficiale della Premiata Forneria Marconi come supporto nientemeno che ai Procol Harum ascolta tutto su Youtube, ne vale la pena Ricky. Poi Area, Banco del Mutuo Soccorso, Arthur Brown, i Pooh più volte e molti altri. Ancora oggi il Cinema Rubini è rimasto nell’immaginario collettivo della città e non c’è bergamasco – ovviamente maturo – che non ci sia stato almeno una volta.

“Io ci andai per la prima volta alle medie, con la classe, per vedere ‘L’Albero degli Zoccoli’ di Olmi che trovai molto crudo ma anche divertente per via del bergamasco come lingua del film”.
“Tu dovresti avere i sottotitoli” rise il padre, prima di riprendere.
In via Sant’Orsola stavano ben tre cinema a distanza di pochi metri uno dall’altro: l’Astra a metà della via aveva un ingresso imponente e fino agli anni Settanta era l’unico cinema con il bar nell’ingresso. Essendo il biglietto abbastanza costoso, il suo amico Richard gli aveva raccontato che negli anni Settanta lui e i suoi amici avevano escogitato un metodo per risparmiare: fatta la colletta per un solo biglietto, chi entrava andava ad aprire dall’interno la porta d’emergenza più nascosta e faceva così entrare almeno dieci amici, che a loro volta si erano intrufolati per un dedalo di viuzze che portavano al cortile affacciato su via XX Settembre dove c’erano le uscite di sicurezza del cinema. C’era poi il Sant’Orsola, che aveva in programma le Terze Visioni: si trattava di un ex magazzino trasformato in cinema e stava quasi all’ingresso dell’omonima via. Piccolo, un po’ trasandato e costantemente pieno di fumo (non che gli altri non lo fossero, però il Sant’Orsola di più). Era aperto già dalle undici del mattino e vi bazzicavano sfaccendati o studenti che impiccavano la scuola.

“Si dice ancora così?” chiese Lorenzo al figlio.
Nel 1968 lo ripulirono e ribattezzarono Delle Arti ma fu definitivamente demolito nel 1980. Si trovava, più o meno, di fronte al pub che porta il nome della via; l’Odeon era proprio di fronte all’Astra, eppure le sale di entrambi erano sempre tutte gremite. Aveva una grande capienza e vantava ottime proiezioni, poi con il tempo perse lo smalto fino a ridursi a cinema pornografico, finché la nuova proprietà lo ribattezzò Quill. In ogni caso, il palazzo che lo ospitava – con dentro il cinema, ovviamente – fu demolito negli anni Ottanta.

L’Ariston era in via Gianmaria Scotti – dove c’era la vecchia Mutua – e dava le Seconde e Terze Visioni. Fu demolito negli anni Ottanta per fare posto al parcheggio del condominio attiguo.
Il Diana, in via Borfuro, era specializzato in Seconde e Terze Visioni nonché repliche. Fu chiuso e demolito nel 1977.
Il Centrale (sotto i Portici del Sentierone) era il cinema perfetto per la passeggiata nel salotto dei bergamaschi, il nostro Sentierone. Piccolo ma elegante, dopo il film era categorico l’aperitivo al Balzer.
L’Apollo fu inaugurato nel 1971 sulle ceneri del glorioso Teatro Duse ma a pochi passi di distanza, in via Piccinini. Era in un seminterrato e quindi si scendevano delle scale per accedervi; ampio e molto frequentato, chiuse definitivamente nel 2005 che fu proprio l’annus horribilis per i cinema della città.
“Lì ho visto Full Metal Jacket e Trainspotting.”
Non so se la sala esisteva ancora – non è facile rimettere sul mercato locali così grandi – come sembrava passando davanti, ma certamente ciò che rimaneva del locale era in condizioni disperate.

L’Alba nel quartiere di Valtesse, in Via Biava – quindi in periferia – proponeva film di qualità, pochi campioni d’incassi e invece pellicole ricercate e per intenditori. Cercò di rifarsi il look cambiando anche nome e diventando Blob House ma alla fine non resse l’urto delle multisale e chiuse definitivamente nel giugno 2011.
In Viale Vittorio Emanuele – a voler essere pignoli in Piazza Della Repubblica – troneggiavano due cinema eleganti: il San Marco e l’Arlecchino, uno sopra e l’altro sotto. Più di 1.000 posti, non male per cinema del centro città. Tante prime visioni. Locali di classe e molto frequentati. L’Arlecchino fu smantellato e il suo spazio destinato a un’altra attività. Il San Marco fu ridotto in una piccola e anonima e sala e recentemente aveva chiuso completamente i battenti.

In via Verdi si ricordava il Mignon – poi rinominato Ritz – un cinema dedicato esclusivamente ai film pornografici.
Un gran bel cinema ma soprattutto un superbo palazzo era il Nuovo, in Largo Belotti, nato come teatro e poi diventato sala cinematografica (in questi giorni ci trovate l’installazione di Guido Nosari). Fu inaugurato nel 1901 con un’opera di Bellini e questo grande teatro in stile neoclassico aveva avuto molte vite. Poteva ospitare fino a 1.800 persone e vi si alternarono opere classiche, prosa di alta classe, giocolieri, trasformisti, pugilato e lotta, perfino importanti comizi politici. C’erano passati D’Annunzio, Mussolini, Marinetti e Balla – i Futuristi, Ricky – fino a diventare negli anni Sessanta una sala da Prime Visioni (per esempio ‘Rocky’ e ‘Jesus Christ Superstar’ che tennero il cartellone per settimane) e qualche spettacolo musicale o di cabaret teatrale.
“Non dimenticherò mai ‘Shining’” commentò Lorenzo.
Chiuso nel 2005.
“Pare che diventerà un supermercato. Speriamo che non faccia la fine del Duse”.

Il Duse, appunto, che si ergeva in Piazza Garibaldi, fu un bellissimo teatro dalla pregevole facciata in stile neoclassico e fu costruito nel 1925 o giù di lì e grazie a una sottoscrizione fra amici facoltosi; per ben quarant’anni aveva funzionato egregiamente sia da cinema che da teatro. Aveva offerto grandi rappresentazioni operistiche, ospitando nomi importanti come Tito Schipa, Gianandrea Gavazzeni o altri grandi interpreti e sostituì degnamente il Donizetti quando chiuse per lavori. Ma era anche conosciuto per una programmazione più frivola: il Teatro di Varietà con ballerine e truccatissime soubrette – allora popolarmente chiamate le donnine – ma anche le Compagnie di Rivista di Totò, Wanda Osiris, Macario, Walter Chiari, Renato Rascel, Josephine Baker, Paola Borboni, Dario Fo. Ci organizzarono anche concerti jazz di buon livello e incontri di pugilato – pare che il mitico Primo Carnera ci avesse fatto un combattimento – esibizioni circensi, prosa e comizi di noti politici. Non mancarono i concerti di musicisti italiani: Rita Pavone, i Rokes, Lucio Dalla.

“Il mio amico Richard mi ha raccontato che la prima visione del film ‘Help’ dei Beatles fece affluire nella piazza centinaia di fan invasati. Il Duse, insomma, era stato un vero politeama – parola difficile, Ricky, sta per luogo adatto a ospitare ogni tipo di rappresentazione artistica – con in più una bella e imponente facciata neoclassica con fregi e statue, e vantava la bellezza di 2.500 posti a sedere.
Fu chiuso e demolito nel 1968 senza che nessuno protestasse e, al suo posto, da allora ci sta un orrore senza anima né bellezza ma con pretese di modernità.

La segreteria si fermò: lo spazio per i messaggi era esaurito e questo divertì il ragazzo.

Guardò il cellulare e notò un messaggio su WhatsApp: lo aprì e vide che suo padre gli aveva mandato un vocale.
Allora è capace di usarlo, disse a bassa voce e continuando a ridacchiare.
“Ciao Ricky, spero di averti allietato la serata con le mie storie della vecchia Bergamo.
Ciò che posso dirti, alla fine del mio lungo discorso, è di andare al cinema e scoprine la bellezza. Devi andare in una delle poche e rare sale che esistono ancora: vedere un film sulla televisione di casa – anche se è un quaranta o cinquanta pollici – non è la stessa cosa. Prendi la tua ragazza, prendi un amico o più amici, oppure vai da solo. Ma vacci e poi mi dirai. Passo e chiudo”.
Riccardo riascoltò la cassetta della segreteria e si segnò i cinema che aveva citato suo padre.

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