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«Psycho» di Alfred Hitchcock: alcune cose che (forse) non sapete, più molte altre che invece conoscete bene

Articolo. Il capolavoro di Hitchcock che, venerdì 10 marzo al Donizetti, aprirà il prossimo «Bergamo Film Meeting» con la sonorizzazione live dell’Orchestra Sinfonica Giovanile di Milano, è uno dei film più amati della storia del cinema. Ecco alcuni fatti, analisi, racconti e divagazioni che girano intorno a «Psycho» che aiutano a capire quanto ancora oggi sia un film più vivo che mai

Lettura 6 min.

Probabilmente «Psycho» (1960) non è il miglior film di Hitchcock. Eppure è senz’altro quello per cui il regista britannico viene ricordato di più. Del resto è stato anche il film di maggior successo della carriera di Hitchcock, che a fronte di un investimento di “soli” 800.000 dollari arrivò a incassarne oltre 50 milioni con un guadagno personale da parte del regista – che a causa dello scarso interesse dei produttori a finanziare l’impresa decise di mettere una parte dei soldi di tasca sua – di ben 15 milioni di dollari.

Ma perché «Psycho» ha avuto questo successo così smisurato? E perché a più di sessant’anni di distanza rimane uno dei più amati, imitati, studiati, visti e rivisti film della storia del cinema? Le ragioni, come è facilmente intuibile, sono tante e diverse ma hanno a che fare tutte (o quasi) con il genio assoluto del suo autore. Il ruolo di Hitchcock nella creazione di «Psycho» infatti non è limitato soltanto alla regia (che è comunque la parte fondamentale), ma ha a che fare con tutte le fasi della lavorazione: dall’ideazione alla produzione, passando per il casting, il montaggio, la distribuzione e perfino la promozione e il battage pubblicitario.

E se oggi sappiamo praticamente tutto di questo film, anche i segreti più reconditi e le curiosità più stravaganti, è perché Hitchcock ha avuto la capacità (e l’intuizione) di dar vita a un testo talmente ricco di elementi da aver travalicato la sua stessa essenza, anticipando di almeno due decenni alcuni rinnovamenti nodali in campo cinematografico. E finendo per reinventare completamente il cinema in una delle fasi più cruciali della sua storia: quella del passaggio dal classicismo alla modernità.

Abbiamo raccolto alcune fra le curiosità (ci auguriamo) meno risapute intorno a «Psycho» – per tutto il resto basta farsi un giro su Wikipedia – che aiutano a far capire perché ancora oggi quello di Hitchcock sia un film che oltrepassa le mode, le epoche e gli stili e dopo tanti anni non sia invecchiato di un solo giorno. Ma anche perché rimane un testo su cui si continuano a innestare studi di natura filosofica, sociale e culturale... probabilmente l’unico nel suo genere.

Qualche curiosità sul film

«Psycho» (che in italiano venne distribuito come «Psyco», con il titolo privato dell’H senza che nessuno abbia mai capito bene perché e a quale scopo) è tratto dal romanzo omonimo di Robert Bloch pubblicato nel 1959 e ispirato alla figura del serial killer statunitense Ed Gein. Gein – sul quale è stato ricalcato il personaggio di Norman Bates – negli anni Cinquanta, dopo la morte della madre alla quale era morbosamente legato, uccise due donne (forse di più) e dissotterrò i cadaveri di almeno un’altra ventina da un cimitero vicino a casa sua. Con i resti dei corpi smembrati costruì alcuni manufatti, suppellettili e addirittura mobili per la casa, arrivando perfino a cucirsi degli abiti femminili con la pelle umana che era solito indossare all’interno delle mura domestiche (questo particolare ha ispirato un altro celebre serial killer cinematografico: Buffalo Bill, l’assassino cui Jodie Foster nei panni di Clarice Starling dà la caccia ne «Il silenzio degli innocenti»).

Quando nel 1960 il film venne distribuito, Hitchcock si adoperò, lanciando una serie di appelli rivolti agli esercenti, perché a nessuno venisse consentito di entrare in sala a proiezione iniziata. Il regista voleva infatti che il film venisse visto da tutti dal primo all’ultimo minuto. Oggi questa cosa ci sembra normalissima, ma va tenuto presente che all’epoca entrare in un cinema e sedersi a vedere il film in un qualsiasi punto della proiezione era una pratica molto comune, tanto che in molti restavano in sala anche dopo la fine, quando il film ricominciava da capo, per rivedere le parti che si erano persi (allora con un biglietto si poteva assistere a tutte le proiezioni che si desiderava).

Inoltre, Hitchcock proibì agli attori e alla troupe di parlare del film (non consentì a Anthony Perkins e a Janet Leigh di seguirlo nel tour promozionale) e fece circolare in TV un filmato nel quale in prima persona chiedeva al pubblico di non rivelare particolari sulla trama dopo la visione. Come sappiamo, in «Psycho» la morte della protagonista a metà del film fu un vero colpo di scena per gli spettatori (e per le convenzioni narrative) dell’epoca e il regista temeva che l’eccessiva circolazione di indiscrezioni sulla trama avrebbe potuto scoraggiare il pubblico. Possiamo dire che l’ossessione per lo spoiler oggi dominante sia nata proprio lì.

La celeberrima sequenza della doccia non è solo uno dei momenti cinematografici più popolari e visti di sempre, ma un elemento sul quale si sono innestate riflessioni, ossessioni e analisi di ogni tipo. C’è addirittura un film documentario del 2017 intitolato «78/52» del regista svizzero Alexandre O. Philippe completamente dedicato a questa scena. Il titolo allude proprio al numero di inquadrature (78) e di tagli di montaggio (52) utilizzati per confezionare la sequenza. In realtà, secondo numerosi studi gli shot non sarebbero più di 60, ma non c’è uniformità intorno a questo dato (lo stesso Hitchcock in alcuni casi disse che erano stati 70, altre volte 78). Tuttavia il solo fatto che si disquisisca con grande serietà e dovizia di tecnicismi intorno a una questione del genere fa capire molto bene lo stato di sacralità ormai raggiunto dal film. Questa scena inoltre è il motivo principale per il quale «Psycho» è stato girato in bianco e nero: Hitchcock temeva infatti che il colore (soprattutto del sangue) avrebbe scioccato eccessivamente il pubblico e avrebbe impedito al film di ottenere il visto di censura.

Sempre restando alla sequenza della doccia, esiste una tesi piuttosto interessante intorno al suo significato capace di chiarire, almeno in parte, perché colpisca così a fondo l’immaginario. Considerata la pietra miliare del genere slasher (cioè degli horror in cui l’assassino uccide le proprie vittime con un coltello), questa scena continua ancora oggi a scioccare gli spettatori e nonostante i canoni della violenza, nel tempo, siano molto cambiati, rimane una prova di regia e messinscena molto efficace. Secondo alcune teorie formaliste quello che crea malessere – al di là della violenza in sé – è l’uso estremo che Hitchcock fa del montaggio: perché nella frenesia delle inquadrature che si susseguono vorticosamente sembra che sia la macchina da presa, e non il coltello, a smembrare il corpo della protagonista, a farlo letteralmente a pezzi. Quei 52 tagli di cui dicevamo non sono soltanto funzionali a segmentare la pellicola ma, metaforicamente, frammentano un corpo del quale non vediamo mai più l’immagine per intero. Ed è proprio questa mancanza di ricomposizione – seppur macabra – del corpo a inquietare maggiormente l’inconscio dello spettatore.

A proposito di inconscio, non ci si può non soffermare su una delle questioni da sempre maggiormente apprezzate del film: l’impronta psicanalitica. Nel rapporto morboso fra Norman e sua madre è facile leggere una forte connotazione freudiana (peraltro il finale con lo psichiatra che spiega per filo e per segno l’origine e lo sviluppo del trauma del protagonista rimarca ancora di più questo aspetto), ma c’è chi si è spinto più in profondità in questo tipo di analisi.

Il filosofo sloveno Slavoj Žižek nel documentario « The Pervert’s Guide to Cinema » in cui analizza dal punto di vista psicanalitico una serie di celebri film hollywoodiani, si sofferma su «Psycho» e espone un’interessante teoria al riguardo. Secondo Žižek, la casa di Norman (ispirata a un famoso dipinto di Edward Hopper) sarebbe una sorta di rappresentazione fisica dell’apparato psichico e i tre piani su cui si sviluppa rappresenterebbero i famosi tre livelli della soggettività teorizzati da Freud. Il piano intermedio è l’Io, in cui Norman si comporta e agisce normalmente come figlio disciplinato, il piano superiore è il Super-io dove risiede il cadavere imbalsamato della signora Bates che è la raffigurazione basilare del Super-io stesso (cioè di quella serie di norme, codifiche e regole di comportamento che il soggetto apprende dai genitori), mentre il seminterrato è l’Es ovvero il luogo in cui si annidano le perversioni e le spinte pulsionali proibite del protagonista.

Il gesto di Norman, situato a metà del film, di portare la mummia della madre dal primo piano allo scantinato sarebbe quindi la messa in scena della lezione freudiana secondo la quale Super-io e Es sono strettamente connessi: il primo è solo in termini illusori uno spazio etico che fa da guida morale, si configura piuttosto come un dispositivo che tende all’osceno, imponendo all’individuo regole impossibili da seguire. Ecco spiegato in termini efficaci il funzionamento della mente di un serial killer.

«Psycho» è in assoluto uno dei film più omaggiati, reinterpretati e citati della storia del cinema. A parte i tre seguiti – tutti decisamente trascurabili –, la quantità di opere derivate e il suggestivo remake che Gus Van Sant ha girato nel 1998 con la tecnica del cosiddetto frame to frame e cioè rifacendo ogni inquadratura in modo identico all’originale e cambiando sostanzialmente solo la fotografia (il film di Van Sant è a colori) e gli interpreti (per ragioni anagrafiche), il lavoro più interessante fra quelli realizzati a partire dal film di Hitchcock è senz’altro «24 Hour Psycho» del videoartista scozzese Douglas Gordon.

Gordon nel 1993 creò un’installazione nella quale «Psycho» veniva proiettato su uno schermo con un timing dilatato fino a 2 fotogrammi al secondo (al posto dei canonici 24). In questo modo, il film durava 24 ore esatte invece che 109 minuti. L’idea di Gordon era quella di far riflettere su elementi come durata e ripetizione, tempo e memoria e costringere lo spettatore a reinterpretare un testo destrutturandone la forma. Per farlo doveva per forza scegliere un’opera che fosse perfettamente riconoscibile e individuabile e il fatto che abbia scelto proprio «Psycho» in fondo non è per nulla casuale. Ma è interessante notare come quello di Gordon sia anche un invito a pensare al film di Hitchcock come a qualcosa di talmente grande, immortale e iconico che è impossibile da vedere nella sua interezza. E che per quanto lo si guardi e riguardi da vicino non si può mai cogliere fino in fondo.

«Psycho» a «Bergamo Film Meeting»

Venerdì 10 marzo alle 21, presso il Teatro Donizetti di Bergamo, verrà presentata la sonorizzazione dal vivo, in anteprima italiana, di «Psycho» di Alfred Hitchcock. L’iconica colonna sonora composta dal Premio Oscar Bernard Herrmann verrà eseguita dall’Orchestra Sinfonica Giovanile di Milano, composta da 35 archi, diretta dal maestro Anthony Gabriele. Biglietti disponibili a questo link.

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