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“Terminator – Destino oscuro”, il crepuscolo dei robot

Recensione. L’ultimo capitolo della saga chiude una serie lunga trentacinque anni, congeda eroi, simboli, inquietudini e forse ci dice che il futuro non lo riguarda più. Anche se fa sempre più paura

Lettura 4 min.

L’uomo crea le macchine, le macchine diventano umane, l’uomo dichiara guerra alle macchine, le macchine distruggono l’uomo. La donna continua la lotta. Se fino a ieri la trama di tutti i Terminator era riassumibile interamente nella prima frase qui sopra, con il nuovo capitolo “Terminator – Destino oscuro” la questione si allarga e arricchisce della sfumatura contenuta nella seconda parte (e non è un dettaglio da poco). Ma andiamo con ordine.

Se si è fan della serie la cosa più importante da sapere su quest’ultimo film, il numero sei del franchise, è che si tratta del primo dal 1991 – e cioè dal capitolo 2 – ad essere scritto e prodotto da James Cameron, regista e creatore della saga. Cameron ha deciso di ignorare completamente i capitoli 3, 4 e 5 facendo di quest’ultimo episodio l’ideale seguito dei primi due e legando narrativamente le vicende di “Terminator – Destino oscuro” a quelle di “Terminator 2 – Il giorno del giudizio” (1991).

Una scelta che se da un lato trasforma la serie in una trilogia, rilanciando a distanza di ventotto anni uno dei kolossal dell’action anni Novanta più amati e celebrati, dall’altro complica leggermente le cose per chi non conosce a memoria i fatti e le vicende raccontate nei primi due film. Lasciando la sensazione – come capita spesso in questi casi – che come film in sé, almeno per quanto riguarda il livello narrativo, non funzioni completamente.
Il consiglio quindi, per chi volesse arrivare al cinema estremamente preparato, è quello di fare i compiti a casa riguardandosi i primi due Terminator del 1984 e 1991 (cosa che per tutti gli amanti della fantascienza e dell’action ci sentiremmo di consigliare a prescindere).

Tornando al film, come si diceva, la cosa che salta maggiormente all’occhio è la svolta femminile che gli autori hanno deciso di perseguire. Se già nel corso dei primi due film della saga Sarah Connor – che torna a essere interpretata da Linda Hamilton – da giovane spensierata e inconsapevole si trasformava lentamente in eroina destinata a salvare il mondo sviluppando, soprattutto nel secondo capitolo, un’agguerrita coscienza femminista, qui le cose si fanno più nette.

La metafora della vergine Maria – citata esplicitamente nel film – ovvero della donna destinata a mettere al mondo il Salvatore che Sarah incarnava, viene infatti completamente annullata. E in “Terminator – Destino oscuro” le donne non sono più strumenti attraverso cui si compiono i piani degli uomini, ma diventano creatrici di tempo, di spazio e di futuro, oltre che di vita.

La nuova eroina, Dani (in un futuro che non conosce John Connor e non ha mai sentito parlare di Skynet) è artefice del destino dell’umanità. È la speranza per la resistenza contro l’apocalisse guidata dalle macchine – e indirettamente causata dalla supremazia maschile – ed è una madre che non mette al mondo nessun figlio, ma ne adotta, alleva e prepara alla guerra a centinaia. Una pasionaria che guida con ardore, saggezza e spirito di sacrificio un esercito destinato alla sconfitta e quindi consapevole della caducità della propria missione, ma non per questo meno pronto alla battaglia.

In fondo uno dei temi principali di “Terminator – Destino oscuro” è proprio questa ineluttabilità della catastrofe. Dani e Grace – la super-soldatessa umana potenziata inviata dal futuro per proteggerla – nonostante Sarah e John avessero scongiurato il giorno del giudizio del 1997, ne hanno vissuto un altro ugualmente apocalittico. Perché, sembra suggerire il film, non esiste alcun modo di scampare all’inevitabile.

Un espediente utile a eternare la serie da parte degli autori certo, ma anche una maniera per tematizzare uno degli aspetti più classici del racconto fantascientifico: quello della tecnofobia. Un sentimento di sfiducia e paura per la tecnologia, un timore che il futuro sia interamente dominato dalle macchine e che questo minacci la vita umana. E che veicola uno sguardo pessimista sul contemporaneo.

Del resto da sempre cinema e letteratura nell’immaginare il futuro non fanno altro che dare un giudizio sul presente. E se è l’angoscia a dominare l’atmosfera in “Terminator” sin dalla sua nascita nel 1984 – non a caso in piena ondata cyberpunk nel 2019 a questa inquietudine è accompagnato un sentimento quasi crepuscolare. Come se non fossero solo l’emergenza del contingente e la consapevolezza di un avvenire funesto a dettare la sfiducia dei protagonisti, ma anche la sensazione di assistere alla fine di un’epoca.
Dunque l’inquietudine di fondo (ma neanche poi tanto) non è solo quella di vivere gli ultimi istanti di un mondo morente, ma anche di osservare il rapido sgretolarsi di tutto quello che si conosce. E qui la questione si fa, naturalmente, metacinematografica. E riguarda soprattutto Arnold Schwarzenegger. Come interprete del Terminator, ma anche come corpo, come simbolo e come antonomasia di un cinema che conosciamo bene.

Nel film il modello di T-850/101 che l’attore interpreta fa qualcosa che non dovrebbe fare e che curiosamente – fra tutti i dettagli tecnici e le accurate spiegazioni fornite dai personaggi per chiarire eventuali paradossi temporali – non viene assolutamente motivato: invecchia. E non solo: il robot – un modello identico a quelli che avevano prima tentato di uccidere Sarah e poi protetto John nei capitoli precedenti – sviluppa una coscienza, dei sentimenti e una consapevolezza della propria esistenza. Si crea una famiglia e realizza il sogno americano. Diventa umano.
E cosa c’è di più umano di invecchiare, perdere le proprie certezze, diventare vulnerabili nel corpo e nello spirito?

Schwarzenegger – similmente a quanto fa il suo amico-rivale Sylvester Stallone con “Rambo: Last Blood” – sceglie di non nascondere i segni del tempo e di congedarsi (forse definitivamente) dal suo ruolo più iconico facendosi discretamente da parte. E allo stesso modo il suo Carl (perché Terminator alla fine ha anche un nome umano) rifiuta di indossare i caratteristici occhiali da sole da biker, ha la barba e i capelli grigi e combatte la sua ultima battaglia. Decretando attraverso la propria vulnerabilità – nel finale è persino costretto a farsi aiutare – la definitiva resa a un mondo che non ha più bisogno di lui.

Un mondo che rifiuta definitivamente la necessità di affidarsi ai padri. Perché se uno dei temi cardine di “Terminator 2” era che, implicitamente, fosse l’assenza di figure paterne a scatenare il caos, in un universo dove esistono solo madri e nessun padre le cose sembrano potersi aggiustare proprio per via di questa sorprendente evoluzione.

Ed è proprio il T-850/Arnold, di gran lunga il personaggio più ironico – intelligentemente si prende meno sul serio e scherza di continuo sul proprio ruolo nella storia – a capirlo prima di tutti. Questa volta se ne va senza salutare, senza nessun hasta la vista!, senza dire niente di niente. Perché forse sa, ha capito che non c’è più posto per lui in questo cinema. E gli va bene così.