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“The Queen’s Gambit”: diventare la Regina degli Scacchi ed espiare le colpe delle due Torri

Articolo. Basata sull’omonimo romanzo scritto da Walter Tevis nel 1963, la serie tv, distribuita da Netflix a partire dal 23 ottobre, cattura l’attenzione del pubblico attraverso tre ingredienti segreti e uno palese: sensualità nel calcolo, eleganza nelle previsioni, volubilità nel ragionamento. E il talento indiscusso di Anya Taylor-Joy

Lettura 4 min.
Anya Taylor-Joy

Il “gambetto di donna” rappresenta negli scacchi una mossa di apertura, una strategia di attacco che lascia spazio ad un’unica incontrastata regina: Beth Harmon, cioè Anya Taylor-Joy. La sua storia si snoda in sette puntate che durano più o meno un’ora e seguono due direttrici: genio (indiscutibile) e sregolatezza (pure). In entrambi i casi sembra che la protagonista preferisca farsi scegliere, piuttosto che elaborare dei traumi troppo complessi per la sua tenera età.

Non a caso la regina è il pezzo più forte della scacchiera. Le uniche figure che sono in grado di intaccare la sua fierezza sono le Torri, perfettamente incarnate dalle due madri. Quella biologica lascerà in eredità a Beth il senso di colpa per essere stata causa del suo suicidio. In quella adottiva troverà la conferma di una dipendenza dai farmaci (e dall’alcol) attraverso i quali anestetizza la sua incapacità di svincolarsi da figure maschili che puntualmente la abbandonano.

Le aperture e i nomi delle “case”

Dopo la morte della madre, Elisabeth Harmon trascorre la sua infanzia in un orfanotrofio. “Casa dolce casa”, le dirà la direttrice con tono falsamente rassicurante e dolce. Mentre quello che la bambina si troverà davanti sarà un posto asettico e privo di affettività, nel quale i bambini vengono imbottiti di tranquillanti.
In questo cupo scenario una presenza apparentemente innocua si rivelerà cruciale nel determinare una svolta nella sua vita. Ovvero il custode della struttura, intento a giocare una partita di scacchi contro sé stesso.

Rapita e incuriosita, riesce a convincere Mr. Shaibel a farsi spiegare le regole che lo contraddistinguono, trovando nella scacchiera uno spazio nel quale esprimere un talento fuori dal comune e un potente anestetico, in grado di assopire tutti i suoi demoni: la tragica morte della madre e l’abbandono, prima. La solitudine, gli amori non corrisposti, le dipendenze e il sesso, poi.

Sarà proprio il signor Shaibel (anch’egli schiavo dell’alcol) a insegnarle una delle strategie di apertura chiamata “Gambetto di donna”. Una mossa che determinerà il successo e la notorietà del suo gioco e che non a caso, sembra voler suggerire anche a livello semantico, l’intenzione di entrare a gamba tesa in un terreno tradizionalmente dominato dalla presenza di una pedina ingombrante e scomoda: gli uomini.

L’ascesa di Beth si compie a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, eppure la lotta per la parità di genere assume, dal suo punto di vista, i contorni di una battaglia senza eguali. Fin dalle prime partite anche gli adulti più esperti non possono nulla rispetto a quella che sembra a tutti gli effetti una abilità innata di immaginare la scacchiera e prevedere con largo anticipo le possibili strategie e contro-mosse degli avversari.

La sua mente è però ancora quella di una bambina incapace di gestire l’astinenza dai farmaci e l’insonnia, e di distinguere il confine fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, le sfumature tra il bianco e il nero. Così, quando giunta alla soglia dell’adolescenza trova finalmente dei genitori disposti ad adottarla, sarà nuovamente una casa che non ha scelto a fare da teatro e a tenere banco ad una scacchiera di eccessi e vizi che sembrano sempre meno suoi e sempre più “di famiglia”.

La difesa siciliana e l’inconsistenza dei re (padri)

La siciliana” è un’altra mossa di apertura. Il più esperto nella sua esecuzione è il maestro russo, campione in carica, Vasily Borgov. Sono passati anni e Beth, dopo aver vinto il torneo nazionale, inizia a viaggiare per il mondo con sua madre che le propone di diventare sua agente.
Qualcosa però intacca la difesa di Beth. Un incontro in ascensore in cui origlia, prima dell’inizio della partita decisiva, un dialogo tra Borgov e i suoi colleghi: “Lei è come noi, un’orfana, una sopravvissuta, per lei perdere non è contemplato. Altrimenti cosa le resterebbe nella vita?”.

Borgov non sa che Beth conosce la sua lingua madre e quelle parole tolgono il velo di Maya a delle verità che sono sempre state sotto gli occhi di tutti ma che lei ha scelto di non vedere, nascondendole sotto la scacchiera. Ora sono lì, nello sguardo imperturbabile di Borgov, e Beth non può far altro che seguire il suo gioco. Si difende, attacca, ma si espone troppo. Si sente nuda, fragile e quando se ne rende conto è già troppo tardi. Istintivamente si gira a cercare la madre tra il pubblico ma l’unica cosa che riesce a scorgere è la sua sedia vuota.

Quando perdi così la donna, devi abbandonare” Mr. Shaibel

Di fatto la signora Wheatley sembrava disposta ad assecondare Beth più perché vedeva nel suo talento un’opportunità per fare soldi e condurre uno stile di vita agiato. E quando la figlia tornerà a cercarla nella loro lussuosa camera d’hotel per raccontarle la sua resa, la troverà esanime nel letto, morta di epatite.

E i re che fine hanno fatto? Il primo, ovvero il padre biologico, non l’ha mai riconosciuta. Il secondo, quando Beth lo chiama per chiedergli aiuto, non solo la rinnega ma le estorce anche dei soldi, costringendola ad acquistare la casa di “famiglia”.
Borgov aveva ragione: Beth è solo un’orfana, ora anche sconfitta. È tempo di tornare indietro e provare a essere una ragazza qualunque.

Amori, Alfieri e finali aperti

Il rientro si rivelerà disastroso. Beth cercherà nuovamente conforto nell’alcol e nei tranquillanti. E in giovani amori che non possono nulla rispetto alla profondità del suo abisso.
Inoltre, tornando in Kentucky il suo cammino si intersecherà distrattamente con quello di due donne del suo passato: la sua prima avversaria negli scacchi – che nel frattempo è diventata medico e che ancora nutre per lei una profonda ammirazione – e poi una sua compagna di scuola, diventata madre e moglie, subito dopo la fine del liceo. Si tratta di due controfigure che rappresentano quello che Beth avrebbe potuto diventare da un lato e ciò che non avrebbe mai voluto essere, dall’altro.

Eppure Beth non ostenta la sua femminilità misurando i suoi successi o i suoi fallimenti rispetto ad altre donne. Non si esprime solo simbolicamente nei capi firmati che esibisce e acquista compulsivamente. Perché sa benissimo che il suo nemico primo non è il Pomo d’Adamo dei suoi avversari o un ideale di bellezza che si consuma esibendolo sulle passerelle. O addirittura il comunismo da combattere in piena Guerra Fredda.
Il suo essere donna si manifesta nella scelta di rimanere fedele al suo caos, di ergere un tempio in sé stessa, in cui le colonne portanti che emergono dalle proprie macerie interiori sono i pezzi degli scacchi.

Beth finalmente sceglie. Sceglie di gettare quelle maledette pillole e vincere senza attenuanti, riconoscendo il proprio valore. E non solo riesce a battere Borgov, ma vincendo fa anche molto di più. Si libera di fardelli che non sono mai stati suoi e che l’hanno privata della sua infanzia e della sua adolescenza. Rompe una catena di fatalismo che le aveva impedito di approcciarsi alla vita come se fosse una pagina bianca da scrivere e non la mela bacata di una natura morta.

La scacchiera non è altro che la metafora di un’esistenza nella quale le sconfitte contano tanto quanto le vittorie. Conta rendersi conto che quella figura burbera che era stato il signor Shaiber era morto da spettatore muto e fiero delle arroccate della sua bambina. Conta sapere di avere un gruppo di amici pronti a tornare, a unirsi per risollevarla dal baratro, diventando la famiglia di cui Beth è sempre stata parte, senza saperlo.

La partita si conclude, naturalmente con lo scacco (e l’incoronazione) della Regina. Ma la guerra è appena iniziata.
Tocca scegliere da che parte stare. Bianco o nero?

Sito Netflix

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