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Un’estate da leoni con il grande cinema d’autore (sotto le stelle)

Articolo. Anche quest’anno all’arena estiva «Esterno Notte» di Lab 80 una selezione imperdibile di film di maestri del cinema di tutti i tempi. Dagli splendidi lavori del maestro giapponese Yasujirō Ozu al capolavoro di Truffaut «Effetto notte», passando per opere di grandi autori come Losey e Fassbinder

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Fiori d’equinozio di Yasujirô Ozu

Come ogni estate i «Mercoledì da leoni» di «Esterno Notte» (in collaborazione con Bergamo Film Meeting) riportano il cinema d’autore sul grande schermo. Occasioni uniche per rivedere o scoprire per la prima volta assoluti capolavori del passato e godersi il fresco (si fa per dire) e il buio naturale della sera – le proiezioni sono tutte, come di consueto, nel cortile della biblioteca Caversazzi di via Tasso – di fronte a film che hanno fatto la storia del cinema. I film sono, oltretutto, in lingua originale (con sottotitoli in italiano), proprio come dovrebbero essere sempre visti e come avviene nei festival cinematografici di tutto il mondo.

Quest’anno all’interno della rassegna – iniziata il 29 giugno e che andrà avanti fino al 31 agosto – anche una mini retrospettiva dedicata al leggendario regista giapponese Yasujirō Ozu, «Mulholland Drive» di David Lynch (il 24 agosto) e un film iconico del cinema muto come «L’uomo con la macchina da presa» di Dziga Vertov (il 31 agosto, sonorizzato dal vivo da Stefano Pilia e Paolo Spaccamonti). E allora diamo un’occhiata ai «Mercoledì da leoni» di tutto il prossimo mese, per capire meglio cosa ci aspetta. Anche se come sempre, qualsiasi settimana si scelga, si fa sempre centro.

«Il gusto del sakè» di Yasujirô Ozu (1962)

L’ultimo film di Ozu, che sarebbe morto solo un anno più tardi l’uscita, oltre a essere uno dei suoi più grandi capolavori rimane anche una sorta di testamento spirituale. Racconta di Shuhei, vedovo, che avviandosi verso la vecchiaia cerca di non incappare negli errori che ha visto commettere al suo vecchio maestro di scuola, Sakuma, la cui figlia non si è mai sposata e ha sacrificato la propria vita per accudire i genitori. Aiuta quindi la giovane figlia Michiko a trovare marito prima che sia troppo tardi e placidamente aspetta che il tempo passi mentre il Giappone, tutt’intorno, sembra ossessionato dal progresso.

Il titolo non ha nulla a che fare con il sakè ma andrebbe tradotto con «Il gusto della costardella» e cioè di un particolare tipo di pesce che i giapponesi sono soliti pescare e mangiare alla fine dell’estate. Un dettaglio che racchiude il senso del film e più in generale della poetica del regista giapponese. E cioè quella di un cinema fatto di piccoli gesti, dell’essenzialità delle esperienze e dei sentimenti e teso a esplorare e cogliere l’essenza delle cose. Con un’ironia personalissima e commovente capace di aprire anche allo spettatore occidentale il mondo misterioso e spesso sconosciuto della cultura giapponese più autentica.
(mercoledì 20 luglio h. 21:30)

«Fiori d’equinozio» di Yasujirô Ozu (1958)

Uno dei film di Ozu di maggior fortuna fuori dal Giappone, «Fiori d’equinozio» ha in realtà uno stile alquanto differente dal cinema più tipico del regista. Si tratta di una commedia dai toni piuttosto svagati che affronta il tema del conflitto fra tradizione e modernità nel Giappone della fine degli anni Cinquanta, quando il paese asiatico si apprestava a diventare una grande potenza industriale mutando in maniera repentina e brutale i propri costumi e le proprie abitudini. Ozu non prende posizione a favore o contro il cambiamento in atto ma si limita a osservare con sguardo sardonico e divertito le contraddizioni che questo cambiamento porta con sé.

Ancorato alle sue storie più consuete, quelle che mettono al centro la famiglia, l’amicizia e i rapporti fra le generazioni, racconta di un padre, Wataru, uomo ricco e di successo a capo di una grande azienda che si considera di mente aperta e al passo coi tempi ed è alle prese con il matrimonio della giovane figlia. Lui vorrebbe che si sposasse con qualcuno del suo stesso rango sociale, ma lei si innamora di uno dei giovani dipendenti dell’azienda per il grande disappunto del padre. La visione sul mondo e sulla società di Wataru cambiano radicalmente e l’uomo capisce che forse il suo pensiero non è così progressista come credeva. Ma per fortuna ci sono le donne. Sarà proprio grazie alla moglie Kiyoko e allo sguardo positivo delle figlie che l’uomo verrà a più miti consigli. Un’opera ancora oggi brillante e gradevole che non è invecchiata di un giorno e da godere come fosse la prima volta.
(mercoledì 27 luglio h. 21:30)

«Il servo» di Joseph Losey (1963)

Probabilmente il capolavoro di uno degli autori più anticonformisti della propria generazione, «Il servo» è ancora oggi un film stupefacente, capace di tramutare una trama profondamente simbolica (“a tesi” come si direbbe oggi) in un gioco al massacro che toglie il fiato anche a sessant’anni di distanza. Definito «il film più glaciale» mai girato e «un saggio sui rapporti di classe con la logica di un thriller», il film racconta di come Hugo, il domestico di un giovane e ricco Lord londinese, riesca lentamente a plagiare e circuire il proprio padrone sostituendosi lentamente a lui. Losey, che non ha mai nascosto le sue simpatie comuniste e per questo si auto-esiliò da Hollywood (piuttosto che fare la spia) durante la caccia alle streghe maccartista, realizza con «Il servo» il suo film più ideologico e in linea con la propria poetica. Ma non rinuncia ad affondare la storia nelle atmosfere torbide e inquietanti tipiche del proprio cinema, da sempre in bilico fra il thriller e il noir.

All’epoca il film fu un grande successo e anticipò (o in qualche modo contribuì a creare) l’onda di ribellione che avrebbe fatto di Londra la capitale della contestazione e del risveglio culturale giovanile degli anni Sessanta. Ma la popolarità si deve anche all’iconica prova attoriale di Dirk Bogarde, interprete di grandissimo spessore che si guadagnò un’enorme fama e allo stesso tempo inaugurò la fortunata serie di ruoli di personaggi spietati, maudit e irriverenti che gli rimasero cuciti addosso per tutta la carriera.
(mercoledì 3 agosto h. 21:15)

«Effetto Notte» di François Truffaut (1973)

Se esistono davvero i dieci o venti film fondamentali della storia del cinema, quelli imprescindibili che bisogna vedere almeno una volta prima di morire, «Effetto notte» è uno di questi. Il più grande atto d’amore per un regista nei confronti del cinema e il film sulla realizzazione di un film (o metacinematografico appunto) per eccellenza. L’effetto notte in gergo tecnico è quella particolare pratica che al cinema veniva utilizzata per far sembrare le sequenze di un film girate alla luce del sole come fossero filmate in notturna (ai tempi della pellicola era molto difficile ottenere buoni risultati girando di notte proprio per la mancanza di luce). Un trucco vecchio quanto il cinema, dunque, che Truffaut usa come titolo (in francese è «La nuit americaine» che ha lo stesso significato) per la sua opera più sincera.

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La storia di un regista – interpretato da Truffaut stesso – durante la lavorazione di un dramma romantico di produzione internazionale diventa il pretesto per mostrare fin nei più piccoli dettagli il lavoro artigianale che sta di fianco a quello artistico e per raccontare le vicende personali della troupe che si mischiano ai piccoli e grandi problemi produttivi tipici di una grande produzione. Truffaut cita senza soluzione di continuità i propri maestri (Hitchcock, Welles, Bergman, Rossellini, Ophuls, Renoir, ecc.) e confeziona un film tanto intimo quanto universale di cui è impossibile non innamorarsi a prima vista. Garantito.
(mercoledì 10 agosto h. 21:15)

«Tardo autunno» di Yasujirô Ozu (1960)

L’autunno, come un presagio, è senz’altro la stagione più evocata dall’ultima fase del cinema di Ozu. Se riguardo «Il gusto del sakè» abbiamo detto, possiamo aggiungere che gli altri due film degli ultimi tre che ha girato portano l’autunno nel titolo. Oltre a «L’autunno della famiglia Kohayagawa» (1961), anche questo «Tardo autunno» – una sorta di remake di «Tarda primavera» (1949) sempre diretto da Ozu – riflette sulla stagione della vita più matura e meditativa. In realtà la protagonista, Akiko, è ancora una donna giovane – ha meno di 50 anni – ma rimasta vedova e legata al ricordo dell’amato marito, vorrebbe che la figlia Ayako si sposasse e prendesse la sua strada, ma quest’ultima è troppo legata alla madre per decidere di lasciarla sola.

Come al solito le cose si risolveranno per il meglio senza alcun sconvolgimento e senza alcun colpo di scena, ma sempre seguendo la filosofia tipicamente giapponese del mono no aware che pervade tutti film di Ozu. Mono no aware è difficilmente traducibile, potremmo definirlo come ciò che indica una sorta di serena e ineluttabile accettazione delle cose della vita e del destino, che sta alla base di molta letteratura e arte del paese del sol levante. Tuttavia chi volesse provare a scoprirla e comprenderla nel profondo potrebbe iniziare accostandosi proprio al cinema di Yasujirô Ozu. Un’esperienza preziosa che ripaga qualsiasi sforzo. Provare per credere.
(mercoledì 17 agosto h. 21:15)

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