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#allamiaetà: la storia di Gino Gelmi racconta perché è importante aprire il dibattito sul ruolo dell’esercito e del carcere

Racconto. Oggi vicepresidente dell’Associazione Carcere e Territorio, Gino Gelmi ha una lunga storia di militanza politica, svolta persino durante i 15 mesi di leva obbligatoria in quella che allora veniva chiamata “l’organizzazione democratica dell’esercito”. Ci ha raccontato la sua vicenda di “proletario in divisa” e come è nata l’associazione che presiede

Lettura 7 min.
Il gruppo dei Proletari in divisa di cui faceva parte Gino Gelmi (il secondo da sinistra in seconda fila), Foggia febbraio 1972

Quando lo contattai per la prima volta, da laureando in cerca di fonti orali per la tesi, Gino Gelmi era per me un ex militante di Lotta Continua, una delle formazioni della sinistra extraparlamentare più importanti degli anni Settanta. Bastò poco per capire che quell’esperienza di cui andavo cercando i dettagli rappresentava una parte, fondamentale e preliminare, di una vita votata all’impegno politico e sociale.

A qualche anno di distanza, e dopo altre chiacchierate grazie alle quali ho avuto modo di conoscerlo meglio, sento di riconoscere (a costo di risultare celebrativo) che Gino rappresenta per me l’incarnazione del valore più alto e nobile del termine “politica”: mettersi al servizio degli altri, senza clamori, provando a dare concretezza a un’idea di società più giusta, democratica, solidale. Lo vedo come un vero buon esempio. E mi sembra qualcosa di raro, ormai. Per cui, credo, vale la pena sbilanciarsi un po’.

Gino è nato nel 1947 a Gandino, ha sempre vissuto in Val Seriana. Di professione ha fatto l’insegnante. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta frequenta la facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica. In quegli anni entra a far parte di Lotta Continua, diventa militante e stringe alcuni dei legami che ancora oggi restano saldi: “L’impegno politico, per chi non ne ha fatto qualcosa di estemporaneo ma il senso del proprio vivere, crea una dimensione più profonda dell’amicizia, e che regge ai cambiamenti” mi dice. Sediamo fuori casa sua, nella corte di un palazzo nel centro di Albino.

Gino Gelmi

I proletari in divisa

Racconta di una particolare fase della sua militanza, quando cioè è stato un “proletario in divisa”, tra quei militanti che si sono messi a fare politica nelle caserme durante i 15 mesi di leva. “L’organizzazione democratica dell’esercito” la chiamavano. “Fabbrica, scuola, caserma, la stessa lotta” era uno degli slogan che si sentivano nei cortei e fuori dalle caserme. Voleva dire che la contestazione – e con “contestazione” intendo la rivendicazione di trasparenza, partecipazione, diritti e democrazia – avrebbe dovuto toccare anche quelle aree della società che fino ad allora erano rimaste chiuse, inaccessibili. Mondi a parte come lo erano – e forse ancora lo sono – l’esercito e il carcere.

In quegli anni è il dibattito sul ruolo dell’esercito, sul suo essere separato dalla società civile, viste anche le procedure del codice penale militare che entrano spesso in contrasto con la Costituzione. La richiesta è di aprire l’istituzione al dibattito pubblico, democratizzarla, modernizzarla, metterla al servizio della società civile e liberarla da dinamiche conservatrici e autoreferenziali, impedire che possa diventare strumento di forze reazionarie e golpiste.

Quando Gino è chiamato all’anno di leva nel 1971 la situazione è questa: o parti militare o finisci in carcere (il diritto all’obiezione di coscienza è introdotto dal 15 dicembre 1972). Gino passa un mese al CAR di Palermo, poi è trasferito a Foggia. Racconta delle reti che erano riusciti a costruire, dentro e fuori la caserma. Le sere in uscita libera e i canti di lotta che salivano dal buio dei campi intorno alla zona militare. Le due minacce di morte che gli arrivano dai “Giustizieri d’Italia” (neofascisti). E la gerarchia “così strutturata che diventa un elemento culturale, per cui la dimensione della persona è sempre dentro a un assetto dove qualcuno decide per te. L’opposto della libertà. Quando in caserma arrivava il generale, il colonnello, che sembrava sempre il Padre in terra, lo vedevi strisciare”.

La politica nelle caserme si poneva sostanzialmente due obiettivi. “Uno, la difesa delle condizioni materiali e quotidiane. Si agiva su tanti piani, dalla solidarietà spicciola alla difesa di alcuni diritti fondamentali, soprattutto sulle punizioni, sul vitto, sulle esigenze sanitarie che non erano adeguatamente affrontate. In caso di ingiustizie facevamo rapporto, quasi contrattualizzando tutto. Due, opporci all’uso dell’esercito in funzione antipopolare, di repressione delle lotte, negli scioperi, nelle manifestazioni e soprattutto anche in una prospettiva golpista, che al tempo era reale”.

Dietro i “proletari in divisa” c’è quindi un concetto di tipo resistenziale, difensivo. Va considerato anche il contesto storico. Tra il 1964 e il 1974 in Italia ci sono tre progetti incompiuti di golpe: il Piano Solo del 1964, il golpe Borghese del 1970, le trame della “Rosa dei Venti” tra il 1973 e il 1974. C’è l’Europa dei regimi militari: l’Estado Novo in Portogallo, il franchismo in Spagna, i colonnelli in Grecia. L’ombra statunitense dietro il golpe cileno del 1973 e gli eserciti dei membri NATO. Una situazione in cui è facile cogliere il senso della richiesta di trasparenza e democrazia.

“Certo, se c’era un golpe ci avrebbero spazzati via. Però almeno ci sarebbe stata una defezione importante. Ce ne saremmo andati. Qualunque cosa succedesse, non l’avrei fatto. E così tanti altri. Il concetto era: non contate su di noi per fare giochi sporchi o mettere in atto dei disegni.

L’esercito che si mette al servizio della comunità

Un tema che entra in connessione con l’attualità. La polarizzazione del dibattito che ha seguito le dichiarazioni di Michela Murgia suggerisce come sia ancora parzialmente irrisolta la questione del ruolo che l’esercito ha, o dovrebbe avere. E di come dovrebbe porsi nei confronti della società civile. Lo è certamente meno che in passato, ma la sua impostazione ancora “separata” si legge anche solo sul piano comunicativo: trovate un modo più efficace di indossare una divisa in ambiti (e durante incarichi) civili per ribadire che siete sempre parte di “qualcos’altro” rispetto ai comuni cittadini?

Dietro l’ostentazione che talvolta viene fatta della forma (l’uniforme e il corollario di nastrini in TV, per esempio) si intravede piuttosto l’istinto conservativo di un mondo che vive di autoreferenzialità. E che può arrivare anche produrre degenerazioni inquietanti (vedi il caso recente della Marina militare che celebra le battaglie fasciste).

“Questa cosa di indossare le divise cerca di accreditare il ruolo dell’esercito come ruolo di servizio. L’hanno dovuto usare e hanno fatto bene, almeno fanno qualcosa di utile. Non è sufficiente però a cambiare strutturalmente la natura di questa organizzazione, o ad aprire una vera riflessione su cosa dovrebbero fare per essere davvero al servizio della comunità nazionale. Le forze armate dovrebbero essere smilitarizzate: non essere armate. C’è il consolidamento del servizio civile, l’uso dei militari per utilità sociale. La polizia penitenziaria è stata smilitarizzata, e non a caso sono considerati dei minus habens dalle altre forze armate. Sarebbe positivo un ruolo di servizio civile dell’esercito. Se però fai l’analisi delle linee di spesa della Difesa oggi, vanno in tutt’altra direzione. Ci sono investimenti ancora fortissimi nelle armi. Si cerca quindi di far convivere una dimensione di funzione sociale, che ovviamente ci sta, mentre statutariamente le forze armate hanno un altro tipo di missione. Con gli investimenti che fanno diventano lobby. L’analisi del bilancio della difesa è istruttivo della filosofia di gestione dell’esercito”.

Sono previsti circa 25 miliardi di Euro solo nel 2021 per le forze armate. Si consideri solo che nel famoso PNNR per la sanità dei prossimi anni ne sono previsti circa 18. Per “infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore” pare saranno circa 11. C’è da chiedersi quali siano i rapporti di forza che impongono investimenti tali anche a fronte dell’attuale situazione.

L’Associazione carcere e territorio

La storia di Gino però non si ferma al servizio militare, tantomeno agli anni Settanta. Da quarant’anni è impegnato su un altro fronte fuori dai radar: il carcere. Oggi è vice-presidente dell’Associazione Carcere e Territorio, di cui è stato tra i fondatori.

“È cominciata così” dice. “Quando c’è stata la crisi di Lotta Continua anche a Bergamo alcuni compagni sono stati coinvolti in alcune delle formazioni dell’Autonomia e anche di Prima Linea. Erano persone con cui avevamo condiviso un pezzo di storia, alcune le avevo conosciute e frequentate. La mia concezione era questa: chi finiva in galera per queste questioni politiche non aveva commesso reati per un vantaggio personale ma per dei valori che erano simili ai miei, solo perseguiti in modo sbagliato. Erano persone che stimavo anche se non ne condividevo il percorso. Tutti giovanissimi eh. Avrebbero fatto molto più bene fuori che dentro al carcere”. Non che oggi sia l’istituzione più sana e partecipata dello Stato, ma fino a pochi decenni fa il carcere era uno di quei mondi a parte, quasi un territorio inesplorato.

“Volevamo costruire qualcosa che bucasse il muro, perché allora il carcere era un muro davvero impenetrabile. La prima volta che sono entrato era il 1983 e non c’era personale civile che non fosse il maestro, che era dipendente del Ministero di Grazia e Giustizia e non dell’Istruzione, e il cappellano militare. Fine del film. Dovevamo pensare a un modo adeguato di costruire un’organizzazione che fosse capace di fare breccia dentro quel muro e interloquire con queste persone detenute, studiare le possibilità per tirarle fuori”. Ed è così che nasce l’Associazione Carcere e Territorio di Bergamo.

“Abbiamo coinvolto figure rappresentative e trasversali, che non potessero far etichettare l’associazione come di parte. Valentina Lanfranchi, deputata del Partito Comunista. Vittoria Quarenghi, deputata della Democrazia Cristiana. Roberto Bruni, del Partito Socialista e avvocato. Persone riconosciute in città. Siamo andati dal direttore, che era Rocco Trimboli, e in sostanza gli abbiamo detto: devi rassegnarti ma qualcuno di noi deve cominciare a mettere il naso in questo posto. Ho cominciato io.

“Abbiamo attivato dei percorsi che davano alle persone detenute l’opportunità di non chiudersi in una sconfitta ma di star dentro a una nuova possibilità di vita, di relazioni, di cose da fare. Ne abbiamo tirati fuori tanti, tanti”.

Si tratta di anni di attivismo, di assistenza all’interno e sensibilizzazione all’esterno, progetti di recupero e inserimento. E allora chiedo a Gino come si sente di fronte a una considerazione pubblica prevalente che ancora non riesce a problematizzare il tema del carcere, e che si fa inquinare con facilità da una propaganda politica che disumanizza i detenuti.

“Devo dirti che io mi sono abituato ad agire non in funzione del risultato ma in funzione di ciò che credo: anche se vengo sconfitto la mia vita ha avuto un senso. Non nascondo le difficoltà ma non mi faccio deprimere, mi ritengo fortunato ad aver scoperto un modo per seminare qualcosa di giusto. Poi qualcosa riusciamo a smuovere. Abbiamo progetti di inserimento di detenuti in affiancamento agli operai comunali, in Val Cavallina, a San Paolo d’Argon, Albano, Torre De Roveri. C’è lo sforzo di amministrazioni comunali e volontari di seminare anche nelle scuole”.

Giustizia Persona Società

Racconta di un progetto per le superiori che si chiama GPS, “Giustizia Persona Società”. È un percorso che coinvolge i ragazzi su tutte le fasi dell’iter giudiziario, dalla formazione della legge penale (“al reato di stalking quanto daresti? Li facciamo discutere, poi vediamo cosa dice il legislatore”) passando per l’esecuzione, con visita al carcere e ai luoghi dove l’associazione si occupa di inserimenti. E infine la mediazione penale attraverso l’ufficio della Caritas.

“È un percorso tosto, ha prodotto diverso materiale che resta a disposizione. Stiamo ragionando su come svilupparlo, sapendo che remiamo contro e che due trasmissioni TV del cavolo sono più potenti del nostro faticoso costruire alternative. Per questo dico a chi fa le cose anche in altri ambiti: non bisogna mai rinunciare alla dimensione politica. Tante volte abbiamo la sensazione di essere come un termitaio che fa tutte le sue belle cosine, ma che ha un masso enorme che gli pende sopra, lo sovrasta, ed è in grado in ogni momento di spiattellare tutto. Noi dobbiamo trovare il sistema che quel masso non cada mai. Ed è solo la politica che può fare quel lavoro lì”.

Due libri e un film

Per approfondire:

• “I diritti degli esclusi nelle lotte degli anni Settanta”, di Elena Petricola (Edizioni Associate), 2002
• “Da quando son partito militare. Lettere, documenti, testimonianze sulla naia e le lotte dei soldati”, a cura di Proletari in divisa (Edizioni di Lotta Continua)
• “Vogliamo i colonnelli”, di Mario Monicelli (1973)

Sito Associazione Carcere e Territorio

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