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Claudia Baracchi, la formula della felicità in un mondo di incertezza

Intervista. La scoperta dell’Altro, l’amicizia e la bellezza struggente di una vita che è vissuta, ma anche pensata. La filosofa a Noesis il 10 dicembre spiega a cosa serve la filosofia e perché oggi è più che mai necessaria

Lettura 4 min.

Oggi la filosofia spesso finisce un po’ nell’angolo, non tanto per disinteresse, ma perché il suo continuo porre domande mentre le cose succedono ci turba, ci tiene svegli la notte e a volte sarebbe forse più facile non pensare. Non pensare al nostro esistere con una data di scadenza ignota, al poco controllo che abbiamo su ciò che accade e a tutte le questioni che ci rendono fragili e soli. Potremmo non pensare a tutto questo, oppure potremmo attraversare questi pensieri con la dolcezza e la consolazione della filosofia e dell’arte. Movimenti dello spirito capaci di mostrare la bellezza struggente della nostra condizione, anche quando potrebbe apparirci solo disperata.

È questo che ci invita a fare Claudia Baracchi, docente di filosofia morale, pratiche filosofiche e filosofia delle relazioni e del dialogo all’Università di Milano Bicocca, dove è arrivata dopo anni alla New York School for Social Research, un istituto di ricerca dal forte carattere interdisciplinare, che promuove la pace globale e la giustizia sociale. “Elogio dell’incertezza. Sulla dignità della vita errante” è il titolo dell’intervento che martedì 10 dicembre alle 20 la filosofa presenterà all’Auditorium del Liceo Mascheroni di via Da Rosciate a Bergamo, ospite di Noesis.

La realtà secondo Baracchi “oggi ci fa ritrovare tra due poli, da un lato la scienza, con le sue certezze dimostrabili, dall’altro un’azione gigantesca di manipolazione delle menti, che porta a un inorgoglirsi dell’ignoranza, come se studiare e pensare fossero cose da poco. La filosofia ci potrebbe aiutare a guardare entrambe le posizioni con una distanza critica, oltre a tutto ciò che fa fin dall’antichità...”.

Claudia Baracchi

SV: Cioè?

CB: Dirci qualcosa su di noi. La filosofia appartiene alla vita e la accompagna, è teoria che nasce dall’esperienza, non è calata dall’alto, né si applica a posteriori. Aristotele ci definiva animali pensanti, allora facciamo in modo di vivere insieme al logos – termine greco che indica il pensiero – e recuperiamo la famosa formula socratica della vita pensata, ossia della vita affiancata dalla riflessione, quindi consapevole. Una vita aperta a una continua ricerca che pur non essendo scientifica, ha una sua dignità nell’indagare una verità che non è sinonimo di certezza.

SV: Cosa intende?

CB: L’interrogarsi filosofico si concentra sui dati disarmanti o inquietanti della nostra condizione. La fragilità dell’esistenza, la nostra finitezza, la mortalità, tutte cose che tendiamo a rimuovere. Forse è per il suo richiamarci alla realtà dei fatti che la filosofia è diventata problematica, fin quasi a essere cancellata dai discorsi contemporanei. Eppure ci riporta in contatto con qualcosa di molto profondo che riguarda tutti.

SV: In un contesto storico di instabilità, lei vede nell’assenza di certezza una risorsa e descrive la filosofia come una possibilità per trasformare la nostra visione delle cose in senso positivo...

CB: La filosofia mostra come l’impermanenza e la vulnerabilità della nostra esistenza e di tutto il vivente siano dati di fatto da sempre. Gli esistenzialisti la definivano gettatezza, cioè essere gettati nell’esistenza. Platone vedeva la vita come un fiume, un divenire che travolge l’essere umano che vi è immerso. In epoca romana Igino in una sua favola aggiunge un altro elemento, la cura, che in latino significa anche preoccupazione per qualcosa. In un mondo di insidie che ci turbano, la filosofia è risorsa creativa per rendere sostenibile questo transito così rischioso. Tutto ciò che abbiamo fatto in 200 mila anni sulla Terra ha a che fare con il tentativo di arginare quest’ansia esistenziale, dalle antiche pratiche spirituali e religiose, a quelle artistiche ed espressive.

SV: Nella sua ricerca lei dà molta attenzione alle arti.

CB: Pittura, scultura, parola, musica, danza e teatro sono tentativi di risposta a problemi a volte senza soluzione, che non ci lasciamo mai: non possiamo trascendere l’idea della mortalità, ma possiamo renderla sopportabile. L’arte in tutto questo consola e addolcisce, stabilisce un ordine nel caos ed è forse la sola, insieme alla filosofia, a offrirci una consolazione che non sia falsa. Una consolazione non frivola, capace di raccontarci la verità in modo sublime. Penso alla tragedia, che non dice “Andrà tutto bene”, ma ci mostra la nostra condizione in modo così bello e struggente, che dona dignità al nostro essere fragili ed esposti eppure capaci di riflettere e di tentare di affrontare le cose, a volte subendole, ma sempre provandoci, fallendo e poi riprovandoci ancora.

SV: Consolazione non frivola?

CB: Quando l’arte non è puro intrattenimento, ci permette di contemplare noi stessi sia individualmente, sia insieme agli altri. Nel teatro questo è molto evidente: anche se la storia la conosciamo, ci commuoviamo sempre davanti a Giulietta e Romeo di Shakespeare e quando ridiamo o piangiamo, lo facciamo perché ciò che vediamo in scena non è l’attore, ma noi e la nostra anima. Il teatro ci offre un’immersione nella consapevolezza, ecco perché nelle tradizioni antiche è sacro. Anche l’arte è una via per conoscere una verità diversa da quella scientifica: non dimostra per teoremi, ma mostra un pensiero e una sensibilità che riguarda tutti.

SV: Possiamo riconoscere noi stessi in scena, ma fatichiamo a riconoscere l’Altro. Lei dà molta attenzione al tema dei rapporti sociali...

CB: Sì, perché questo aspetto è in crisi già dal Seicento, quando comincia a prevalere una nozione di natura umana che esaspera l’idea dell’individuo autonomo, che fa ciò che vuole e non ha bisogno di nessuno. Non connesso al prossimo, né all’altro non umano, mosso da una spinta a realizzarsi anche a scapito degli altri. Siamo nell’epoca più florida del colonialismo, della sopraffazione dell’uomo lupo tra gli altri uomini, come lo definisce Hobbes, facendo un riferimento classico a Plauto. Anche i Greci infatti avevano già individuato l’egoismo e la ferocia di cui l’uomo è capace. Siamo ancora figli di questa tradizione – pur con eccezioni – e continuiamo a trattare gli altri, la terra e la natura come fossero a nostra disposizione, rifiutando di renderci conto della crisi ecologica che ci sovrasta.

SV: La situazione è così buia?

CB: In realtà noto una cosa strana: quando si parla di guerra e violenze tutti sono concordi davanti ai fatti: “È terribile”, dicono. Accade ovunque, al bar, come in università. Chi parla di solidarietà, sincerità e di stare insieme senza secondi fini, cose magnifiche di cui siamo capaci come esseri umani, invece è chiamato illuso, come se a monte prevalesse un cinismo diffuso. Un pregiudizio che sarebbe utile indagare – ecco l’importanza della riflessione, della filosofia – prima di dare dell’ingenuo a chi parla di pace o amicizia. Non sono esempi così rari se ci guardiamo bene attorno.

Sito Noesis