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Corpo, rabbia e desiderio nel femminismo che verrà, a colloquio con Jennifer Guerra

Intervista. Per “Tierra!” il 4 dicembre, l’incontro con la giornalista e femminista autrice del saggio “Il corpo elettrico”: una riflessione che parte dall’autocoscienza del corpo femminile, visto come soggetto dal quale ripartire, attraverso i concetti di desiderio, sorellanza, educazione sessuale, gender studies ed inclusione

Lettura 4 min.

“H o iniziato a scrivere questo libro nel 2018 – racconta Jennifer Guerra – quando una serie di notizie nel modo e nel nostro Paese mi hanno fatto sentire per la prima volta nella mia vita ‘privilegiata’, in quel momento ho sentito la paura di poter concretamente perdere dei diritti, in particolare i diritti riproduttivi e il diritto all’aborto”.

Inizia così la chiacchierata con Jennifer Guerra, giornalista, femminista e autrice de “Il corpo elettrico” (Tlon). Sarà venerdì 4 dicembre a “Tierra!”. “È stata una convergenza di fenomeni anche politici, di governi sempre più autoritari, sempre più repressivi, che mi ha fatto sentire il bisogno di provare a ragionare su quali fossero le cause profonde di questa situazione e di come si fosse venuta a creare”.

CD: Oggi è il 25 novembre (data in cui è stata fatta l’intervista, ndr), giornata per l’eliminazione della violenza maschile sulle donne e della violenza di genere, chi ha subito spesso si trova a dover fare i conti anche con il fenomeno del victim blaming, la colpevolizzazione della vittima.

JG: È un problema molto presente nel nostro Paese. In questi casi l’opinione pubblica tende a far scomparire la vittima, oppure si ostina a cercare tutte le possibili cause, tutti gli errori che lei ha commesso, sia per aver subito la violenza, sia per non essersene sottratta. Ne esce quasi sempre un processo mediatico a chi ha subito, mentre verso il colpevole c’è sempre il tentativo di giustificare, di trovare in tutti i modi ragioni comprensibili per cui qualcuno ha ucciso o abusato. Si carica di responsabilità la vittima, a volte anche attraverso un linguaggio pietistico e una narrazione del dolore empatica, che però non indaga quasi mai sulle cause profonde e strutturali della violenza.

Jennifer Guerra

CD: Nel tuo libro dici di preferire la rabbia al modello della forza, associando la prima al desiderio, come risposta allo stereotipo della figura femminile remissiva.

JG: La rabbia è un tema che sarebbe utile e opportuno discutere collettivamente, proprio come forma di riscatto rispetto ad una narrazione orientata sul dolore, sulla colpa e sull’incapacità di reagire. La situazione di marginalità e disagio, che non riguarda soltanto la manifestazione della violenza concreta, ma il modo in cui le donne vivono nella società e il ruolo che le donne assumono in essa, porta inevitabilmente all’accumulazione di questo senso di rabbia. Sentimento sempre stigmatizzato quando viene espresso. Questo senso di riscatto io lo chiamo desiderio, perché deriva proprio dalla volontà di poter cambiare la propria situazione e la società, partendo dal modo in cui la società stessa considera le donne. Il movimento femminista è stato capace di trasformare la rabbia, anche individuale, in un sentimento collettivo, fino a trarne forza verso il cambiamento.

CD: A proposito di corpo, l’accettazione e la rivendicazione della propria identità si scontrano con una misoginia interiorizzata.

JG: Lo sguardo dominante nella nostra società è uno sguardo maschile, è evidente dal modo in cui le storie vengono raccontate e nella maggior parte dei prodotti di intrattenimento e culturali che leggiamo e guardiamo. Questo non riguarda soltanto la cultura, ma ha degli effetti anche sulla considerazione che le donne hanno di loro stesse e delle altre donne. Si arriva a quel punto in cui ci si convince implicitamente di essere sempre l’oggetto dell’attenzione e di non essere mai coloro che guardano. Essendo così pervasivo e scontato, è ovvio che questo sguardo venga interiorizzato e di conseguenza diventi preponderante la necessità di assumere e crearne uno nuovo, per emanciparsi è necessario partire dall’individuazione di uno sguardo femminile.

CD:Il diritto di definire la propria identità e aspettarsi che la società la rispetti” è uno dei concetti chiave del “Manifesto Transfemminista” di Emy Koyama, e quando sono le stesse donne ad essere discriminanti nei confronti di persone che si identificano nello stesso genere?

JG: L’idea che l’uomo sia il soggetto pensante, implica che la donna sia relegata ad un ruolo secondario, come diceva Simone De Beauvoir la donna è sempre l’altro, quindi è chiaro che anche in una dinamica come quella tra le persone cisgender maggioritarie e persone transgender, queste ultime diventano ulteriormente l’altro di qualcuno. Una delle discriminazioni più diffuse e comuni che subiscono le donne è di essere ridotte soltanto al loro corpo, quello che conta è soltanto il loro essere donna in quanto tale, di avere un utero, una vagina e di conseguenza avere figli, essere bella, etc. etc.; osservando la discriminazione che subiscono le donne trans da parte di chi le esclude, si capisce come la matrice sia la stessa, cioè non corrispondere ad una determinata idea di donna.

CD: Sui social hai molto seguito, come si concilia questo strumento “effimero” con la divulgazione del pensiero femminista?

JG: È una cosa su cui mi interrogo quotidianamente, i social hanno delle dinamiche e un funzionamento che privilegia la brevità, elementi che vanno a discapito della complessità dei fenomeni. È necessario trovare un compromesso tra i social come strumento e i limiti imposti, non solo tecnologici, ma anche di contenuti. L’altro lato della medaglia rispetto alle restrizioni ideologiche è l’urgenza di portare i temi del femminismo ad un grande pubblico. È chiaro che la banalizzazione sia un pericolo concreto, ma non possiamo ignorare il ruolo che i social hanno avuto e stanno avendo nella massificazione del femminismo, soprattutto in questa “quarta ondata” del movimento, segnata proprio dalla diffusione di internet. È compito di chi fa comunicazione provare a cambiare quei lati che non sono funzionali ad un’ottica di cambiamento e giustizia sociale. Inutile scagliarsi contro lo strumento, meglio provare a pensare al modo in cui viene usato.

CD: Personalmente, come credi si possa iniziare a costruire alternative concrete al pensiero patriarcale?

JG: Innanzitutto con lo studio. Il femminismo è una disciplina, una filosofia politica, è quindi necessario capirlo prima di metterlo in pratica. Ci sono dei comportamenti che possiamo definire femministi, come ci sono azioni e pratiche del femminismo attuate anche da chi non si pensa o definisce tale, ma per applicare il metodo e per capire la realtà è necessario studiarlo. I testi ci parlano dei problemi che noi affrontiamo quotidianamente, anche i saggi più vecchi, che oggi possono sembrare superati, in realtà contengono sempre in nuce quello che è il pensiero femminista. Si tratta di un lavoro di decostruzione e di creazione. Credo sia inoltre necessario, soprattutto per chi si approccia al femminismo via social, capire quanto sia importante anche la pratica quotidiana di condivisione e di incontro con le altre donne.

Se è dunque vero che, su tutto, sia il corpo femminile a dover essere liberato dalle violente imposizioni del pensiero patriarcale, non esiste soggetto che possa considerarsi completamente esente dalle dinamiche implicite del sistema sociale a cui appartiene. È per questo che il femminismo “riguarda tutte e tutti”, come rivendica uno dei motti di questa quarta ondata, sottolineando l’urgenza di ripartire da noi, per costruire nuovi comportamenti che includano e valorizzino le differenze.

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