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Dai vaccini ai massacri di Bucha: la «pillola rossa» delle teorie del complotto

Intervista. «Complotti! Da QAnon alla pandemia, cronache dal mondo capovolto» (Minimum Fax, 2021) è il libro di Leonardo Bianchi che verrà presentato venerdì 13 maggio alle 17.30 al Toolbox CGIL di Bergamo nell’incontro «Dalle teorie del complotto all’assalto della CGIL». Ne abbiamo parlato con l’autore, fra motivazioni (politiche, personali e collettive), fenomenologia ideologica, business e modi per “uscire” da una teoria cospiratoria

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«La famosa “pillola rossa/pillola blu” del primo “Matrix” ha assunto nel corso del tempo diversi significati. Fra questi, come argomenta il giornalista David Neiwert, la “pillola rossa” indica un “processo di radicalizzazione”; mentre “redpillare” (dall’inglese red pill) qualcuno significa “farlo vivere in una realtà alternativa”», in altre parole in una teoria del complotto. Lo scrive Leonardo Bianchi (giornalista di VICE e Valigia Blu) nel suo «Complotti!», libro a dir poco dettagliato sul fenomeno tutto contemporaneo (ma con una lunga storia alle spalle) del cospirazionismo.

Di solito pensiamo che a credere ai complotti siano gli “altri”, persone poco istruite, ai margini della società, magari disturbate mentalmente. È un pensiero molto confortante, ma non è così: i complotti sono pervasivi, riguardano tutti gli strati sociali, i livelli culturali e le ideologie. Bianchi sostiene che almeno una volta nella vita quasi tutti hanno creduto a un complotto.

LB: A cosa si deve questa pervasività?

LB: La pervasività delle teorie del complotto si deve a molti fattori, alcuni li hai citati tu e possono essere dovuti a fattori sociali, fattori culturali e fattori legati all’istruzione, cioè come si è studiato e dove. Ma più in generale derivano dalla struttura stessa del complotto, che non è una semplice fake news, ma è un vero e proprio sistema di pensiero che cerca di spiegare il mondo o di rendere comprensibile la complessità del mondo.

LB: Nel libro affermi che questo è un periodo storico “ideale” per le teorie del complotto.

LB: Sì perché siamo in un momento storico di grande confusione e di grande sconvolgimento. Prima con la pandemia e adesso con la guerra in Ucraina. Quindi è quasi fisiologico che ci sia una grande fioritura di teorie del complotto. Vista sotto questo aspetto, la teoria del complotto è una scorciatoia che serve a fare scendere a patti con una realtà complessa e caotica. In questo senso tutti siamo suscettibili a credere o comunque a rimanere affascinati o a farci venire dei dubbi davanti al complotto.

LB: L’abbiamo visto e lo stiamo vedendo proprio in queste ultime settimane.

LB: C’è chi crede che i massacri a Bucha non sono esistiti, ma non è così. La teoria del complotto non è affatto un affare per pochi matti ma anzi è un vero e proprio strumento di propaganda politica, basti pensare al ministro degli Esteri russo che rilancia vecchissime e screditatissime teorie antisemite sul fatto che Hitler avesse sangue ebraico. Fatalmente la teoria del complotto ti fa allontanare dalla realtà e ti catapulta in una realtà parallela alternativa a quella empirica e quindi ti porta molto lontano dalla soluzione dei problemi.

L’ex-vicepresidente statunitense Mike Pence con gli SWAT, l’uomo a sinistra dell’immagine mostra una Q rossa e nera, utilizzata come simbolo di QAnon

LB: L’adesione a una teoria del complotto dipende anche dal proprio stato d’animo? Intendo il rancore, l’odio, il risentimento…

LB: Parzialmente sì. In certi casi, come per esempio il movimento di QAnon, che è stato per anni il più grosso, rilevante e rumoroso movimento complottista nel mondo, non solo negli Stati Uniti, una parte degli aderenti erano persone escluse dal ciclo politico, sociale ed economico. Mosse anche da un sentimento di rivalsa e di odio verso i nemici politici che non sono più solamente considerati come tali, ma diventano dei mostri pedofili che cercano di succhiare il sangue ai bambini. Tuttavia questi fattori emotivi non sono quelli determinanti e decisivi per credere in una teoria del complotto, perché il complottismo è un insieme complesso di fattori che si intrecciano tra loro e non è solo la credenza di una persona spinta dall’odio o dal rancore. Tant’è che ci sono tantissime teorie del complotto assolutamente innocue o assurde, come quelle delle scie chimiche o della terra piatta, che non sono politicamente così pericolose o non sono di certo dettate dall’odio verso qualcosa.

LB: Nel tuo libro racconti tanti complotti: da quelli sulla pandemia, a QAnon, passando per teorie decisamente sui generis come quella dei rettiliani o complotti dai risvolti drammatici, ad esempio le teorie cospiratorie nate dai Protocolli dei Savi di Sion. Individui questi fenomeni soprattutto nella destra estrema, come mai?

LB: Le teorie del complotto sono trasversali e tagliano in maniera obliqua tutto lo spettro ideologico e politico. Ci sono teorie del complotto da sinistra, ce ne sono moltissime, una su tutte è quella legata all’11 settembre. Adesso magari non ci ricordiamo, ma all’epoca la maggior parte del complotto venne fuori dalla parte, diciamo così, «democratica», perché era un modo di dare contro a George W. Bush e all’amministrazione repubblicana. Adesso siamo in un momento storico in cui un certo tipo di complottismo si è fuso con l’ascesa della destra populista radicale. Molti leader politici in Europa e negli Stati Uniti hanno fatto un ricorso assolutamente consapevole e strategico alle teorie del complotto. Quindi inevitabilmente anche gli elettori, i seguaci e i membri di questi partiti politici o comunque quelli affini ad una certa area ideologica hanno fatto loro volta uso e ricorso alla teoria del complotto. Ma c’è un altro punto.

LB: Quale?

LB: Le teorie del complotto sono sempre state uno dei capisaldi del pensiero di estrema destra, dal nazismo fino ai politici di questa stagione. Mi riferisco ad esempio a quelli che credono in teorie razziste come quella della sostituzione etnica, i cui elettori poi magari agiscono di conseguenza, cioè vanno a sparare in strada o compiere attentati. Questo è il caso dell’attentatore Breton Tarrant, che ha intitolato suo manifesto “La grande sostituzione” rifacendosi proprio a quella teoria del complotto.

Proteste no-vax a Milano
(Foto Luca Ponti)

LB: Fra i tanti complotti che racconti, vorrei soffermarmi su quelli legati alla pandemia e in particolare su quello dell’origine del virus e sulla nocività dei vaccini. Entrambi non nascono anche da una mancanza di informazioni o da una difficoltà a comprendere l’aspetto scientifico della questione (vedi i vaccini)?

LB: Sì, sì, assolutamente tutte le teorie del complotto prosperano quando c’è un vuoto informativo o quando non c’è una certezza diciamo scientifica. Chiaramente la scienza ha i suoi tempi e specialmente nel caso di una ricostruzione dell’origine di un virus, del salto di specie, i tempi sono lunghi e a volte nemmeno si arriva a conoscerne la vera origine. Ad esempio, per il virus dell’HIV ci sono voluti 50 anni di ricerche per arrivare ragionevolmente a ipotizzare il primo spillover ovvero il primo salto di specie. E quell’indagine ha riscritto tutta la storia e tutto il dibattito che si è fatto intorno all’HIV.

LB: È all’incirca la stessa cosa che sta accadendo con il covid-19.

LB: Tutto quello che è successo con le teorie del complotto sul covid è una sorta di aggiornamento di teorie precedenti. Per esempio la questione dell’origine del virus in laboratorio usa gli stessi stilemi narrativi dell’origine il laboratorio dell’HIV. Nel caso degli anni 80, questa teoria era stata rilanciata da operazioni sull’informazione principalmente condotte dal KGB, adesso invece è stata promossa da comunità complottiste e anche da leader politici, da Trump fino al portavoce del Ministero degli Esteri cinese, che si sono accusati l’un l’altro: cioè gli americani dicono che sono stati i cinesi e i cinesi dicono che sono stati gli americani. In questo senso anche quella teoria è una sorta di arma geo-politica.

LB: Il meccanismo vale anche per i vaccini.

LB: Gli argomenti usati dai movimenti antivaccinali sono gli stessi, ovviamente aggiornati alla modernità, che si diffodevano anche 130 anni fa: i vaccini sono pericolosi perché causano malattie più pericolose del virus stesso e contengono sostanze tossiche, sono uno strumento di coercizione di massa, quindi una sorta di esperimento medico che violerebbe vari codici tra cui quello di Norimberga e cose di questo genere. Nessuna teoria del complotto nasce da zero, sono tutte dei “bricolage” di altre teorie precedenti che utilizzano a piene mani le suggestioni che vengono della cultura pop – quindi dai film e dalla fantascienza – e prendono spunto anche dall’attualità.

Alex Jones durante una protesta a Dallas
(Foto Wikipedia)

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LB: Le teorie del complotto sono anche un business.

LB: In molti casi i teorici dei complotti sfruttano le teorie anche per fare soldi. È una cosa di cui in Italia si parla poco ma che all’estero è molto presente: è la dimensione economica del complottismo. Ci sono persone che fanno di mestiere i complottisti e vivono direttamente di questo. Di conseguenza hanno tutto l’interesse a spingere al massimo il complotto per generare visite ai propri siti, pagamenti per il numero di visualizzazioni e quindi introiti pubblicitari. Succede che vendano anche prodotti direttamente dai loro siti. Questo per esempio è una cosa che fa Alex Jones con InfoWars, creando questa media company con un negozio on-line dove viene venduta varia paccottiglia che va dalle pillole che ti proteggono contro le scie chimiche fino agli integratori che dovrebbero curarti dal covid e cose di questo genere.

LB: Come si “esce” da una teoria del complotto?

Non posso darti una risposta precisa. Non c’è una bacchetta magica con cui faccio smettere un complottista di essere tale. Credere in una teoria del complotto è un processo quasi sempre individuale dato da tantissimi fattori. Non esiste una propensione collettiva a credere ad una teoria del complotto, ma sono tante propensioni individuali con diverse motivazioni. Nel mio libro cito alcuni esperti che sostengono che non ci sia nulla da fare. Altri esperti pongono l’accento sull’empatia e sul rapporto personale, nel senso che un complottista non si fa mai convincere da un articolo o da un libro, e anzi c’è il rischio di ottenere l’effetto contrario, perché chi crede in una teoria del complotto pensa che tutta l’informazione “ufficiale” sia falsa e sia una conferma della teoria in cui crede. Lo stesso discorso vale per il debunking, perché chi smonta una teoria del complotto viene visto come un componente della cospirazione. Insomma non esiste un sistema on/off per fare in modo che un complottista smetta di esserlo. Le teorie del complotto distruggono legami affettivi, amicizie, addirittura famiglie. Per questo è importante, se possibile, iniziare un percorso di “uscita” dalle credenze di una persona a cui teniamo. Ma non è facile e non esiste una soluzione per tutti.