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Quando Berlino è diventata Teheran

Articolo. Sabato scorso circa centomila persone si sono radunate a Berlino per sostenere le proteste che in Iran vanno avanti senza tregua da cinque settimane, dopo la morte di Mahsa Amini. Tra loro c’erano anche tantissimi iraniani provenienti da Bergamo. Una di loro si chiama Sheghi Papavero, vive da undici anni nella nostra città, e qui ci racconta com’è andata. Nel primo articolo di una collaborazione con Eppen

Lettura 3 min.
La manifestazione a Berlino (Sheghi Papavero)

Sheghi Papavero («Papavero» non è il vero cognome, ma un soprannome) è una donna iraniana, nata a Teheran, che dal 2011 vive a Bergamo. Da quando è iniziata la protesta in Iran contro il regime degli ayatollah, è una delle principali attiviste che tengono alta l’attenzione nella nostra città, che da anni ha accolto una comunità iraniana molto numerosa.

Dopo 14 ore di guida ascoltando canzoni composte per la crescente rivoluzione iraniana, sono arrivata a Berlino. Qui la dolce lingua persiana si sentiva in ogni angolo. I treni, gli autobus, le auto e i voli in arrivo a Berlino erano pieni di iraniani provenienti da tutta Europa. Gli iraniani si stavano preparando all’arrivo della «Primavera della Libertà».

Vedendo tutto questo entusiasmo e soprattutto la speranza, lacrime di felicità ed emozione scorrevano lungo le mie guance. Siamo qui dopo 40 giorni dalla scomparsa di Mahsa Amini che è morta dopo tre giorni di coma causato dal pestaggio della pattuglia di polizia morale di Teheran.
Dopo la sua morte è cominciata la rivolta e sono morte più di trecento persone per la repressione, mentre più di mille sono gli arrestati.

Oggi siamo qui a Berlino per far vedere al mondo che noi iraniani abbiamo bisogno di farci sentire, abbiamo bisogno di aiuto per salvare i ragazzi che stanno combattendo in strada, senza nessuna protezione e senza nessuna arma per conquistare i loro diritti e la loro libertà. La televisione tedesca ha descritto il numero di persone che si sono radunate a Berlino come sorprendente e i rapporti hanno indicato che circa centomila persone hanno partecipato all’evento.

Allo stesso tempo, la televisione ufficiale del governo iraniano, in un servizio, ha coperto la notizia del raduno di circa diecimila persone in questa città, facendo passare la manifestazione come una protesta contro il prezzo elevato del carburante. Ciò dimostra quanto le notizie in Iran siano falsificate e fasulle.

I manifestanti hanno portato la foto di Mahsa e di altre vittime delle proteste in Iran. In questa manifestazione è stato cantato lo slogan «Sanandaj, Zahedan, siete gli occhi e la luce dell’Iran» a sostegno dei manifestanti delle città di Zahedan, Sanandaj e Saqqez, le cui proteste sono state represse nel sangue dagli agenti armati della Repubblica islamica dell’Iran. A Berlino gli iraniani hanno anche cantato slogan chiedendo il rilascio dell’attivista civile Hossein Rounaghi. All’inizio di ottobre Rounaghi ha chiamato la madre denunciando di essere stato picchiato in carcere e che gli agenti gli hanno fratturato una gamba.

Gli iraniani in protesta alla manifestazione di Berlino hanno anche alzato bandiere ucraine mostrando il loro sostegno al popolo ucraino che è stato attaccato dall’esercito russo. L’Ucraina ha accusato l’Iran di aver partecipato all’uccisione di persone e alla distruzione delle infrastrutture del Paese vendendo alla Russia droni da utilizzare nella guerra in Ucraina.

Dopo la marcia, tutto il popolo iraniano si è radunato in piazza.

Hamed, portavoce della «Ukraine Airlines Family Association», uno dei principali organizzatori della marcia di Berlino (il volo 752 dell’Ukraine Airlines è stato abbattuto dai missili dell’esercito iraniano la mattina di mercoledì 8 gennaio 2020 pochi minuti dopo il decollo dall’aeroporto di Teheran, e tutti i 176 passeggeri sono morti) si è rivolto al pubblico dicendo: «Con la caduta dell’impero della paura e del crimine di Ali Khamenei, il nostro sogno si avvererà».

Qual è il sogno di noi iraniani? Come lui ha detto:
«Nel nostro sogno, nessuno dà armi alla Russia per uccidere persone innocenti.
Nel nostro sogno, le minoranze non sono oppresse e i registi e gli attivisti civili non sono in prigione.
In questo sogno, nessuno attacca le scuole femminili, getta ragazzi dalle finestre simulando suicidi o spara loro da dietro.
In questo sogno, il vento soffia tra i capelli delle donne e i bambini non imparano un’ideologia da Medioevo.
In questo sogno, il mare di sangue non scorre tra le persone».

Hamed, a nome degli iraniani, ha chiesto alle autorità politiche del mondo di confiscare le ricchezze di questo governo all’estero, imporre sanzioni ai capi della Repubblica Islamica e smettere di negoziare con la Repubblica islamica. «Non vogliamo un intervento militare nel nostro Paese, ma vogliamo che i governi occidentali prendano di mira i capi del regime iraniano».
Hamed ha chiesto alle autorità politiche occidentali di onorare e riconoscere «la rivoluzione storica più progressista del Medio Oriente», portata avanti dai giovani in Iran.

In questo modo abbiamo avuto cinque ore da sogno a Berlino.

Finita la manifestazione, mentre camminavo verso la macchina sentivo i miei concittadini che parlavano di tornare nel paese di origine, di viverci e di far conoscere ai figli la propria cultura e la propria terra. Parlavano del desiderio di rivedere i loro parenti che non vedono da anni, di libertà e del sogno di vivere in un Paese democratico, un Paese dove nessuna madre ha paura di mandare i figli in strada e a scuola, di vivere in un Paese in cui ogni minoranza sessuale e religiosa possa viverci liberamente. Questa storia non è la storia dell’hejab (velo), è la storia della libertà, che è il primo diritto di ogni essere umano.

Ho messo in moto la macchina e ho percorso 1070 km fino a Bergamo. Sono piena di energia e speranza. Non potevo mancare a questo evento perché Berlino per 24 ore è stata Teheran. Una Teheran libera. Una Teheran che permette alla sua gente di parlare. Passo il casello dell’autostrada di Bergamo e canto «Generale» di De Gregori: «tra due minuti è quasi giorno, è quasi casa, è quasi amore…».

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