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“#STAIZITTA giornalista!”: odiatori da tastiera, quando il bersaglio sono le professioniste dell’informazione

Articolo. Dal linguaggio d’odio, agli insulti sessisti sui social, alle minacce alle professioniste dell’informazione. E poi hate speech e zoombombing. Un libro su un fenomeno complesso e articolato, con interviste, approfondimenti e soluzioni per contrastare l’odio online. Una delle due autrici, Paola Rizzi, lo presenterà domani alle 21 alla Libreria Il Gabbiano di Trezzo sull’Adda

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(foto Sergey Chayko)

Angela Caponnetto è un’inviata di Rainews impegnata a documentare l’immigrazione e quando si è imbarcata sulle navi delle ONG online sono cominciati gli attacchi degli hater. Nunzia Vallini è una delle rarissime direttrici di quotidiani in Italia ed è alla guida del Giornale di Brescia: il 3 novembre del 2020 ha scelto di mettere “in sonno” la pagina Facebook della sua testata avviando un “lockdown contro il virus delle male parole” per arginare il dilagare di insulti e di linguaggio violento. Monica Napoli invece è un’inviata di Sky, che realizza reportage su cronaca e politica, tra questi anche il lavoro sui carabinieri corrotti della caserma Levante di Piacenza, che le ha causato pesanti attacchi personali e insulti sui social.

La loro testimonianza, insieme a quella di altre quattro giornaliste italiane diventate bersaglio degli hater, è il cuore di un lavoro a quattro mani, che con dati e apparati teorici approfondisce il tema del linguaggio d’odio sui social media, indirizzato nello specifico alle professioniste dell’informazione in quanto donne. “#STAIZITTA giornalista! Dall’hate speech allo zoombombing, quando le parole imbavagliano” è il titolo di un libro di Silvia Garambois e Paola Rizzi, edito da All Around e realizzato in collaborazione con Fondazione sul Giornalismo “Paolo Murialdi” e GiULia – Giornaliste Unite Libere Autonome . A presentarlo alla Libreria il Gabbiano di Trezzo sull’Adda domani sera alle 21 ci sarà Paola Rizzi, una delle due autrici e caporedattrice del free press Metro.

“#STAIZITTA giornalista!” è un volume che sistematizza un lavoro già avviato da tempo, ma “la cui urgenza è esplosa durante il periodo della pandemia, dove tutti ci siamo trasferiti online, in una realtà che assume delle connotazioni specifiche, tra cui un effetto moltiplicatore dei comportamenti aggressivi e verbalmente violenti spiega Paola Rizzi, che insieme a Silvia Garambois ha raccolto le voci di sette professioniste dell’informazione, che si sono trovate al centro di tempeste di insulti sui loro profili social.

“Convincere queste colleghe a condividere la loro storia non è stato semplice, poiché condividere l’accaduto significa anche doversi raccontare nella posizione di donne colpite da discorsi d’odio e sessismo. Scegliere di parlare è un gesto di grande coraggio, che non è assolutamente scontato” continua la co-autrice di “#STAIZITTA”, che è anche parte del Direttivo Nazionale di GiULiA – Giornaliste Unite Libere Autonome.

“La nostra realtà nasce dalla sensibilità di alcune centinaia di giornaliste italiane, che hanno iniziato a occuparsi di come le donne vengono trattate nel mondo dei media – continua Paola Rizzi – Un dato: in Italia su 75-80 quotidiani abbiamo solo 4 direttrici, c’è ancora un grosso problema di discriminazione e di accesso a posizioni di grande responsabilità. Parallelamente, l’associazione ha avviato un discorso sul linguaggio dei media e su come questi trattano i temi di genere o addirittura non ne parlano”.

Tra gli impegni di GiULiA anche il sostegno alle colleghe vittime di hate speech sui social a causa del loro lavoro: “la cosa che abbiamo notato è che, per attaccarle sui temi scomodi che trattavano, gli hater non si concentravano su quelli, ma sceglievano la via degli insulti sessisti e quindi il bersaglio diventava il loro essere donne, non l’essere giornaliste.

(Foto New Africa)

Da qui è nato un lavoro sistematico in collaborazione con l’Osservatorio Italiano sui Diritti – Vox Diritti , che ha realizzato una “Mappa dell’Intolleranza” e che monitora l’hate speech su Twitter e una corposa attività di ricerca e analisi che viene approfondita nelle oltre 130 pagine di “#STAIZITTA”, in cui vengono individuate anche le modalità con cui si articola questo linguaggio d’odio: i due principali sono il body shaming e lo slut shaming.

Il body shaming, che è l’atto di deridere una persona per il suo aspetto fisico, è uno dei mezzi più utilizzati dagli odiatori sui social: “quanto sei brutta, sei una cessa, sei grassa, te lo ripetono all’infinito – spiega Paola Rizzi – Se tutti i giorni sui social media una persona è bersagliata da questo tipo di messaggio senza tregua, dopo un po’ non può non uscirne destabilizzata”.

Il fatto è che quando si vuole attaccare una donna spesso è il suo corpo a diventare l’obiettivo, non il ruolo che ricopre la persona, che viene invece ridotta alla sua esteriorità fisica e svilita rispetto alle sue capacità come professionista. “Accanto alle giornaliste, le più bersagliate e odiate sono le politiche, anche perché il loro lavoro le mette sulla piazza del consenso, ma anche qui l’insulto si orienta sempre sull’essere donna, non sul ruolo”.

Il passaggio successivo è quello della degradazione attraverso la negazione delle competenze e del valore professionale, ossia “lo slut shaming, cioè il dare della sgualdrina a una donna che sta facendo un’attività, che secondo l’hater non dovrebbe fare, perché in realtà in quella posizione ci è finita avendo concesso il suo corpo a qualcuno – continua Paola Rizzi – Questo tipo di dinamica è ricorrente, anche tra le testimonianze che citiamo. Pensiamo a un parlamentare che davanti a un servizio televisivo si chiede pubblicamente sui social: ‘Ma come c’è finita qui questa giornalista?’. Il suo commento sottintende tutto un sistema di pensiero degradante e arrivare all’insulto è un attimo”.

(Foto shaneinsweden)

Una particolare attenzione nel libro è dedicata anche al “fenomeno dello zoombombing, ossia delle incursioni di alcuni soggetti su Zoom o altre piattaforme online, durante eventi o discussioni su questioni di genere, sui migranti o sull’antisemitismo. Noi abbiamo preparato un piccolo ‘Decalogo contro lo zoombombing’ e nel frattempo anche le piattaforme si sono in parte attrezzate per contrastare questo tipo di situazioni”.

“I discorsi d’odio, gli insulti e quanto denunciato da ‘#STAIZITTA’ non si limitano in realtà solo alle donne, come dimostra il fenomeno delle incursioni nelle dirette online – spiega la giornalista – L’hate speech è stato affrontato già nel 2015 dalla Commissione Europea Contro il Razzismo e l’Intolleranza in senso più ampio”.

Il discorso dell’odio infatti è definito dalla Commissione come “il fatto di fomentare, promuovere o incoraggiare, sotto qualsiasi forma, la denigrazione, l’odio o la diffamazione nei confronti di una persona o di un gruppo, nonché il fatto di sottoporre a soprusi, insulti, stereotipi negativi, stigmatizzazione o minacce una persona o un gruppo e la giustificazione di tutte queste forme o espressioni di odio testé citate, sulla base della ‘razza’, del colore della pelle, dell’ascendenza, dell’origine nazionale o etnica, dell’età, dell’handicap, della lingua, della religione o delle convinzioni, del sesso, del genere, dell’identità di genere, dell’orientamento sessuale e di altre caratteristiche o stato personale”.

“Il tema dell’istigazione all’odio in realtà a livello legislativo in Europa si ritrova già da dopo la Seconda Guerra Mondiale, in riferimento all’odio razziale, etnico o religioso, che in Italia viene punito dalla Legge Mancino – continua la co-autrice di “#STAIZITTA” – Un passo importante sarebbe stato estendere le categorie legate a questo tipo di discriminazione attraverso il Ddl Zan, includendo anche disabilità e genere, ecco perché era importante che passasse. Attualmente poi abbiamo una ‘Rete nazionale per il contrasto ai discorsi e ai fenomeni d’odio’, nata di fatto nell’estate del 2019 e ufficializzata un anno dopo nella sede di Amnesty International a Roma, a cui si aggiungono attività parlamentari che si stanno occupando di questi temi, come la Commissione Segre”.

Nel libro poi vengono presentati numerosi altri progetti in contrasto all’hate speech, tra cui Parole Ostili, Potere alle Parole, l’azione internazionale degli attivisti #Iamhere e della divisione italiana #Iosonoqui o ancora il progetto Chi Odia Paga , per la tutela legale accessibile di chi è vittima di odio online.

La questione infine è educativa e culturale – ci tiene a sottolineare Paola Rizzi – I social hanno solo amplificato il riaffiorare di linguaggi e modalità violente di matrice patriarcale, il che è molto preoccupante. Pensate all’ultimo fatto del genere di cui siamo stati tutti testimoni, il caso di Greta Beccaglia, la giornalista aggredita in diretta tv: sui social sono stati in molti a minimizzare l’accaduto e la giornalista ha dichiarato di essere arrivata a provare anche senso di colpa perché forse aveva dei jeans troppo stretti. In casi simili un esempio di grande supporto è quello delle scorte mediatiche, gruppi di attivisti che si preoccupano di fare contro narrazione: quando vengo attaccata perché ho scritto o detto una cosa, questi si attivano per riempire la rete di messaggi positivi, un fatto molto importante che ha aiutato molto le vittime di hate speech. Il grande lavoro da fare qui è davvero sul piano formativo ed è un lavoro che va fatto insieme”.

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