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Toni Capuozzo, l’odore della guerra si sente ancora

Intervista. A trent’anni dall’inizio dell’assedio di Sarajevo, il giornalista «mette ordine ai ricordi», in un confronto tra passato e presente che investe la Bosnia, l’Ucraina e l’Italia dell’indifferenza. «Balcania» verrà presentato a Treviglio domenica 16 ottobre alle 20.45, in occasione della rassegna di lettura e dintorni «buon tempo festival»

Lettura 7 min.
Toni Capuozzo

Dall’ex Jugoslavia alla Somalia, dall’America Latina all’Afghanistan. Per oltre quarant’anni, Toni Capuozzo ha seguito conflitti in ogni parte del mondo, ma non hai amato essere definito un inviato di guerra. «Mi sembra che porti sfortuna», mi confida ridendo mentre lo raggiungo al telefono. «Ho raccontato guerre, ma anche paci, storie di cronaca italiana. Nel 2010, ho raccontato il salvataggio dei trentatré minatori rimasti intrappolati nelle miniere di Atacama. Ho cercato di non avere mai un occhio militare sulle cose, perché se diventi una specie di “militare in borghese”, tutto giubbotti antiproiettile e cronache di trincea, rischi di non sapere parlare il linguaggio della gente comune o di dimenticare che il tuo ruolo, in realtà, è quello di raccontare una guerra a chi non sa nemmeno che cos’è».

Gli anniversari, si sa, spingono a ricordare. A ripescare dagli scatoloni vecchie fotografie e a inseguire l’illusione che si possa mettere ordine a ciò che è stato. È così che è nato «Balcania», il libro che Toni Capuozzo presenterà domenica sera a Treviglio, in occasione del festival organizzato dal Sistema bibliotecario della bassa pianura bergamasca «buon tempo, libri per piacere» .

Alla vigilia del trentennale dall’inizio dell’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia bellica moderna, il giornalista ripercorre i conflitti dell’ex Jugoslavia, riprendendo articoli scritti ai tempi per testate come «Il Foglio» o «Lotta Continua», e alternandoli a riflessioni nuove, attuali. «Sentivo l’esigenza di fare un po’ di ordine nel passato. Poi, quando si è avvicinato il momento di andare in libreria era arrivata un’altra guerra, in Ucraina. Alcune domande, allora, si sono fatte più forti: che cosa cambiano le guerre? Che cosa resta trent’anni dopo? E soprattutto: si è mai vista una guerra che migliori il mondo?». È da questa domanda, e dal confronto tra le guerre di ieri e quella di oggi, che comincia la nostra intervista.

MM: Il titolo del primo capitolo del tuo libro è «La guerra sotto casa». Quando l’ho letto, non ho potuto fare a meno di pensare all’Ucraina… Vedi delle somiglianze tra i conflitti che hai seguito nei Balcani e la guerra in Ucraina?

TC: Innanzitutto, c’è una grande differenza. Di quella guerra, nonostante fosse davvero sotto casa, non ci importava molto, in Italia. Non perché non ci fosse l’informazione, perché i giornalisti sul campo c’erano, ma era una guerra che ci risultava confusa, era difficile capire chi fossero le vittime e chi fossero gli aggressori. E poi, quella guerra poteva turbarci dal punto di vista delle coscienze, perché vedevamo innocenti soffrire, ma non ci toccava il portafoglio. Non eravamo investiti da ondate di profughi ed eravamo ben certi che non avremmo mai sentito l’eco delle bombe… anche se dall’Italia partivano gli aerei che andavano a bombardare Belgrado – me lo ricordo bene perché c’ero. Questa, invece, è una guerra che ci tocca, per così dire, anche nell’economia domestica, nelle sofferenze da fabbisogno energetico. È una guerra dove pronunciamo parole che avevamo dimenticato, come «rischio atomico». È una guerra nella quale non possiamo permetterci il cinico lusso di far finta di niente.

MM: Nel tuo libro, ricordi di quella volta in cui, in un talk show su Rai1, avevi sentito un politico dire che i bambini morivano negli ospedali di Belgrado. Una notizia falsa, che commenti così: «ragionare all’ingrosso, per teoremi e pregiudizi, uccide le storie vere». Guardando all’Ucraina, mi sembra che anche oggi la propaganda, la televisione, la stessa informazione a volte uccidano le storie vere, anziché raccontarle.

TC: Capita spesso, ed è la ragione per cui uno deve cercare di tirare fuori almeno il filo di un’esistenza, con un nome e un cognome, dal mucchio delle vittime. In questa guerra, questa che stiamo vivendo, c’è un’informazione che racconta quasi esclusivamente un lato della luna, che è quello colpito dall’aggressione russa, le bombe sulle città ucraine, le vittime tra i civili ucraini. Raramente viene raccontato quello che avviene dall’altra parte, dove anche lì ci sono vittime civili: nel Donbass c’è una guerra che è in corso dal 2014. Il modo con cui stiamo facendo informazione non è volto a raccontare le sofferenze dei civili da qualunque parte si trovino. È quell’informazione che non accompagna tentativi negoziali, né uno sforzo di pace, ma la marcia verso la vittoria.

MM: Questo raccontare «l’altro lato della luna» è una cosa che hai imparato a Belgrado negli anni Novanta, stando “dall’altra parte della barricata”.

TC: Ho imparato che gli orrori di una guerra non sono mai da una parte sola. Voglio sempre ricordare che la Seconda guerra mondiale, una guerra che non poteva non essere combattuta, è stata chiusa nel Pacifico da noi, dai buoni, dagli alleati, con due bombe atomiche su due città. In guerra, anche i “buoni” commettono i loro crimini, i loro orrori, perché è la guerra stessa che è un crimine.

Sarajevo, 1992
(Foto Christian Maréchal)

MM: Nella prefazione di «Balcania», scrivi che il tuo libro appartiene all’ora dei racconti, la sera, in una stanza di Sarajevo, piuttosto che all’ora delle notizie. Credi che i racconti spieghino la realtà meglio che le notizie?

TC: Spesso, le notizie hanno la freddezza dei numeri. Allora raccontare cos’è successo all’umanità – non a Sarajevo, ma a un uomo con un nome e un cognome, a un padre, a una figlia, a un ragazzo – secondo me consente di immedesimarci un po’ di più, di capire che non sono morte 50 o 100 persone, ma persone che come noi hanno amato, sperato, coltivato sogni, sono stati sorpresi della guerra.

MM: Da giornalista, cito le tue parole, hai cercato di «dare un volto, un nome, un passato a ogni vita spazzata via». Nel nostro piccolo, a Bergamo abbiamo cercato di fare un po’ questo durante i primi mesi di pandemia, allestendo uno schermo davanti alla sede del giornale dove ogni giorno scorrevano i volti e i nomi delle vittime, e un memoriale online, dove chiunque poteva scrivere un ricordo.

TC: Lo ricordo bene, ed è una cosa che ho apprezzato molto e ho citato più volte in alcuni post sui social, perché aiutava a uscire dall’aridità inevitabile dei bollettini di guerra del Covid: i morti, i guariti, i ricoverati, le terapie intensive… E lì c’è stato il racconto, fosse stato pure sul più anziano iscritto della sezione Alpini, sul droghiere di un paese, sulla vecchia maestra… aiutava a dare un’anima, una storia a persone che altrimenti sarebbero stati numeri.

MM: A un certo punto, nel tuo libro, scrivi che nei Balcani hai perso l’illusione che il giornalismo potesse cambiare il mondo, che puoi raccontare tanti orrori e non cambia niente. E poi dici che la cosa più utile è stato non tanto il raccontare le storie, ma ascoltare chi te le raccontava, fare del microfono un “confessionale”.

TC: L’assedio di Sarajevo è stato l’assedio più lungo del secolo, nonostante ci fossero sempre state delle troupe giornalistiche, degli inviati che raccontavano quanto stava succedendo. Ci sono voluti quattro anni perché la comunità internazionale intervenisse. Quante volte abbiamo denunciato la pulizia etnica villaggio per villaggio, prima di Srebrenica (il massacro di oltre 8000 ragazzi e uomini musulmani bosniaci, ndr)… Sono cose che ci è stato più comodo dimenticare. Le denunce che abbiamo fatto non sono servite a niente, se non a mettere un microfono sotto la gola di qualcuno che si credeva totalmente dimenticato dal mondo e aiutare i sarajevesi a sfogarsi, a raccontare.

Il tunnel utilizzato durante l’assedio per entrare e uscire da Sarajevo
(Foto Sinedita Eco)

MM: È stato questo senso di impotenza, di inutilità del giornalismo di cui parli, però, che ti ha spinto a diventare tu stesso notizia. A salvare dalle bombe Kemal, il bambino di quattordici mesi mutilato da una granata che hai preso in ospedale, portato in Italia, curato, cresciuto e restituito poi ai parenti rimasti. Più volte, hai detto che Kemal è stato «l’unica cosa che conta».

TC: Kemal ha trascorso i cinque anni della guerra in Italia, è stato seguito, ha avuto amore e cure. Oggi sta bene, l’ho visto per l’ultima volta due mesi fa, però capisci che le guerre non si chiudono come nei libri di storia. Per Kemal, questa è una guerra che durerà per tutta la vita: gli ha lasciato delle tracce, nella mutilazione, nell’assenza di una madre. Ha solo una foto di sua madre: la foto di lui appena nato in ospedale, con la madre che ha ancora i segni della fatica del parto, quel sorriso di un travaglio finito… Noi non ce ne rendiamo conto, perché nei nostri paesi i monumenti con i nomi di quelli che non sono tornati sono persone che non abbiamo mai conosciuto, non vediamo ragazzi che non sono mai diventati padri, donne rimaste vedove, perché per nostra fortuna non abbiamo l’esperienza della guerra. Se vai nei luoghi della guerra, questi vuoti li percepisci. Sarajevo è una città invasa dai cimiteri. Per terra ci sono i segni delle granate, che hanno dipinto di rosso, le chiamano le «rose di Sarajevo».

MM: Com’è per te oggi tornare lì, a Sarajevo?

TC: Guarda, devi andare lì senza farti la domanda peggiore: ne valeva davvero la pena? A cosa è servito tutto questo? Sai, a volte ci sono delle guerre che non puoi fare a meno di condurre, per difenderti. Però, quando ti guardi indietro vedi che una guerra come questa ha lasciato solo cicatrici, eredità di sospetti, antagonismi, un mondo che si è perso per sempre ed è stato sostituito da un mondo dove non parlano le armi… ma non parlano neanche gli abbracci.

Cimitero musulmano sulle colline di Sarajevo

MM: Hai raccontato molte cose, nei tuoi libri. In «Balcania», a un certo punto, scrivi che avresti dovuto e voluto raccontare l’anima della città. In che senso?

TC: Perché è quella che non si è salvata, l’anima. Sarajevo era una città multiculturale, multi religiosa, multietnica. Pur essendo rimasta una città tollerante in cui sono presenti religioni e culture diverse, quella convivenza che era così esemplare, e il cui ricordo ha tenuto viva la resistenza dei sarajevesi (tutto il caseggiato festeggiava il Natale ortodosso come la fine del Ramadan), oggi non c’è più. Sarajevo ha fatto la fine di tante città che sono state crogioli di culture diverse, nei secoli, penso a Smirne o Salonicco. L’anima di Sarajevo è stata una delle vittime della guerra, forse la più importante.

MM: Ne «Il giorno della guerra», di cui riprendi alcuni passaggi, racconti la storia di Milena la cieca, che la guerra non la vede, ma ne sente l’odore. L’ultima domanda che ti faccio è un po’ strana. Che odore ha la guerra, per te?

TC: Sai, oggi Sarajevo è una città come tante altre, con i suoi negozi, i suoi ristoranti, i caffè. Io quando penso all’odore della guerra penso a quell’odore della legna che veniva bruciata per scaldare le stanze dove la gente dormiva, penso ai tubi che portavano fuori il fumo dalle finestre rotte. Era impossibile sentire odore di cibo, quello che senti adesso passando davanti a un ristorante o un fast food. L’odore della guerra resta nei ricordi, nella testa delle persone, oltre che nei libri di storia.

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