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Cos’è la felicità sulla terra secondo Primo Levi

Articolo. Le pagine de “La chiave a stella” protagoniste a Fiato ai Libri il 19 settembre a San Paolo d’Argon

Primo Levi (Mario Monge, 1986)

Le telecamere della RAI il 4 luglio del 1979 si trovano al Premio Strega. Il giornalista Luciano Luisi è seduto accanto a Primo Levi, che i sedici voti della giuria decreteranno a breve vincitore della trentatreesima edizione del riconoscimento al miglior libro dell’anno. L’autore è visibilmente emozionato, quasi intimidito. I fotografi sono pronti a immortalarlo perché sono pochi i suoi ritratti negli archivi e Primo Levi, è risaputo, ha un carattere molto schivo.

Non è mica detto che chi scrive un libro sappia tutto quello che c’è dentro il libro che ha scritto – dirà al microfono Rai l’autore di “Se questo è un uomo” – forse alcune cose le capiscono meglio i lettori…”. Quell’anno Levi, insieme al Premio Strega, vincerà anche il Premio Bergamo con “La Chiave a stella”, il libro che Giorgio Personelli, direttore artistico di Fiato ai Libri, ha scelto per ricordare i cento anni dalla nascita dello scrittore. Su queste pagine l’attrice Elena Scalet ha lavorato insieme al chitarrista Gipo Gurrado per la lettura con accompagnamento musicale che debutterà sul palco dell’Auditorium di San Paolo d’Argon giovedì 19 settembre alle 20.45 (ingresso libero).

Un doppio anniversario e un doppio premio

Primo Levi nasce il 31 luglio del 1919 a Torino. A 24 anni è partigiano nelle montagne della Val d’Aosta, dove viene arrestato e nel 1944 deportato ad Auschwitz. Dopo aver raccontato le atrocità dell’Olocausto nella trilogia “Se questo è un uomo”, “La tregua” e “I Sommersi e i Salvati”, Levi scriverà anche opere fuori dall’abisso dell’Olocausto, come “La Chiave a Stella”, che raccoglie le avventure del montatore specializzato Libertino Faussone, piemontese e grande amante del suo lavoro, motivo per cui il protagonista del libro si muove in diverse parti del mondo dall’Africa all’India.

Sulle tracce de “La chiave a stella”

Prima dell’uscita ufficiale del libro per Einaudi, il 13 marzo 1977 Levi aveva pubblicato su La Stampa “Meditato con malizia”, un racconto in cui compare per la prima volta Faussone. Quando lo scrittore ascolta le sue prime avventure, il montatore sta pranzando in una mensa operaia in Russia. Un luogo ispirato a Togliattigrad, dove Levi aveva lavorato all’inizio degli anni Settanta: qui sorgeva il sito produttivo Fiat, nato nel 1966 da un accordo tra Italia e Russia.

A quel primo racconto nel giro di un anno e mezzo ne seguiranno altri tredici, che comporranno “La chiave a stella”, il cui titolo rimanda all’attrezzo che il protagonista porta sempre legato al fianco. “Levi intendeva scrivere un libro edificante, che conferisse dignità al mestiere di montatore e lo collocasse nella mappa della letteratura”, come scriverà Ian Thomson in “Primo Levi. Una vita”, libro nato dall’incontro dello scrittore inglese con Levi nel 1986, un anno prima della sua scomparsa.

“La Chiave a stella” per le tematiche affrontate rientra nella letteratura novecentesca dedicata all’industria, un filone che raccoglie opere costruite attorno ai temi della fabbrica e dell’industrializzazione, come già in Elio Vittorini e Ottiero Ottieri.

Una doppia vita. Chimico o scrittore?

Nel corso del libro, in uno dei rari interventi, Levi parla a Faussone di Tiresia, l’indovino che visse sia l’esperienza di essere uomo, sia quella di essere donna. Un riferimento che nella biografia dello scrittore si traduce nella doppia esperienza lavorativa come chimico (“un lavoratore quasi manuale” lo definirà) e come scrittore.

Nell’intervista rilasciata alla RAI in occasione dello Strega infatti Levi dirà che “c’è un’invidia da parte dello scrittore di fronte al montatore, che possiede degli strumenti che gli permettono di misurare passo per passo quello che fa; mentre lo scrittore purtroppo queste cose non le possiede o le possiede in misura molto indiretta, attraverso la voce molteplice del pubblico e dei critici”.

Primo Levi
(Foto Archivio ANSA)

(Quando) il lavoro è passione

Il lavoro di cui parla Primo Levi ne “La chiave a stella” non è più il “lavoro che rende liberi”, l’Arbeit macht frei di Auschwitz, di quell’uomo che “lavora nel fango / che non conosce pace / che lotta per mezzo pane”, come scrisse nell’epigrafe del suo memoriale “Se questo è un uomo”.

“Il lavoro qui è creazione. Per l’autore, che parla spesso attraverso il suo alterego Faussone, mettere insieme una torre o lavorare a queste gigantesche centrali è quasi una creazione artistica – spiega Elena Scalet, che dall’opera di Levi per la lettura di Fiato ai Libri ha estratto i passaggi più solari e divertenti, capaci di rispecchiare la visione di teatro brillante dell’attrice – Lavorare con metodo, costanza e competenza ti porta ad appassionarti a quello che fai. Non resta solo un lavoro che ti dà da vivere, ma ti gratifica anche umanamente”.

Se si escludono i singoli istanti prodigiosi che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro purtroppo è privilegio di pochi e in fondo costituisce la migliore approssimazione alla felicità sulla terra.

È questa la visione del lavoro che Levi ha ne “La chiave a stella”, un libro che però non era stato accolto bene da una certa parte della sinistra italiana, che nell’elogio al lavoro coglieva una tendenza reazionaria e antilibertaria”, come spiegherà di recente Martina Mengoni su Doppiozero.

Elena Scalet
(Foto Michela Piccinini)

Un viaggio brillante nel lavoro con Primo Levi

Elena Scalet per questa lettura ha scelto una cifra stilistica che segue la lingua di Faussone: “un linguaggio semplice, un dialogo che in realtà è un monologo a tratti molto leggero. Viaggiamo su toni brillanti, che si aprono a squarci divertenti, in un limbo tra realtà e immaginazione, incontrando paesi lontani, lingue strane e inflessioni piemontesi, che abbiamo voluto esaltare nella nostra lettura. Un dialogo tra le parole di Levi e la musica di Gipo Gurrado, sul palco insieme a me”.

Un mestiere in linea con le proprie passioni

Premiato due volte quarant’anni fa, questo libro secondo Scalet porta un messaggio in bottiglia: “il lavoro è un problema per molti, specialmente per i giovani. Quello che però questo libro invita a fare è, nonostante tutto, aggiungo io, trovare quello che veramente ci interessa e poi dedicarci ad esso con passione, per far sì che diventi qualcosa che vada oltre l’essere fonte di guadagno. Qualcosa che possa anche permetterci di vivere le nostre passioni. Qui dentro ho trovato un grande invito a crederci sempre e a non arrendersi”.

http://www.fiatoailibri.it