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Diecimila candele di luce e una fetta di pane imburrato: “Reality” di Giuseppe Genna

Articolo. Nel profluvio di libri che stanno uscendo sulla pandemia, l’opera dello scrittore milanese è un corpo a corpo con il virus e le sue conseguenze. E c’è anche una Bergamo silenziosa e devastata

Lettura 3 min.

Una fetta di pane imburrato. Salato. Tutte le mattina il sindaco di Milano ordina una fetta di pane imburrato e salato. Il dettaglio (un sindaco fantasmagorico, un’invenzione realistica) sembra innocuo, e di per sé lo è, ma non nell’assalto al virus che Giuseppe Genna compie in “Reality. Cosa è successo”, forse l’opera più importante uscita fino ad ora dopo la prima onda della pandemia. Genna è scrittore e uomo, in una convergenza per cui le due parole coincidono. La vita come testo, il testo finito, come ha scritto nel precedente (magnifico) “History”, eppure è qui.

“Reality” racconta le settimane più dure dell’infezione, dal 19 febbraio al 2 maggio e oltre. Dedica l’opera al grande poeta Mario Benedetti, morto il 27 marzo proprio di Sars-CoV-2. Nell’incipit parafrasa il celebre palindromo In girum imus nocte et consumimur igni: “Giriamo la notte divorati dal fuoco, consumati dalla vita e dall’ansia di non essere più noi giriamo e giriamo, per la città concentrica noi giriamo e facciamo questo: guardiamo”. E sì, guardiamo, ma davvero, in un corpo a corpo con la realtà che conduce fuori dalla narrazione mediatica per riportarci al corpo nudo del contagio.

Si muove Genna. Si muove e guarda. In motorino, con i polmoni catarrosi. Dentro i palazzi svuotati dal lockdown, nelle terapie intensive, nelle periferie abbandonate e ripopolate da qualcuno con una propria legge. Anche a Bergamo, deserta e sgomenta, con le sue bare, i carri militari, il cimitero pieno di bare, il sindaco che si trova faccia a faccia con la natura, fuori da quel mondo di vetrocemento che è il suo e anche il nostro. E non capisce del tutto, non capiamo del tutto neppure noi. Una fetta di pane con burro e sale. Uno degli occhi di un libro che è un ciclone travolgente e ingabbiante, un waterboarding benefico: eccola qui cosa è stata la pandemia veramente.

Giuseppe Genna

È una materia cangiante l’infezione. Genna ci si butta, la afferra, la manipola per dire (anti)poeticamente lo spirito grigio del tempo, la disperazione a bassa intensità che si esprimeva nelle sale d’aspetto dei pronto soccorso e ora non lo può più fare. Perché è tutto infettato. E se la normalità non era normale prima, figuriamoci adesso.

Non va tutto bene. Non va proprio. Il tempo si impasta, non scorre più, Genna lo incide con la sua scrittura volumetrica, a volte inevitabilmente eccesiva. Racconta le settimane del covid-19 con una penna che è una pinna caudale nel mare del contagio. Lo taglia, lo seziona, ci seziona. C’è qualcosa di catartico in “Reality” che lo rende meritevole di una lettura. Che deve essere veloce, immersiva, in abbandono alle parole. Del resto ok la riscoperta della solidarietà tra prossimi, ma cosa siamo se non abbandonati dinanzi ad un’entità non-viva che ci terrorizza e ribalta il mondo?

Allora mi sono chiesto che proposte fare ai buyer cinesi. Non possiamo perdere quel mercato. È cinese il mercato che funziona, tutto il resto è superato o accessorio. E allora ho avuto quest’intuizione solidale: inviamo in dono i vestiti per abbigliare i morti. L’Italia aiuta la Cina, il fashion è etico, siamo portatori di valori e non solo d’interesse. Ho iniziato subito a pensare alla collezione. È un’intuizione potente, all’altezza delle esigenze di mercato e al netto di altre idee che ci possono venire nel frattempo, ma dubito ci verranno. Questa mi sa di idea finale...”.

Uno dei capitoli più duri da digerire è quello sulla “crème dei fuorisalone, dei fuorisfilata”, un’apnea nel nulla più profondo, trattenendo il fiato e lasciando che l’ossigeno in difetto annebbi il cervello. Tutto è mercato, valore, denaro. Anche un’infezione che si diffonde, dopo i primi due cinesi a Roma, il paziente a Codogno, la ramificazione virulenta. Come reagisce il mondo a tutto questo? E chi lo sa. Come reagisce Milano invece è ciò che Genna racconta, infiltrandosi, per guardare la parte di mondo che non ci viene detta: morendo o anestetizzandosi. Gli eroi negli ospedali e il fentanil. Gli anziani che muoiono da soli nelle terapie intensive che non hanno più posti. Il Palazzo di Giustizia evacuato e una figura mesmerica come Padre Steiner, che nel mood ricorda a chi scrive “Gli angeli dello sterminio” di Giovanni Testori.

È tutto questo “Reality”. Cronaca, realtà, narrazione. Dettagli che esplodono e aumentano il gradiente di verità. Il pane imburrato del sindaco. E il nonno buono, come lo dipingono i media, Mattarella che discusse con gli americani nel 1999, governo D’Alema, il bombardamento dell’ex Jugoslavia – quindi, come si dice in questi casi, uno “strutturato” a sufficienza altroché. In questo modo Giuseppe Genna racconta “Cosa è successo”. Non c’è parole che non vibri, non c’è parole che non ci appartenga.

Padre Steiner, dobbiamo creare in piazza Duomo, contro il Duomo, un muro largo che ne impedisca la vista, largo come tutta la piazza, e sopra il muro dobbiamo incidere i nomi e i cognomi dei morti per questo virus e, per ogni nome, dieci candele elettriche: non si dovrà vedere altro che luce, non vedremo più il Duomo, non vedremo nemmeno il muro, vedremo soltanto la luce elettrica di diecimila candele, ne saremo accecati”.

Sito Giuseppe Genna

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