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«Il duca» di Matteo Melchiorre, ovvero la vita oltre il sangue

Intervista. Vincitore del Premio Narrativa Bergamo 2023, «Il duca» è un romanzo sull’orgoglio, la vendetta e la violenza. Ma anche sul desiderio di superare gli antichi paradigmi in nome della libertà e dell’aria «signora di ogni cosa», come racconta l’autore stesso

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La copertina del romanzo

«Il senso della giustizia […] fece di lui un brigante e un assassino». È una frase tratta da «Michael Kohlhaas», racconto capolavoro di Heinrich von Kleist, in cui efficacemente viene riassunta la parabola discendente del personaggio principale, il mercante di cavalli Michael Kohlhaas per l’appunto che, per riparare un torto subito (l’iniqua requisizione di due morelli), non esita a prendere in mano le armi e ad abbandonarsi alla violenza, dando il via a una serie di azioni concatenate dall’esito tragico e funesto.

Ne «Il duca» di Matteo Melchiorre (Einaudi 2022), vincitore del Premio Narrativa Bergamo 2023, si respira appieno questa tensione. Anche qui, ci sono due mondi contrapposti, anche qui, a causa di una proprietà contesa, si innesca una faida che dissoda conflitti e dissapori apparentemente sopiti e dimenticati, le cui radici, quasi, affondano nella notte dei tempi. Anche qui, il protagonista (dai vaghi tratti byroniani) porta avanti la propria battaglia nel solco di quello che lui crede essere un ideale di giustizia o, per meglio dire, di onore. Quel che lui immagina essere onore, però, è solo un arcaico (e pulsionale) desiderio di vendetta che, del resto, anima il territorio che circonda Vallorgàna, il paese in cui egli vive. Un territorio di mezza montagna, a tratti aspro, spesso contradditorio e a volte impietoso.

Sarà proprio quest’ossessiva e irrazionale bramosia di rivalsa (vera e propria hybris) a far precipitare gli eventi verso la catastrofe. Una catastrofe (in realtà solo sfiorata) che, a differenza del «Kohlhaas» di Kleist, segnerà l’inizio di una rinascita, il principio di una prospettiva più matura e di una relazione più sana da parte del protagonista con quel territorio da lui abitato, e con cui infine potrà dirsi in simbiosi.

FR: Matteo Melchiorre, da dove nasce il suo romanzo?

MM: Nasce dalla volontà di raccontare un luogo della mezza montagna che attraverso descrizioni estremamente concrete, ho cercato di rendere il meno astratto possibile. La storia narrata è quella di un uomo fondamentalmente inattuale: è nobile e può fregiarsi del titolo di conte (anche se tutti, per via di un antico sarcasmo, lo chiamano «il duca»). Da dieci anni, vive nella villa dei suoi avi (i Cimamonte) nel paese di Vallorgàna. La vicenda prende piede nel momento in cui un abitante di Vallorgàna, Mario Fastréda (una sorta di signore territoriale ma non nobile come il duca), ruba del legname nei boschi appartenenti alla famiglia del duca. Da questo fatto, come detto, si snoda tutta la vicenda che cela, al proprio interno, un segreto che verrà rivelato verso la fine del libro.

FR: All’interno del romanzo, si possono individuare sfumature cronachistiche e storiografiche, ma anche gotiche, fiabesche, oniriche e poliziesche. «Il duca» è un piccolo pot-pourri?

MM: Ci sono suggestioni differenti, date in parte dall’intreccio ma anche dai luoghi che ho voluto raccontare. I luoghi che descrivo già per loro natura conservano un elemento gotico e fiabesco.

FR: A pagina 111, il duca afferma: «mi sento nobile, e non perché ritenga di avere un animo nobile, ma per via di qualcosa che se non è il sangue è qualcosa di molto simile a esso, qualcosa che scorre dentro la mia persona e che in questi ultimi tempi, mio malgrado, scalpita e smania come non mai». A pagina 406, invece, si legge: «La voce del mio pensiero sostenne inoltre che dovevo ammettere la seguente verità: il sangue è signore di ogni cosa». «Il duca» è un romanzo sul sangue, inteso come lignaggio e predestinazione, ma anche e soprattutto come violenza e affermazione di sé?

MM: È un libro sul sangue che, in primis, intende porre il sangue all’interno di una riflessione relativa alla struttura sociale che ha regolato l’Occidente per secoli. Un tentativo, insomma, di penetrare nel mondo del “sangue privilegiato” per valutarne le implicazioni e le stratificazioni metaforiche. Anche il duca, di per sé un uomo mite, cade in questa metafora. Più il suo antagonista cresce, più lui sprofonda in questa logica del sangue alla quale all’inizio non crede. Ma alla fine, quando rinsavisce, il duca ridiscute quella che alla fine non è altro che una metafora (e una follia dell’«Ancien Régime»), affermando come ciò che davvero conti sia l’aria, intesa come vita e come progettualità. L’aria è signora di ogni cosa.

FR: Il sangue, fra l’altro, viene invocato, esaltato, desiderato ma alla fine, in modo inaspettato, si prenderà gioco sia di Fastréda che del duca.

MM: Esatto. Il sangue alla fine, paradossalmente, sarà ciò che meno distanzierà i due personaggi.

FR: C’è memoria senza violenza?

MM: Da sempre, i possessori della costruzione della memoria (persone o sistemi in sella al potere) amano far sì che sia la successione di vicende violente a dare ritmo alla narrazione. Alla narrazione però, non alla storia in sé. La storia esiste a prescindere dagli eventi che la formano. Quindi ci può essere memoria senza violenza. La memoria dei microcosmi, se così si può dire, microcosmi come Vallorgàna. Una memoria scandita, per esempio, dal tipo di raccolto, dalla successione dei parroci, dagli eventi atmosferici. Il nesso fra violenza e memoria, quindi, è possibile, ma non necessario.

FR: E onore senza violenza?

MM: L’onore è qualcosa di culturalmente più definito rispetto ai sentimenti rudimentali che muovono il duca e Fastréda. Siamo nel campo dell’orgoglio e della vendetta, stati embrionali dell’onore. Azioni meccaniche e irrazionali che sono immagine sbiadita dell’onore che animava gli avi del duca.

FR: A pagina 80 si legge: «Ignoravo […] che le mie smanie erano però già andate distillandosi in purissimo veleno, e che questo stesso veleno, intossicando i miei pensieri, se ne stava più che mai pazientemente in agguato, pronto a impadronirsi della mia persona e a indurmi quel medesimo giorno […] a commettere una straordinaria sciocchezza». Orgoglio, rivalsa, vendetta, odio… una lenta discesa verso il maelström. Perché tutto ciò?

MM: Il sentire del duca esplica al meglio quanto anche lui stia sprofondato nelle logiche d’odio di Vallorgàna che, in un certo senso, simboleggiano quelle logiche d’odio che sono spesso comuni nei piccoli paesi della penisola italica. Un odio causato da vicende apparentemente dormienti, appollaiate nei pozzi della memoria. Un odio trasmesso, spesso inconsciamente, dai genitori o addirittura dai nonni e dai bisnonni. È sufficiente la combinazione di due o tre fattori scatenanti (un confine, un’eredità…) per far esplodere la discordia.

FR: A partire da pagina 38, a proposito di Nelso, amico del duca, si dice: «Prima si dedicò alla denuncia dei vizi che capita d’incontrare in chi lavori nel bosco: la fretta, la furia, l’avidità, il disordine, la spericolatezza. Dopodiché esaminò le virtù che si ricercano nel buon boscaiolo: metodo, pazienza, esercizio, fatica, precisione e senso del limite. Di ciascuna di queste virtù e di ciascuno di questi vizi, Nelso descrisse ogni perché e ogni percome, e quando infine arrivammo a destinazione, mi domandò se avessi capito che con il bosco non si scherza, poiché il bosco non è un gioco ma un difficilissimo mestiere. Gli dissi che l’avevo capito: il bosco è un’arte. ma Nelso sostenne che allora non avevo capito proprio niente: il bosco non è un’arte. È un mestiere». Queste righe mettono in evidenza la superiorità del lavoro manuale rispetto a quello intellettuale?

MM: Non esattamente. È una critica alla visione edulcorata della montagna, ma anche a quella che concepisce l’arte come il possesso di qualche talento innato che si esprime senza fatica, fallimenti, necessità o rigore. Rivendico, insomma, la superiorità dell’esperienza sulla chiacchiera, sia nel campo teorico-intellettuale che in quello manuale e pratico.

FR: A pagina 40 si afferma come il buon boscaiolo conosca le cose per quello che sono ma anche per quello che sono state. Il fatto che, in quel punto del libro, Nelso raccolga terra nera e frantumi di legna carbonizzata (presagio, forse, dell’incendio che avverrà), pare quasi suggerire come il boscaiolo conosca anche il futuro. Che significato assume la figura di Nelso e del boscaiolo?

MM: Nelso è la figura che traduce al duca codici e linguaggi di Vallorgàna, la grammatica della montagna. È un traduttore.

FR: All’interno del romanzo, c’è spazio anche per alcune parole in dialetto. Il dialetto, con la sua musicalità, assurge a sigillo di un mondo che lentamente scompare?

MM: La parola in dialetto è sicuramente simbolo di un mondo che, con l’avanzare della tecnologia, tende a scomparire. Tengo però a sottolineare come l’uso di determinate parole non sia legato a un desiderio estetico o folclorico, bensì a un processo di fedeltà storica e filologica che, prima di tutto, è funzionale alla narrazione.

FR: Chi è veramente Fastréda?

MM: Fastréda rappresenta l’individualismo più sfrenato che, attraverso la fede cieca nel progresso, non si fa scrupoli nel calpestare il prossimo e il creato. Un modello di sviluppo che ha danneggiato anche la montagna. «Il duca» è un libro contro il privilegio nobiliare ma anche contro quella visione estremamente aggressiva propria del capitalismo.

FR: Che ruolo gioca Maria all’interno del romanzo?

MM: Maria rappresenta la forza dell’istinto, quella che manca al duca (che al contrario può vantare una profonda forza cerebrale). Il duca, continuamente appiattito su una dimensione di autoanalisi e autolettura, non ha questa risorsa. Maria è uno sguardo esterno su Vallorgàna. Nel giudizio di Maria, il duca riconosce qualcosa di lesivo per la propria immagine. Eppure, proprio per questo (e per il fascino che lei esercita su di lui), i due sono in equilibrio e si completano a vicenda.

FR: Alla fine, il duca rimane a Vallorgàna. Nulla cambia. Dopotutto, il libro termina come era iniziato…

MM: Tutto il romanzo in realtà narra il lento cammino del duca verso un cambio deciso di prospettiva, all’insegna della consapevolezza e della conoscenza di sé. Attraverso l’odio (e grazie alla chiave di lettura offertagli da Maria), il duca alla fine riuscirà a sentirsi davvero a casa, cittadino legittimo di Vallorgàna, pari fra i suoi avi, in pace con sé stesso e con il territorio che lo circonda. Un territorio non più solo da vivere bensì da abitare. Un privilegio che la maggior parte di noi, legati ai luoghi solo per semplice appartenenza anagrafica, non possiamo comprendere fino in fondo.

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