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“Il pensiero che mai si dispera”: Bobby Sands e la forza delle parole di un poeta irlandese

Articolo. “Bobby Sands. Scritti dal carcere – Poesie e prose”, progetto editoriale della bergamasca Sara Agostinelli a cura di Riccardo Michelucci ed Enrico Terrinoni, verrà presentato sabato 10 luglio al Parco della Crotta di Città Alta (ore 19)

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Un murales dedicato a Bobby Sands a Belfast

Chi non conosce la storia di Bobby Sands – e quindi dello scontro fra Inghilterra e Irlanda durato per decenni, con centinaia di morti – può cominciare da questo libro dell’editore paginauno, “Bobby Sands. Scritti dal carcere – Poesie e prose”, che fornisce un lato quasi del tutto inedito (almeno nel nostro Paese) dell’irlandese, conosciuto soprattutto per la sua militanza nell’IRA e per la tragica morte il 5 maggio 1981 dopo 66 giorni di digiuno nell’H-Blocks, the “Maze”, il carcere vicino a Belfast dove vennero messi molti militanti del movimento – una delle prigioni più dure e degradanti per le condizioni fisiche, igieniche e psicologiche in cui venivano lasciati i carcerati.

Perché ne parliamo? Oltre che per l’interesse in sé nei confronti del libro, possiamo dire che un’antologia simile, curata egregiamente da Riccardo Michelucci ed Enrico Terrinoni, si deve al progetto editoriale di Sara Agostinelli, che gli addetti ai lavori conoscono soprattutto come ufficio stampa di tanti eventi sul nostro territorio. “Bobby Sands. Scritti dal carcere – Poesie e prose” verrà presentato sabato 10 luglio al Parco della Crotta di Città Alta (ore 19), dove interverranno i curatori e la stessa Agostinelli.

Nato nel 1954 in una famiglia cattolica e operaia di Belfast, Bobby Sands entrò nell’IRA a 18 anni, spinto anche dalle discriminazioni dei “lealisti” (ovvero di coloro che mantennero fede al governo inglese durante il conflitto) che perseguitarono lui e la sua famiglia, nel quartiere a maggioranza protestante di Rathcoole e anche sul posto di lavoro da carrozziere (che fu costretto ad abbandonare).

Avevo visto troppe case distrutte, padri e figli arrestati, amici assassinati. Troppi gas, sparatorie e sangue, la maggior parte del quale della nostra stessa gente. A 18 anni e mezzo mi unii all’IRA” (da “Bobby Sands: Nothing But An Unfinished Song”). Era il giugno 1972; considerato un “terrorista” secondo la narrazione inglese, nel 1976 venne arrestato per la seconda e ultima volta, in quanto sospettato di aver partecipato all’attentato contro il mobilificio della Balmoral Furniture Company a Dunmurry. Venne prosciolto, ma si trovò sulla stessa automobile di alcuni compagni dell’IRA che tentarono la fuga dopo essere stati arrestati per una sparatoria.

Tuttavia dicevamo che Sands non fu solo un militante dell’IRA, ma in carcere divenne anche giornalista e poeta. Scriveva su pezzi di carta igienica o cartine per sigarette: i suoi testi venivano pubblicati sull’An Phoblacht-Republican News, voce del movimento indipendentista con lo pseudonimo “Marcella”. Non era un grande poeta Bobby ma scrisse alcune poesie d’intensità notevole e dai suoi testi traspariva tutto il dolore – fisico e ancor di più psicologico – di una persona che però non voleva mollare e considerava importante, come testimonianza assoluta e invito a non arrendersi, anche la scelta di un digiuno estremo fino alla morte, avvenuta a 27 anni.

“I lupi di Dachau non sono diversi dai lupi di questo inferno. Mio caro Gesù, non è forse questo l’inferno? Se devo morire, morirò. Moriremo tutti per spegnere le fiamme di questo inferno”. Le parole di Bobby Sands non hanno solo valore storico, ma richiamano le tesi di un libro come “Sorvegliare e punire” di Focault, dimostrando quanto possa essere crudele il potere detenendo il monopolio della violenza. La sua è una lunga, continua riflessione tra i sommersi in un carcere disumano, in cui i versi sono un segno di umanità come lo erano per Ungaretti fra i compagni falcidiati durante la Prima guerra mondiale: “Ogni uomo ha qualcosa dentro, / lo sapevi, amico mio? / Ha resistito ai colpi di un milione d’anni / E così sarà fino alla fine”.

L’ingresso al Compound 19 del carcere di Maze

Sono le prime parole de “Il ritmo del tempo”, una delle poesie più belle di Sands, un canto che travalica lo spazio e i secoli, riferendosi alle moltitudini che per la libertà hanno lottato, spesso perdendo anche la vita: “Giace nel cuore degli eroi morti / E strilla in faccia al tiranno / Ha raggiunto le vette delle montagne / E bruciante si leva nei cieli”. E in chiusura: “Illumina il buio di questa cella / Rimbomba il tuono della sua forza / È ‘il pensiero che mai si dispera’, amico mio / Quel pensiero che dice ‘Sono nel giusto.’”.

Di fondo c’è l’idea e l’esigenza della scrittura “come strumento di lotta e di resistenza ma anche come terapia”, scrive Riccardo Michelucci nella bella introduzione al volume, che spiega il contesto storico sociale in cui Bobby Sands diventò prima un militante armato e poi uno scrittore, capace “di far entrare fino a trecento parole sul lato di una cartina da sigaretta”. Un dettaglio che vibra della forza di un uomo normale, diventato suo malgrado un eroe, simbolo controverso di libertà mai del tutto scomparso.

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