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L’infanzia può essere una grande “scottatura”, come racconta Dolores Prato

Articolo. Per Fiato ai libri la grande attrice Maria Paiato darà voce a “Scottature”, racconto breve della scrittrice romana. Sabato 14 novembre dalle 21 in diretta su Bergamo TV

Lettura 2 min.
Dolores Prato

Possiamo dire che l’infanzia è il periodo della vita di una persona in cui può nascere uno scrittore? È un azzardo, che però forse ha un fondo di verità. Pensiamo a Franz Kafka, ad esempio, e a quel padre cui dedicò una lunga lettera che è fra le cose migliori scritte dal boemo. O a Michele Mari, che nel suo “Leggenda privata” racconta fra fiction e verità il rapporto quantomeno complicato con il padre, designer fra i maggiori del nostro Paese, quell’Enzo Mari di recente scomparso.

Non ci inoltriamo qui fra i roveti nella psicoanalisi – che nascondono insidie e tesori – ma rimaniamo sul dato biografico e lo applichiamo alla vita e alla scrittura di Dolores Prato. Nome spagnoleggiante, ma saldamente italiana, la scrittrice nata a Roma a fine Ottocento e morta ad Anzio nel 1983 deve la sua infanzia alla cittadina maceratese di Treia e al collegio salesiano di suore di clausura della Visitazione nel Monastero di Santa Chiara. La madre, vedova con cinque figli, mandò la piccola Dolores nelle Marche dagli zii, ovvero il parroco del paese e la sorella nubile, e poi dalle salesiane, trascorrendo qui l’infanzia e l’adolescenza.

L’abbandono del padre, l’allontanamento della madre, l’educazione dello zio sacerdote e poi il collegio: insomma quando si dice un’infanzia triste, che diventa letteratura in “Scottature”, breve pubblicazione che per Fiato ai libri verrà letta sabato 14 novembre su Bergamo TV da Maria Paiato presso l’ex chiesa di San Bernardino a Luzzana (ore 21). Un racconto lungo o un romanzo breve di sole 48 pagine, fra vero e verosimile con ironia e tragedia, rieditato nel 1996 da Quodlibet e dotato di una scrittura agile e musicale, che fa di Prato un’autentica scoperta – ed è questo uno dei meriti del festival, dare voce non solo a capolavori o bestseller ma pure a libri semisconosciuti, piccole perle del nostro Novecento.

A capo del convento dove io ero in Collegio, c’era una trinità di monache tutte eguali nella potenza, concordi nel giudizio, sincrone nelle azioni: la Superiora, la Maestra, la Vecchissima Religiosa. In quel convento si faceva un gran parlare di misteri: se si trattava di misteri celesti, il parlare era sereno, ampio, dettagliato; se si trattava di misteri terreni, era un parlare agitato, rapido, più sottinteso che spiegato: erano accenni così sfuggenti da somigliare al gesto di chi tocca qualcosa che scotta. E difatti si alludeva spesso a certe ‘scottature’, non meglio identificate, che ‘il mondo’ era solito dare a chi prendeva soverchia dimestichezza con lui...”.

Inizia così “Scottature” e prosegue raccontano un’infanzia difficile ma non del tutto castrante, se è vero che la protagonista del libro passerà dall’esperienza conventuale per vivere un’apertura al mondo determinante per la sua formazione. Conoscerà così ben altri misteri rispetto a quelli celesti una volta uscita dal convento per una breve vacanza, a partire dalla morte della madre, di cui si era fatto fra le mura salesiane “un parlare agitato, rapido, più sottinteso che spiegato: erano accenni così sfuggenti da somigliare al gesto di chi tocca qualcosa che scotta”. Ma scoprirà anche il puritanesimo bacchettone di una missionaria laica e una sorella maggiore carica di mistero, desiderando una vita mondana a casa dello zio sacerdote che la vuole accanto a sé.

Maria Paiato

“Scottature” uscì nel 1967 e vinse il Premio Nazionale “Stradanova 1965”, con Aldo Palazzeschi e Diego Valeri in giuria. Prato, oltre che scrittrice e poetessa, fu giornalista (principalmente per il Paese Sera). Ottenne l’interesse di Giuseppe Ungaretti con “Calycanthus - E lui che c’entra?”, presentato nel 1948 al premio letterario Città di Taranto, ma ebbe scarsa fortuna con il mondo editoriale italiano, da cui ricevette poche soddisfazioni sul versante pubblicazione.

Dal 1973 iniziò a scrivere “Giù la piazza non c’è nessuno”, una lunga narrazione autobiografica incentrata sull’infanzia a Treia. Il romanzo venne pubblicato da Einaudi nel 1980, pesantemente ridotto da Natalia Ginzburg, e divenne un caso letterario. L’autrice reagì ai tagli con una riscrittura continua del testo, che venne poi pubblicato postumo dopo la sua morte. Ed è proprio in questo romanzo la frase che può riassumente la vita intensa e tormentata di Dolores Prato: “Io abito ancora a Treja pur non avendola più vista da quell’età piccola che non invecchia”. Oggi è sepolta proprio nella cittadina marchigiana, chissà cosa sarebbe stata la sua vita con un’infanzia “normale”.

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