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Luis Sepúlveda: “Scrivere per me è un modo di continuare a resistere”

Intervista. Ripubblichiamo un’intervista di L’Eco di Bergamo al grande scrittore cileno morto oggi a causa del coronavirus. Il colloquio risale al 1 dicembre 2017, quando Sepúlveda arrivò a Bergamo per una conferenza di “Molte fedi sotto lo stesso cielo”.

Lettura 4 min.

Luis Sepúlveda è giunto ieri sera a Bergamo, città che non conosceva. Il primo problema che abbiamo avuto è come definire questa intelligenza combattiva, che ha fatto parte della guardia personale del presidente cileno Allende: scrittore, giornalista, sceneggiatore, intellettuale ribelle? “Chiamami Luis e fumiamoci una sigaretta come gli ultimi moicani”, dice sorridendo sul portone d’ingresso del giornale appena sceso dall’auto del senatore Gilberto Bonalumi, legame naturale fra Italia e tutto ciò che è America Latina, in compagnia della moglie, la poetessa Carmen Yáñez. Sepúlveda si stringe nel cappotto, perché, vivendo nelle Asturie da tempo, non è abituato a questo freddo. Poi un caffè durante l’incontro con il direttore de L’Eco di Bergamo, Alberto Ceresoli, nel cui ufficio s’è svolta l’intervista. Un colloquio alla vigilia dell’incontro ( “La fine della storia”, stasera alle 20,45 in Santa Maria Maggiore) per il ciclo di conferenze Molte fedi sotto lo stesso cielo in dialogo con il sociologo Marco Marzano.

FC: Lei è uno scrittore molto amato dal pubblico, compreso quello italiano: soddisfatto?

LS: Sono molto felice. Trentadue miei libri sono stati tradotti in italiano dal ’92, cioè da una vita. Domani sera (questa sera per chi legge, ndr), fra l’altro, ci sarà anche il mio editore, Guanda. Pure mia moglie ha scritto 5 libri e il sesto è in arrivo. Ho tanti lettori ed è una bella amicizia, ma non mi piace parlare di successo, di dire cose del tipo: ho venduto tot libri. Penso piuttosto che chi prende un mio scritto ti offre la sua generosità e la sua ospitalità: diventi un ospite in casa, fai parte della sua vita quotidiana. Sei un contemporaneo di chi ti legge.

FC: Lei si trova a suo agio anche con i social.

LS: Utilizzo soprattutto Facebook nel fine settimana. Condivido, comunque, in modo assoluto quel che diceva Umberto Eco, cioè che internet apre la porta a quanto di imbecille c’è nel mondo. C’è bisogno di essere selettivi. Detto questo, però, internet è utile. L’ho scoperto tempo fa in Patagonia dove gli sms hanno sostituito i messaggi via radio. Mi piace dialogare con questi strumenti, tanto più che i lettori mi pongono sempre domande molto intelligenti.

FC: Ritiene che la letteratura possa aiutare questo mondo ad essere più vivibile?

LS: Io mi sento prima cittadino, poi scrittore, ed è un riflesso della mia postura etica nei confronti della vita. Sono un artista, come scrittore posso creare bellezza, ma quel che conta è il rapporto con l’esistenza umana.

FC: Lei è un militante di sinistra da sempre: come si spiega la sua propensione per le favole, vedi “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, che ha fatto il giro del mondo?

LS: La favola è un fenomeno letterario complesso, un genere molto interessante e non solo per i bambini o per un pubblico ristretto. Quando ho scritto la “Gabbianella” volevo costruire personaggi partecipanti: privi di un fisico, ma esistenti in modo fortissimo. Costoro si chiamano solidarietà, protezione per chi è debole, rispetto per chi è diverso da noi. Parlando ai bambini e agli adulti, rendo più democratica la letteratura: metterla a disposizione di tutti equivale a democratizzare la parola scritta.

FC: In ogni caso saranno tanti i bambini che corrispondono con lei.

LS: Tantissimi. Recentemente i bimbi di una scuola povera del Sud cileno mi hanno mandato un video con parecchie domande, una più bella dell’altra. Ricordo un incontro a Torino con piccoli di religione cattolica, ebraica e musulmana e un altro a Milano con bambini ciechi. Mi dicevano: riusciamo a vedere cosa ci leggono. Per me, un’emozione davvero unica.

FC: Lei parlava prima di solidarietà. E d è uno che sa cosa vuol dire patire l’emigrazione, essere costretti a lasciare il proprio Paese.

LS: Osservo quel che succede con enorme preoccupazione e indignazione. Non è un problema, ma un dramma. Vedo che i Paesi ricchi non hanno una risposta comune e dimenticano che un tempo anche i loro cittadini emigravano. Tutti noi abbiamo un nonno italiano, tedesco o polacco. È scomparso il rigore storico, manca la rivendicazione della parola della solidarietà umana. Abbiamo un’obbligazione morale, qualcosa di intrinsecamente umano, verso queste persone. Ma il problema non si risolve soltanto con una politica d’accoglienza, quando c’è: bisogna che l’ordine mondiale passi dal criterio economico a quello della buona e pura idea della cooperazione.

Luis Sepúlveda con la moglie Carmen Yáñez
(Foto Gian Vittorio Frau)

FC: Restiamo in tema: torna in Cile?

LS: Quasi tutti gli anni e riscontro che, purtroppo, la dittatura di Pinochet ha lasciato un qualche peso ideologico. Nessuno ha ancora avuto il coraggio di cambiare la Costituzione, che rimane quella lasciata dal generale. L’articolo 1 dice che la legge è uguale per tutti, ma è preceduto da una norma la quale recita che il modello economico cileno è intoccabile.

FC: Che cosa sanno i giovani di quegli anni bui?

LS: Manca l’informazione. Fino al 2005 nella Storia insegnata a scuola era scomparso il periodo del golpe, gli anni a inizio ’70. Poi qualcosa è cambiato grazie anche agli intellettuali e i giovani stanno scoprendo un modo nuovo e bello di fare politica. È un segno di speranza.

FC: A proposito di speranza: che idea s’è fatto del Papa argentino?

LS: Sento simpatia per Bergoglio, sta facendo qualcosa che mancava. I cileni hanno un buon rapporto con la Chiesa e del resto hanno avuto la fortuna di un magistero vicino a loro, in termini sociali e durante la dittatura. Al tempo di Pinochet la Chiesa era una forza d’opposizione con il cardinal Raul Silva Henriquez e diversi preti hanno pagato con la vita. Io non sono cattolico, ma ho sentito grande ammirazione verso gli uomini di Chiesa.

FC: Il suo ultimo libro si intitola “Storie ribelli”: si sente ancora un ribelle?

LS: Credo sia l’unica maniera di continuare la vita, senza farsi prendere dal conformismo, dallo stato di cose attuali. Perché il mondo non va bene, anzi: va male. La letteratura mi aiuta a conservare questa postura etica, lo spirito ribelle. Un grande autore brasiliano mi diceva che narrare è resistere. Anch’io sento che la scrittura è un modo di continuare resistendo.

FC: Continuare resistendo, ma a 68 anni può essere il momento di un bilancio: nessuna autocritica?

LS: Un ragionamento difficile. Uno dei miei figli, che non mi chiama papà, ma “vecchio”, mi ha detto una frase che è stato una sorta di regalo di Natale. Al mattino quando ti specchi in bagno – mi ha spiegato – sei uno dei pochi a poter dire “questo è un uomo decente”. Davvero, per me, una soddisfazione enorme. Credo di aver fatto la cosa giusta nel momento preciso, non ho vinto certo, anzi: ho subito una grande sconfitta e ho perso tanti amici e fratelli. Ma il giudizio di mio figlio l’ho avvertito come una grande soddisfazione: aver fatto la cosa giusta, anche se mi è mancata un po’ di saggezza per fare la cosa migliore.

FC: Essendo ormai arrivati all’età dei bilanci, come giudica questa sinistra che non va?

LS: Mi considero profondamente gramsciano, nel senso che trovo necessario rinnovarsi continuamente. La parte più rappresentativa della sinistra non ha più un progetto politico e storico. Era più facile al tempo della guerra fredda: persi quei riferimenti, s’è smarrita anche l’alternativa. Mi sento sempre uomo di sinistra e il mio impegno è immaginare un’alternativa possibile, realistica, non autoritaria, non dogmatica e che non escluda. Un’idea che abbia al centro l’interesse per l’esistenza umana.

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