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“Ogni morte è la nostra morte”: Edith Bruck racconta il dolore e l’amore

Articolo. Mercoledì 22 settembre, Molte fedi sotto lo stesso cielo accoglierà per la prima volta la scrittrice ungherese, poetessa, testimone della Shoah. A lei, è affidato il “Racconto di una vita”, titolo dell’intervento

Lettura 6 min.
Edith Bruck

Prendo il cellulare, mi cade, le mani mi tremano. Controllo e ricontrollo le domande che ho preparato per Edith Bruck e mi sento stupida. Cosa puoi chiedere a una persona di novant’anni la cui vita in qualche modo si è fermata a tredici? Cosa puoi chiedere a chi è stato costretto a dire addio alla casa e alla famiglia in cambio di un carro bestiame, direzione Auschwitz e poi ancora Kaufering, Landsberg, Dachau, Christianstadt e Bergen-Belsen? Come puoi condensare una vita in trenta minuti di intervista?

Eppure, questo farà Edith Bruck, poetessa, scrittrice, testimone dell’Olocausto, mercoledì 22 settembre. In dialogo con il giornalista Paolo Rodari, Bruck racconterà una vita, la sua, in una sola serata. La stessa vita che ha ripercorso nel suo ultimo libro, “Il pane perduto”, vincitore del Premio Strega Giovani 2021.

La parola e la memoria

Uno squillo, due squilli, tre squilli. Quando Edith Bruck mi risponde al telefono, la voce limpidissima, capisco subito che le parole non la spaventano. Per lei, le parole e la scrittura sono sempre state una forma di conforto: “Quando sono tornata in Ungheria dopo la liberazione dai campi di concentramento, io ero piena di parole, scoppiavo di parole. Così, nel 1946, ho cominciato a scrivere. Non riuscivo a tenere dentro questo vissuto e non potevo non condividerlo”.

La carta, lo annotava anche Anna Frank nelle prime pagine del suo diario, è più paziente degli uomini. Edith Bruck ha dovuto sfogarsi con la carta prima di poterlo fare con gli esseri umani. All’epoca, non c’era spazio né attenzione per i sopravvissuti allo sterminio. “Secondo me, quello non era il momento dell’ascolto, non solo in Ungheria, ma in tutta l’Europa. La Seconda guerra mondiale è stata qualcosa di feroce e in qualche modo, anche se forse non nella maniera in cui abbiamo vissuto noi, hanno sofferto tutti. All’inizio, nessuno voleva ascoltarci”.

Il primo libro di Bruck, “Chi ti ama così”, ha visto la luce solo molto tempo dopo le prime bozze. Il suo luogo di pubblicazione è Roma, l’anno è il 1959, la lingua scelta è l’italiano. “Per me, la lingua italiana era totale libertà, è tuttora una specie di muraglia cinese che mi difende dai ricordi più neri. L’italiano è una lingua che in me non ha radici profonde e nella quale non sono mai stata insultata”.

Gli insulti ricevuti, Bruck se li ricorda bene. Come si ricorda le canzoncine cantate a scuola. Ha scritto una poesia che si chiama “Conviventi”. Recita così: “Nessuno è più fedele / della memoria / non ti lascia mai / neanche da vecchi, anzi / cresce con te e memore / anche il corpo del male”.

A una donna che con la memoria ci convive, non posso non chiedere cosa significhi, appunto, la memoria. La risposta arriva immediatamente. “La memoria è vita per me. La memoria dovrebbe essere vita per tutti. Non possiamo cancellare il passato perché il passato è il nostro presente e il nostro presente sarà il nostro futuro. Il tempo è uno. Credo che la memoria riguardi tutta l’umanità, non soltanto coloro che sono stati deportati. Purtroppo dobbiamo parlare sempre noi perché gli altri vorrebbero appiattire, cancellare, allontanare, respingere, mistificare, rimuovere”.

La casa e il nome

I ricordi si affollano nella mente di Bruck, come le immagini. Una delle immagini che Bruck non potrà mai dimenticare è quella della povera casa ungherese strappata via. L’immagine del pane rimasto lì, in cucina, perduto. Lo strappo brutale alla bambola e all’infanzia, il passaggio violento all’età adulta. “Non mi ero mai mossa dal mio piccolo paese dell’Ungheria prima della deportazione” mi rivela. “Quando sono venuti a prenderci e sono salita sul primo treno, mi sono ritrovata nel ghetto. Dal ghetto poi sono salita su un vagone bestiame e sono arrivata ad Auschwitz”. Ancora oggi, ogni volta che si chiude la porta alle spalle, Bruck ha paura di non poter più tornare a riaprirla. “La casa è per me il Paese, è tutto. Quando parto non vedo l’ora di tornare a casa, bacerei la terra quando torno a casa o quando l’aereo atterra. In casa, mi sento molto protetta, molto sicura”.

Chiedo a Bruck come ha vissuto il periodo del lockdown . A me, in quei giorni, quella casa che lei tanto decanta stava stretta. “Io sono stata molto bene” mi risponde. “Quando sono uscita fuori per la prima volta, e ho attraversato il centro di Roma, ho avvertito una sorta di pericolo nell’aria”. Tra me e Bruck non ci sono imbarazzi, né momenti di silenzio. Forse perché, in un certo senso, la sua storia è un po’ anche la mia storia. “Io credo che tutto quello che accade nel mondo ci riguardi. Ci riguarda perché oggi sappiamo tutto, vediamo tutto, siamo informatissimi, e certamente ogni cosa si riflette sulla nostra vita e nel paese in cui viviamo”. Anche Bruck, quando ha visto le bare dei morti di Covid-19 che lasciavano Bergamo a bordo dei camion dell’esercito, ha pianto.

Edith Bruck da giovane

Il dolore degli altri è il mio dolore, non c’è separazione. Purtroppo io sento doppiamente tutto quello che sta accadendo. Ogni morte è la nostra morte ” mi dice quasi in un sussurro. “E poi questi morti sono diventati numeri, numeri, numeri… questo contare i morti mi ricorda Auschwitz, è qualcosa che non sopporto nemmeno oggi ”.

Edith Bruck è stata un numero per molto tempo. Il numero 11152. Un giorno, un cuoco in un campo di concentramento l’ha chiamata per nome. Non le è sembrato vero. “Ho pensato che fosse quasi una voce che veniva dal cielo, era qualcosa di incredibile, non esisteva in un campo di concentramento una frase del genere. Eri un numero, uno zero assoluto. Mi sono sentita che ci sono, esisto, sono una persona umana”.

Madre-Dio

Che quel cuoco l’abbia chiamata per nome, per Edith Bruck è ancora oggi un miracolo. “Miracolo” è una parola che la scrittrice usa spesso durante la nostra telefonata, per cui mi viene spontaneo interrogarla sul suo rapporto con la Fede. A Dio, Bruck ha scritto una lettera. Una lettera molto arrabbiata: “Mi chiedo da sempre, e non ho ancora la risposta, a che servono le preghiere se non cambiano niente e nessuno (…). Io, che ho sempre scritto d’un fiato giorno dopo giorno, ora improvvisamente mi fermo con la mano sospesa e lo sguardo fisso sul vuoto, è nel vuoto che Ti cerco”.

La madre di Bruck era molto religiosa. Bruck tentenna, nella Fede. A volte, le sembra di confondere Dio con la madre. “Ogni sera penso: Dio esiste? Dio mi ama? In fondo in qualche maniera mi sono sempre salvata… o forse è mia madre che mi salva?”.

Chiunque sia colui o colei che la guardi dall’alto, Bruck gli o le è grata. “Credo che sia un miracolo – ancora questa parola… – il fatto che io sono qua. Ho novant’anni ma ricordo tutto da quando ne avevo dieci. Lavoro, vado in giro, parlo, incontro moltissimi giovani nelle scuole e ricevo delle lettere bellissime.”

L’odio e l’amore

C’è una cosa per cui Bruck ringrazia ogni giorno “madre-Dio”: per non aver infuso in lei alcun sentimento di odio. “Preferisco aver avuto un padre vittima che un padre assassino”, mi dice. Non c’è risentimento nelle sue parole, né violenza. Forse perché quella violenza l’ha vissuta così tanto sulla pelle da sentirne ora il rigetto. “C’è una crudeltà dentro l’uomo che fa paura. Il negazionismo mi fa paura perché se l’uomo non si confronta con i suoi misfatti, allora non imparerà mai. Infatti, l’uomo non impara mai niente e ricomincia da capo”.

“Come si reagisce all’odio?”, chiedo a Bruck di getto. “Con l’amore”, mi risponde. È l’amore il suo “sentiero per varcare la notte”, per citare il titolo dell’edizione di Molte Fedi che avrà l’onore di ospitarla.

A febbraio, Edith ha accolto nella sua casa di Roma Papa Francesco. Vorrei aver sentito cosa si sono detti. Ancora emozionata, la scrittrice mi svela che il Papa ha parlato molto del Bene. Ha detto espressamente: “Anche una goccia di bene è importante in questo mare nero”. Sorrido. Bruck non si accontenta delle gocce, cerca i fiumi.

“Io credo che quando dai l’amore, come la tolleranza, questo amore in qualche misura ritorni. Quando i ragazzi mi scrivono e giurano che faranno testimonianza quando io non ci sarò più, che hanno capito tutto, che non guarderanno più in modo distorto i loro compagni, questo mi ripaga per tutta la fatica che faccio da anni”.

Edith Bruck e Papa Francesco
(Foto fonte vaticannews.va)

Nel cuore di Edith Bruck non ci sono solo i giovani, ma anche gli anziani, spesso trascurati, messi a tacere. Bruck fa parte di una commissione per la riforma dell’assistenza alla popolazione anziana. Si sente anche attratta dai diversi, dai matti (“Ma forse i matti siamo noi, no?”). Nel cuore, più di tutti, ha però il marito, Nelo Risi, scomparso novantacinquenne nel 2015 dopo aver lottato contro una malattia neurodegenerativa.

“Per me, avrebbe potuto vivere anche altri cent’anni e io l’avrei assistito con la stessa dedizione e lo stesso amore, dal primo giorno fino all’ultimo. Perché vederlo così, vederlo allungare la mano, vedere gli occhi contenti… era come metterlo al mondo ogni giorno. Per me, l’amore è la migliore medicina”.

Avrei voluto parlare ancora, ma Edith Bruck le parole me le ha tolte di bocca. Così, mi limito a prendere tra le mani “Tempi”, il libro di poesie che ha appena pubblicato, e a recitarle i suoi stessi versi. C’è una poesia, si chiama “Desiderio”, in cui Bruck scrive: “Vorrei che per una sola volta / invece di Lager / mi chiedessero / se mi piacciono di più / le patate o il riso”. Le pongo la domanda e lei ride. Preferisce le patate.

L’incontro con Edith Bruck sarà trasmesso mercoledì 22 settembre alle ore 20:45 in streaming su moltefedi.it, Facebook e YouTube.

Sito Molte fedi sotto lo stesso cielo

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