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Perché nell’epoca dell’online le librerie servono ancora? Perché sono le ferramenta dell’intelligenza

Articolo. A differenza degli algoritmi delle piattaforme digitali, le librerie sono luoghi del desiderio e dell’imprevedibile, baluardi di cultura carichi di umanità. E del genio di alcuni librai

Lettura 6 min.
(LStockStudio)

In fondo è abbastanza semplice. Su Amazon o IBS pochi clic e il libro che desideriamo è nostro. Uguale a quello che avremmo trovato in libreria. Anzi, proprio quello che c’era in libreria e che però online costava un po’ di meno – perché se amate i libri le promozioni delle grandi case editrici sono sempre in agguato, pronte a sedurre, e ad attuare quel meccanismo che in pochi giorni vi fa arrivare a casa proprio quel libro che desideravate e che magari andrà a impilarsi con tutti gli altri, in attesa di essere letti.

Ma allora le librerie non servono più? Le librerie intendo, non quei supermercati del libro dove spesso i commessi (che non si possono definire librai) non sanno nulla e si affidano al pc per scovare quel titolo richiesto. Ricordo che qualche anno fa una signora molto scortese mi fece un colloquio per un ruolo di commesso-libri in uno di questi grandi marchi. Mi pose tante domande, ma neanche una riguardo il mio rapporto con i libri. Un’altra volta provai a diventare un commesso di quella catena libraria che obbliga ad acquistare libri ogni due-tre mesi. Mi si presentò un perfetto derivato di quell’Ennio D. che tracciava un cerchio con un bastone – immagino abbiate capito di che banca sto parlando, Crozza faceva di costui una parodia molto divertente. Ovviamente nessuna domanda sulle mie passioni librarie, ma la raccomandazione di radermi e presentarmi meglio a un colloquio (peccato che la barba me la stessi facendo crescere, era il momento in cui il look hipster andava per la maggiore e provavo a giocarmela anche io).

La libreria Shakespeare and company, a Parigi

Luoghi rilassanti

Il mio rapporto con i libri – feticistico ed esaltante – è mediato dalle librerie. Fra poco finirò di scrivere e mi catapulterò in libreria. Una libreria, piccola, grande, media è il luogo dove riesco a rilassarmi meglio – insieme all’Iper di Seriate: una passeggiata fra libri e riviste, un’occhiatina alla gastronomia, una ai giocattoli ed il relax è raggiunto (sì, lo so che c’è qualcosa che non va in tutto questo, ma se è rilassante, io che ci posso fare?). Dicevo che una libreria è il luogo dove riesco a rilassarmi meglio. Perché le librerie sono rilassanti. Vi chiedono di non avere fretta e di prendervi del tempo. Custodiscono calma e silenzio. La maggior parte delle volte hanno vetrine straordinarie. Quelle pensate con pubblicazioni raffinate; quelle che espongono un bendidio di libri vintage (risparmio + titolo allettante è una prospettiva a cui fatico a resistere, lo so che non si fa: è come la carne e poi il formaggio); quelle con i titoli del momento che, tranne in alcuni casi, sono un’occasione per fare una faccia schifata ed entrare subito (l’ossessione per i libri e lo snobismo sono parenti stretti).

Quando viaggio, una delle prime cose che faccio è andare in libreria. A Firenze ce n’è una enorme, piena di roba nuova e usata, e tantissimi dischi – c’è qualcuno a Firenze che scarica la propria mercanzia brasiliana lì (Veloso, Gil etc.), chissà come mai. E una piccola piccola, ma piena di robe, in cui trovai le “Centurie” di Manganelli (Adelphi non lo aveva ancora rieditato). A Parigi, oltre alla mitologica Shakespeare & Co., c’è una catena di libri e dischi nuovi e usati che mi fa impazzire: si chiama Gibert Joseph e diverse volte ci ho visto la fila ad entrare quando al mattino presto stava per aprire (come in Italia, no? La patria del Netlix della cultura).

Il desiderio

Ho puntato sulle librerie quando dove provare a conquistare una ragazza (altrimenti su cosa puntavo se non sulla cultura e il sapere? Ho investito tutto lì e tirate le somme è stato efficace). Le librerie hanno anche medicato la mia solitudine quando mi sentivo solo ed invece lì ero in gran compagnia: ogni buon libro (Kafka, Proust, Melville, Leopardi, tanto per farvi capire cosa intendo) ci parla prima di tutto per non lasciarci soli. Insomma, non c’è paragone fra un portale di vendita libri online e una libreria. Il portale è freddo, distaccato, eccessivo nel suo avere tutto (ed è un tutto che in fondo è anche un po’ pornografico). La libreria è un’esperienza: con i librai, con i libri, con queste pareti e questi piani che vi accolgono, vi coccolano e sanno soddisfare i desideri che non sapevate di avere. Con il desiderio di quel libro, avverato o deluso ma sostituito da un altro desiderio – perché i veri librai sanno costruire desideri.

La libreria di Chongqing, in Cina

Anche l’algoritmo, dirà qualcuno, è un’esperienza ed esaudisce tutti i desideri. Vero, ma 1) che esperienza è, oserei dire che vita è, quella in cui ogni desiderio viene soddisfatto? 2) l’algoritmo non calcola l’imprevedibile e l’imprevedibile è quel tanto di più delle librerie; 3) non voglio farmi suggerire cosa leggere da un procedimento computazionale di calcolo: se lui sa già cosa voglio, io magari no e voglio avere la libertà di non saperlo. Come del resto penso che non fidarsi delle recensioni (tranne che di un ristrettissimo numero di critici) sia una forma di libertà, perché la scelta di un libro è una questione personale, una cosa tra sé e sé. Accettare consigli di amici, parenti, critici e gente varia è un atto da compiere con estrema cautela – per quanto mi riguarda, i libri li consiglio solo alla mia compagna e a nessun altro, come diceva quel tale: “forse non lo sai ma pure questo è amore”.

L’imprevedibile

Le librerie, dicevo, sono il luogo dell’imprevedibile. L’ultima volta che ci sono andato ho acquistato “Bergamo e la marea” di Davide Maria De Luca, un libro Minimum Fax di cui vi parlerò presto. Mi era sfuggito, ma mi è sembrata un’idea molto lucida paragonare la pandemia vissuta nei mesi scorsi a Bergamo con una marea. Preso. Arrivato alla cassa, ho trovato uno di quei libricini che Adelphi sta facendo uscire in questo periodo: i librai – che prima di tutto sono commercianti – li mettono in quella posizione appositamente perché arrivi uno come me e se li prenda. Si trattava di “Perché non eravamo pronti” di David Quammen, un volumetto di 100 pagine che in qualche modo aggiorna il suo “Spillover”. L’ho già letto, Quammen è un narratore e divulgatore fenomenale, a questo giro il protagonista di metà libretto è il pangolino. Sono diventato immediatamente un supporter del pangolino, portatore del covid-19, certo, ma anche vittima poiché la sua carne è considerata pregiata e dal Camerun e dalla Cina finisce nei migliori ristoranti di Shanghai.

La libreria Ler Devagar a Lisbona

È questo l’imprevedibile: chissà quando avrei scoperto Cormac McCarthy se in un giorno dell’estate 2007, poco prima di partire per Israele, Antonio non mi avesse consigliato “Non è un paese per vecchi”, diventato poi un caso grazie al film dei fratelli Coen. E anche di recente sempre lui, Antonio – lettore vorace, diffidente per natura, forse dai libri salvato – che regalo mi ha fatto consigliandomi “Topeka School” di Ben Lerner, romanzo divertente e appassionante sull’America di ieri e oggi – in questi giorni, tramite la newsletter della sua libreria, il nostro consiglia “Il treno d’Istanbul” di Graham Green: gran libro, l’uomo ne sa, eccome se ne sa. Preso ieri.

Cosa succede in una libreria

È nelle librerie che abitano gli Antonio. Personaggi che sanno aprire mondi e chiuderne altri, a loro volta figure letterarie (il nostro sembra uscito da un libro di Brautigan), certamente persone con un certo caratterino che però è un piacere frequentare. Se l’online vincerà sulle librerie fisiche non saremo solo noi a non avere più a disposizione tutti gli Antonio d’Italia per farci consigliare, guidare e magari non fidarsi e fare il contrario (perché gli Antonio sono così: cartine al tornasole di ciò che vogliamo veramente). Saranno tutti i lavoratori (librai più o meno improvvisati, fattorini) a pagarne le conseguenze. Del resto, senza librerie spariscono degli enormi contenitori di idee, quelle idee che muovono il mondo. E se tutti sappiamo da dove partire per approfondire Sant’Agostino (le “Confessioni”) o Kant (l’illeggibile “Critica della ragion pura”) vi voglio vedere con gli asistematici (da dove cominciare con Cioran ad esempio?) e i laterali (Manlio Sgalambro, a parte i testi delle canzoni per Battiato, cosa ha scritto? E cosa si deve leggere per iniziare?).

Le librerie sono baluardi di cultura. Pieni di libri che sono carta straccia, certo, ma anche alberghi che ospitano il meglio del nostro mondo – sarà mica il caso di dare una rilettura a Marx e Weber per iniziare a capire qualcosa del nostro contemporaneo sbrindellato? Essere un baluardo di cultura significa rappresentare una barriera contro la banalità, l’ignoranza, il pressapochismo. Quelle cose che rovinano la vita, mentre l’umanità che spesso si trova in una libreria è qualcosa di unico: Ludovica, una libraia di una libreria in via Quarenghi, qualche estate fa mi consigliò “L’isola di Arturo” di Elsa Morante, un libro pieno di sale, mare, sole, pietre, un libro che fa venire sete di acqua dolce e fame di pesce arrostito; a Stefano, un libraio di una libreria vicina a piazza Pontida, non chiedo mai nulla (perché è sempre impegnatissimo), mi basta il suo sorriso di persona che fa il suo lavoro con passione.

Le librerie fanno

Nei primi Anni Zero Stefano, insieme a Alessandro e Gabriele, aprirono la Libreria Fabula. Un posto mitico, dove non solo c’erano i libri, ma venivano organizzati anche degli incontri stupendi. Mi ricordo una mia chiacchierata con Pippo Pollina, una serata con Vittorio Feltri e Olivero Beha, Achille Occhetto, Mimì Clementi e tanti altri. Le librerie non solo vendono libri, ma fanno anche cose. Chi organizza incontri, chi corsi, chi ha messo su un piccolo bar-ristorante dove si mangia e beve benissimo. Tutte attività che arricchiscono un territorio e che rischiamo di perdere se le librerie spariranno. Queste attività in più le librerie se le sono inventate anche perché ormai fare la libreria e basta non è sufficiente, bisogna tirare gente dentro la libreria, e così i librai hanno dato sfogo ai loro interessi, alla loro creatività e alle passioni. Non c’è cosa che avvenga in una libreria che non sia circondata da un’aurea di importanza.

(Foto M. Grigollo)

Questo sono le librerie. E quando siamo lì lì per fare un acquisto su una piattaforma digitale dobbiamo chiederci se vogliamo perdere un mondo unico e fondamentale. “Una libreria è una chiave inglese regolabile per aprire la testa” disse lo scrittore americano per bambini Matthew Tobin Anderson. E di queste ferramente dell’intelligenza avremo sempre bisogno.

Ho parlato per oltre 10 mila battute di librerie. Ma non ne no ho citata alcuna di Bergamo. Questo perché non volevo stare dalla parte di qualcuno, ma di tutti.