93FE310D-CB37-4670-9E7A-E60EDBE81DAD Created with sketchtool.
< Home

Un’aringa, i pomodori, le cipolle, le patate: la cena essenziale di Moravec in “Austerlitz” di Sebald

Articolo. Inizia con questo articolo una serie di sprofondamenti in quei libri che si portano con sé una ricetta o un menù. Perché se la letteratura è cibo per chi non può fare a meno delle storie e soprattutto delle parole, anche il cibo a volte può diventare letteratura, dando colori, profumi e suggestioni ad una narrazione

Lettura 3 min.
(Tanya Dvoretskaya)

Nei libri a volte c’è da mangiare. Un dettaglio, un breve racconto nel racconto totale, la manifestazione compiuta di un personaggio. Il cibo: un menu, una cena, il piatto preferito, possono essere dei dettagli, rivelatori di qualcosa o di niente; concorrenti insieme a tanto altro nella definizione di un personaggio. Il tratto dello scrittore che aggiunge una nota culinaria, per rendere più umano un carattere e toglierne il piattume fra odori, sapori, palati che deliziano. Cosa sarebbe, del resto, Salvo Montalbano senza i suoi spaghetti con le sarde e la sua caponatina, passioni organolettiche di un uomo di suo appassionato, facile all’indignazione e ad un infuocarsi che in fondo sta anche in quei due piatti dal gusto forte, la caponatina in primis, come l’uomo che investiga a Vigata e dintorni.

Si può trovare del cibo nei libri, e non è mai per caso. In “Austerlitz” di Winfried Georg Sebald, scrittore e saggista tedesco nato nel 1944 e morto tragicamente nel 2001 in un incidente stradale, il cibo è una delle tante minuzie di un uomo-entomologo: Jacques Austerlitz, colto, coltissimo, professore di storia dell’architettura a Londra, i capelli biondi e uno zaino sempre con sé alla Wittgenstein; un essere umano, uno dei tanti, sopravvissuti alla Shoah ma non del tutto. Rimasti con un imbattibile senso di colpa, come Paul Celan, che nel 1970 si suicida a Parigi gettandosi nella Senna, dopo una vita di sofferenze e incomprensioni. O convivendo con un fortissimo nero abisso dentro, come Primo Levi. Oppure come Jacques Austerlitz, senza memoria di chi fu da bambino, orfano portato a Londra da uno di quei treni che, mentre mordeva l’Olocausto, partivano dal centro Europa. Un uomo schivo, “privo di affetti e povero di amicizie”, come sottolinea la retrocopertina di questo che è uno dei più grandi libri degli ultimi trent’anni.

“Austerlitz” è il racconto di un racconto: di come Jacques provi a ricostruire la sua storia, dal Galles all’Inghilterra, passando per la Repubblica Ceca e altri luoghi, saltando da un capo all’altro della vicenda con la malinconia di chi sa che non potrà ritrovare tutto, cioè la sua vita intera, ma solo frammenti a ricomporre un mosaico che non riuscirà a finire. E proprio la Repubblica Ceca, Praga, è il luogo dove andiamo a scovare il nostro menu. Austerlitz ritrova e va a visitare Věra Ryšanová “negli anni Trenta, quando studiava lingue romanze all’Università di Praga – come lei stessa mi avrebbe raccontato di lì a poco –, era stata la vicina di casa di mia madre Agáta, nonché la mia governante”. Il piccolo Jacques vive con lei, la madre è cantante lirica e durante il giorno è impegnata (il padre vaga per l’Europa subodorando gli accadimenti che stanno per esplodere), ed è con Věra che in Jacques nasce una piccola grande ossessione per il sarto Moravec, “che abitava nella casa dirimpetto”.

Moravec è un personaggio assolutamente secondario nell’economia del libro, ma il suo fare metodico, rituale, quasi religioso, colpisce il ragazzino Jacques: cosa fa Moravec, come lavora e soprattutto cosa mangia tutte le sere – accadimenti che fino all’ultimo dettaglio vengono narrati a Věra, magari intenta a preparare al ragazzo una fetta di pane dopo aver messo l’acqua a bollire per il the. “Soprattutto nella bella stagione, disse Věra, quando tornavamo dalla passeggiata quotidiana, lei doveva per prima cosa spostare le piantine di geranio sul davanzale per consentirmi di guardar giù – dal mio posto preferito lì accanto alla finestra – il giardino dei lillà e la casa dirimpetto in cui aveva il suo laboratorio il sarto gobbo Moravec”.

L’attenzione verso Moravec diventa maniacale nel momento della cena frugale che il sarto prepara ogni sera: “sgombrava il tavolo da lavoro rivestito di feltro e vi stendeva su un doppio foglio di giornale per posarvi sopra la cena, che di certo pregustava con gioia già da un pezzo”. La cena di Moravec è essenziale, suggerisce scarsi mezzi economici ma pure la dignità di un brav’uomo abitudinario: “a seconda della stagione, [la sua cena] consisteva in un po’ di formaggio bianco con erba cipollina, rafano, qualche pomodoro con cipolle, un’aringa affumicata o in semplici patate lesse”. Insomma, non proprio un pasto luculliano ma capace di nascondere nella sua sobrietà una certa prelibatezza.

(Foto Gregory Gerber)

Ai sensi di un lettore latino, la cena di Moravec profuma di Mitteleuropa e non è difficile prepararla. Il rafano prima di tutto, con il suo sapore aspro: lo si trova facilmente nei supermercati ma è in Alto-Adige, per rimanere vicino a noi, che fanno il migliore. Le aringhe affumicate (o se preferite, le sarde) mangiate in Olanda in un panino con le cipolle e un bicchiere di latte. I pomodori insaporiti anch’essi con le cipolle crude, essenziali per la buona riuscita della cena (evitate per una volta quelle di Tropea e andate sulle brusche cipolle dorate). Il gusto delicato del formaggio bianco reso più sfizioso dall’erba cipollina e infine le patate lesse ad abbracciare le altre pietanze, magari condite con sale e olio. Allestire questa piccola cena è un omaggio a un grande libro, un modo divertente per celebrare la scrittura di W. G. Sebald con un’idea che ha un qualcosa di maniacale (come il piccolo Jacques) ma estremamente gustoso.

“Austerlitz” è un libro sulla tragedia e la memoria, sulle vittime della Storia al di là del sangue, ma dentro la tragedia: Jacques Austerlitz dà l’impressione di sapere e di avere curiosità per ogni cosa. La sua ricerca sconfina nel dettaglio più minuscolo (come appunto la cena abitudinaria di Moravec) e Sebald, da grande narratore qual è, stratifica il racconto (lui, Austerlitz, i suoi “testimoni”) e sprofonda la penna nella palus putredinis della Storia. Tirandone fuori l’ossessione inquieta di un uomo che vuole ricostruire le sue origini, per capire chi è veramente. Fino a quel pezzetto di aringa affumicata mangiata ogni sera da un sarto che abita nella casa di fronte.

Approfondimenti