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Ecco Nietzsche, filosofo-dinamite esploso nell’innesco

Articolo. Il giornalista Paolo Pagani ha scritto una geo-biografia che racconta tragicamente bene i suoi amori infelici e il sopraggiungere della pazzia

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Friedrich Wilhelm Nietzsche (German Vizulis)

Un tempo li si definiva – con una fortunata espressione di Paul Ricoeur - i tre “maestri del sospetto”, Marx, Nietzsche e Freud. Marx oggi è stato dimenticato anche dai comunisti ; Freud – suggeriscono le mille derivazioni “eretiche” della psicoanalisi – non si sente tanto bene, come diceva Woody Allen. Nietzsche invece è vivo e lotta insieme a noi: il nichilismo, soprattutto nella sua posa più gaia e danzante (non più tragica) è diventato, da qualche decennio, non solo la filosofia teorica dominante, fiorita sui tronchi più diversi, ma anche e soprattutto la filosofia dell’uomo della strada.

Naturalmente si tratta di un “niccianesimo” superficiale, irriflesso: e tuttavia segnala la forza, indubbia, che questo pensatore esercita su di noi. Messa in luce con grande solidità dal notevole lavoro di Paolo Pagani, un giornalista, caporedattore a Sky, appassionato al pensiero del filosofo di Röcken, che in “Nietzsche on the road” (Neri Pozza, € 18), con “un andamento non cronologico ma geografico” ha sintetizzato una vasta ricognizione della vita e del pensiero di Nietzsche a partire dall’aver percorso in maniera sistematica, per anni, le strade d’Europa alla ricerca dei luoghi in cui ha vissuto: “Ho seguito metro per metro il distruttore di mondi, dalla Sassonia luterana del suo letargico paesino natale nell’ex Ddr sino alla solenne eleganza di Weimar, capitale culturale della Turingia. Dove esalò l’ultimo respiro”.

Il saggio di Paolo Pagani

Nietzsche, ricorda Pagani, “tra 1879 e 1889 percorre migliaia di chilometri, vive a lungo in Costa Azzurra e in Svizzera (St. Moritz, Sils-Maria), viaggia ventre a terra in Italia, a Genova, a Rapallo, a Venezia, a Roma, a Messina, a Riva del Garda, a Stresa, a Cannobio, a Recoaro, infine a Torino. Ha votato quel che resta della sua vita a una perenne erranza. Il semplice fatto che un formidabile edificio di pensiero venga sistematicamente costruito in camere d’albergo di terz’ordine o in alloggi casuali poco riscaldati da un ex professore semicieco, povero in canna e senza più una professione ufficiale non va considerata una semplice circostanza esteriore. Perché non può esistere un pensiero separabile dalla vita di chi lo pensa”.

In una rete di vagabondaggi, riflessioni, osservazioni puntuali che lasciamo al lettore il piacere di scoprire tra queste 400 pagine, due squarci restano nella memoria: il primo è la ricostruzione del tormentato rapporto tra Nietzsche e Lou von Salomé, qui disegnata al di là del solito ritrattino un po’ libertino abituale; ma soprattutto il racconto della “malattia finale” di Nietzsche, quella pazzia che velerà irrimediabilmente l’esito della sua vita, ma che già negli ultimi testi da “sano di mente” corre accanto alle intuizioni più fosforescenti. E il pregio di Pagani è averla ricostruita a fondo, senza mai la pretesa di stendere facili diagnosi, di tracciare confini precisi e rassicuranti tra le vette del pensiero di Nietzsche e il suo deragliamento umano e intellettuale che ha, in tutta evidenza, esso stesso qualcosa di esemplare nella storia della filosofia. Perché “Nietzsche è stato, in effetti, una delle menti più pericolose del XIX secolo”.

Era lui stesso a metterci in guardia, avvertendo dentro di sé la potenza di un pensiero esplosivo quanto incontrollabile: “Conosco la mia sorte. Un giorno sarà legato al mio nome il ricordo di qualcosa di enorme – una crisi, quale mai si era vista sulla Terra, la più profonda collisione della coscienza, una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso, consacrato. Io non sono un uomo, sono dinamite”.

Friedrich Nietzsche ritratto da Edvard Munch, 1906

Ecco un lampo di quell’esplosione, magistralmente descritta da Pagani con freddezza, come se fosse seduto sul Golfo di Napoli a osservare l’improvviso collasso del camino centrale del Vesuvio: “È la mattina del 3 gennaio 1889, un giovedì freddo”. Friedrich Nietzsche, 45 anni, esce di casa in piazza Carlo Alberto a Torino: “Probabilmente per acquistare come ogni giorno i giornali locali. Lo slargo è affollato di ronzini che aspettano un cliente, come in un odierno parcheggio di taxi. Da lontano scorge un vetturino che malmena una bestia ossuta. Con un urlo attraversa allora di corsa la piazza e si stringe al collo dell’animale, come per consolarlo. Poi però si accascia. Crolla a terra in lacrime, singhiozzando ai piedi dell’animale”.

La follia gli ha “sbriciolato la mente”. Si spegnerà “da povero vegetale invalido” undici anni dopo, “a mezzogiorno del 25 agosto 1900. Demente. Senza mai avere ripreso coscienza”. L’uomo che abbraccia il cavallo – nota Pagani – è lo stesso che aveva fustigato nei suoi testi più famosi il sentimento cristiano della “compassione”, “il piccone speculativo maneggiato controcorrente che sgretola millenni di cristianità e scardina la logica socratica”.

Tanto da intitolare – sul filo di lama che corre tra una drammatica autocoscienza e una presunzione, niccianamente, superumana – uno dei suoi testi fondamentali e autobiografici, il “libro della sua vita”, “Ecce Homo”, usando per sé l’espressione con cui nel Vangelo di Giovanni Pilato presenta il Cristo flagellato e coronato di spine alla folla che lo vorrà morto.

Libro anti-cristiano, anzi, smaccatamente anti-cristico quello con cui Nietzsche descrive l’ultimo passo del suo proprio annichilimento, ormai imminente. “Sono stato capito?” è l’ultimissima domanda dell’ultimo libro: “L’esplosione luminosa, lo scoppio subito prima del buio eterno”.

Nietzsche, davvero, è egli stesso “il sintomo della crisi della civiltà europea che diagnostica”; la risonanza magnetica capace di rilevare con cent’anni di anticipo la corruzione del codice genetico dell’Occidente di cui sarebbe rimasto lui stesso prima di tutti vittima. Un “sacrificio” che a noi, «allievi del sospetto», non può non dare da pensare.

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