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Stefano Pini e “Mandato a memoria”: tra gli spigoli del mondo il passato non è mai morto

Articolo. Berlino, Treviglio e Milano le coordinate geografiche e sentimentali di un poeta pendolare nella vita e nella Storia, che con i suoi versi riporta il ricordo al presente. La nostra chiacchierata fra le macerie del Muro e la bassa pianura bergamasca

Lettura 4 min.
(foto Lois GoBe)

Ricordo che quando ero alle elementari a memorizzare poesie mi diede una grande mano… Fiorello, con “La nebbia agli irti colli”, una canzone – terribile a riascoltarla oggi – il cui testo era ripreso pari pari da “San Martino” di Giosuè Carducci. Poesia bellissima, in verità, come tante altre mandate a memoria, per citare la raccolta del giovane poeta trevigliese Stefano Pini, “Mandato a memoria”: un’uscita di qualche mese fa per la prestigiosa Interlinea, ad arricchire la collana “Lyra Giovani” curata dal grande Franco Buffoni.

Mandare a memoria una poesia significa conservare in sé ritmo, respiro, suono. Una pratica che ha segnato le vite di tanti. Pini (fra le altre cose codirettore di TreviglioPoesia) parla di “testi che, anche a distanza di anni, capita di recitare a mezza voce in una specie di rituale nervoso, che accende cioè il sistema nervoso con il respiro delle parole e ogni volta – che i versi siano detti a memoria o semplicemente letti – apre a nuovi spazi di senso”.

Stefano Pini

Ma il riferimento all’infanzia è solo uno dei tanti, se è vero che “Mandato a memoria” è un titolo polisemico, ripreso all’interno del volume da alcuni splendidi versi (“Ci è stato dato questo e non altro / il calore che si estingue in un esercizio / mandato a memoria, nei cortili”) e portato ad un livello generale, come rappresentante dell’intera raccolta: “il significato che sento più vicino è quello del ‘dare mandato’ alla memoria, dell’affidarsi a essa – come dice l’etimologia – ma anche dell’obbligo a compiere l’atto della memoria, che non si esaurisce nel ricordo ma anzi ritorna sempre al presente, come se si rigenerasse nell’istante successivo. Il passato non è mai morto e non è nemmeno passato, come ha scritto William Faulkner”.

Da Faulkner ai Sentimentale Jugend, che titolano un po’ a sorpresa la prima parte del volume. Tutti si ricordano la celeberrima Christiane F. (quella di “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino), un po’ meno forse Alexander Hacke, oggi elemento fondamentale degli Einstürzende Neubauten, ma allora membro di una giovanissima e decadente formazione berlinese. “Le poche canzoni composte da quell’improbabile duo all’inizio degli anni ’80 dello scorso secolo sono molto affascinanti e, ascoltandole, evocano tutta la fragilità tragica dell’infanzia e della giovinezza, che hanno poco di aulico e ancor meno di magico”. ‘Sentimentale’ peraltro è “un ossimoro fondativo, non rimanda a un’età dell’oro perduta o a cui ritornare, ma al primo manifestarsi degli spigoli del mondo, delle idiosincrasie e delle affinità elettive che ci accompagneranno nei decenni a venire, ineluttabili come il letto che accompagna il fiume”.

Ma non è tutto, e qui si capisce bene a quale Berlino Pini si rifaccia: quella disperata e alternativa da cui nacque un mondo artisticamente multiforme, a partire dai già citati Einstürzende Neubauten di “Kollaps”: “Il fatto poi che i due ‘giovani sentimentali’ della band fossero una tossicodipendente conosciuta su scala globale e un geniale musicista senza fissa dimora, entrambi nemmeno ventenni all’epoca, mi ha sempre fatto sorridere”.

In realtà all’interno di “Mandato a memoria” sono Treviglio e Milano i luoghi più ricorrenti. Il meccanismo è quello di un ricordo personale del poeta che, attraverso la poesia, diventa condiviso e si tuffa nel presente. “Se nella Mitteleuropa si affondano le braccia nella Storia, più minuta – ma anche più precisa e vibratile – è per me la geografia della pianura, del pendolarismo che inevitabilmente ammanta la quotidianità di chi dalla periferia (in questo caso della Bassa) deve spostarsi verso il centro e poi tornare”. In questo senso scriverne “è l’atto finale di attraversamenti ripetuti, di un’osservazione costante, della costruzione di una mappa che è quella dell’eterno ritorno, di qualcuno che non può far altro che affilare i suoi strumenti umani nello spazio che gli è dato, riconoscendo l’umanità, le architetture, il paesaggio che gli sta intorno”.

“Luccica l’emocromo nel mattino” è uno degli endecasillabi più trafiggenti dell’intera raccolta. Insieme all’assonanza leggera “armi” / “rotocalchi” rende la poesia assai notevole, in una delle sezioni fra le più importanti del libro, “Le ore di mezzo”. La malattia, l’esperirla direttamente o da osservatori coinvolti, è un atto di affidamento e silenzio pressoché totale: a chi e cosa può tenere viva la vita. Ed è, anche, un tempo sospeso nell’attesa di un verdetto. ‘Le ore di mezzo’ prende le mosse da una serie di visite agli ospedali, dal confronto, a volte diretto a volte sfuggito, con i corpi malati, soli e finali, indeboliti sino a non sembrare più loro eppure proprio per questo essenzialmente corpi in vita, carichi di memoria e capaci di indicare il seguito dopo di loro. È la sezione centrale del libro, la terza di cinque e l’ultima che ho scritto: equilibra tutte le altre, o almeno dovrebbe”.

In “Al principe” Pier Paolo Pasolini scrisse che “Per essere poeti, bisogna avere molto tempo: / ore e ore di solitudine sono il solo modo / perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono, / vizio, libertà, per dare stile al caos”. Propongo questi versi a Stefano, che mi risponde con un frammento da “Tersa morte” di Mario Benedetti: “Vedere nuda la vita / mentre si parla una lingua per dire qualcosa”. È una risposta che segna un riferimento, quello al grande poeta nato nel 1955 a Udine e morto per il covid lo scorso marzo, e riassume il pensiero di Stefano: “mi verrebbe da dire che serve avere uno sguardo capace della forza dell’abbandono. La solitudine è la condizione inderogabile in cui ci si muove e si prova a dare forma al caos”.

Poi arriva una domanda che mi faccio sempre quando leggo la poesia, soprattutto quella contemporanea: come ha lavorato il poeta? “La maggior parte dei testi sono stati scritti in un periodo relativamente breve, un’estate e un autunno. Ma sono il risultato di una lunga attesa fatta di appunti sparsi, un lavoro di accumulo e di ripensamento durato anni. Prima che il libro raggiungesse la sua forma attuale, sono stati ulteriormente rivisti, con piccole e piccolissime varianti che si sono succedute nel tempo”.

Scalpello e lima, insomma, un lavoro d’artigianato che spesso sta dietro la poesia dei nostri tempi. Poesia che però da un lato rischia di essere un po’ troppo cenacolare (la scrivono i poeti, la leggono i poeti) e dall’altro risulta talvolta sorprendente: si dice che non venda e non abbia pubblico, ma le cifre di vendita di Alda Merini e Michele Mari (un ottimo romanziere il cui libro più venduto però è la raccolta “Cento poesie d’amore a Ladyhawke”) smentiscono questa idea diffusa. La poesia richiede sforzo, dedizione, un’apertura e un affidamento (di nuovo questa parola) che non sono di tutti. Certo, è possibile trovare spazi di fruizione e modi di introdurre alla poesia che coinvolgano un pubblico più ampio, ma il confronto con il testo sarà sempre complesso e sfaccettato, perché complesso e sfaccettato è l’universo di senso cui qualunque poeta prova a guardare”. Nonostante ciò: “Le vie che può aprirsi la poesia sono impredicibili e, se è vero che i numeri assoluti sono piccoli, a volte basta un verso per entrare in un dialogo segreto con un lettore che nemmeno pensava di esserlo. E quell’incontro è un unicum”.

Infine, cosa è rimasto sul foglio bianco dai mesi più intensi di lockdown? Qualcuno ha scritto, qualcun altro è stato in silenzio: “Ho letto molto, passato moltissime ore in casa e in silenzio, come è successo quasi a tutti. Ho cercato di ascoltare quella nuova condizione con attenzione. L’attraversamento di quelle settimane non ha lasciato energie per la scrittura e l’assedio di testi informativi, narrativi e poetici nati dalla pandemia ha suggerito ulteriore silenzio”. Però, forse, è da quel silenzio solitario che poi nascono nuovi versi.

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