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#allamiaetà: Arpioni. Trent’anni di «orobic ska» sui palchi d’Europa

Racconto. Hanno imparato la geografia del Vecchio Continente girandolo in furgone per suonare praticamente ovunque e quando sono tornati a casa, anche dopo sedici anni di stop dall’ultimo disco, l’accoglienza per gli Arpioni è stata calorosa in occasione della presentazione del loro nuovo album «Les jeux sont faites» (Edoné Dischi)

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Gli Arpioni oggi

Dagli anni Novanta, la band di Stefano “Kino” Ferri e Franco “Skarpe” Scarpellini continua a far ballare i ventenni di oggi e di ieri con il suo ritmo in levare e «ci teniamo a ricordare che lo ska è il papà del reggae, anche se molti pensano il contrario» sottolineano i due musicisti. Lo ska degli Arpioni, infatti, affonda le sue origini in quello giamaicano, nato negli anni effervescenti in cui il paese stava ritrovando la libertà dal dominio coloniale inglese, ma ne aveva assimilato i fiati jazz, unendoli alle sonorità caraibiche, per diventare qualcosa di nuovo, mai sentito e nel giro di poco rallentare, per diventare rocksteady prima e reggae poi.

Anni prima di pubblicare un pezzo come «No woman no cry», Bob Marley stesso finì in testa alle classifiche giamaicane nel 1964 con «Simmer Down», una super hit rocksteady e suo primo singolo con gli Wailers. Nella band con lui anche Bunny Wailer e Peter Tosh. Con loro, prima ancora Marley nel trio The Teenagers suonava ska. Un genere che in Messico, Indonesia e Giappone è mainstream, diversamente dall’Italia dove lo ska è rimasto nell’alveo della musica indipendente, in cui gli Arpioni si trovano da sempre benissimo, «d’altronde non ci è mai interessato spostare la barra delle vendite, non è quello il punto per noi».

Should I stay should I go? Go! Dopo lo stop si torna a suonare

La storia della band si può dividere in due, dai primi anni Novanta al 2008 e dal 2018 ad oggi. «In mezzo dieci anni di stop, in cui la formazione è completamente cambiata tranne me e Kino, che non molliamo – ride Franco “Skarpe” Scarpellini, chitarra, voce, autore e produttore della band – Inizialmente non avevamo l’idea di fare un disco, ma un demo con dei pezzi nuovi. Avevamo registrato “Les jeux sont faites”, “Il tour dei bar”, “Bailando ska cha cha”, tre canzoni finite poi nel nuovo album. Abbiamo finito di mixare che cominciavano a esserci i primi blocchi da Covid. Con il lockdown ci è venuta l’idea di farne un disco e abbiamo avviato un crowdfunding, un’idea nata sia per sostenerne la pubblicazione, sia per vedere quale fosse la risposta del pubblico dopo tanto silenzio».

«In realtà avevamo dei pezzi nel cassetto da anni, ma fino al 2018 ci siamo occupati entrambi di altro, abbiamo collaborato con altre band e non abbiamo smesso di frequentare concerti e situazioni – aggiunge Stefano “Kino” Ferri – Ogni tanto arrivavano richieste di live, ma siamo stati fermi fino a quando l’etichetta tedesca Lucha Amada ci ha contattato, per loro abbiamo fatto la cover di “Should I stay should I go” dei Clash e ci siamo un po’ riattivati, macinato una ventina di date, fatto quelle prime tre canzoni, poi lo stop e il disco».

Arpioni live

Durante i lockdown Kino e Skarpe hanno scritto e lavorato al disco e utilizzato i momenti di apertura per confrontarsi e provare con chitarra e voce la prima imbastitura dei brani nuovi. L’embrione del disco è nato così. Solo dopo, quando si è potuto, gli Arpioni sono andati in studio, cucendo pazientemente le varie parti e lavorando sugli input da tutti i membri della band.

«È stato un periodo doloroso, per motivi personali, di gruppo, della città e volevamo fare qualcosa di positivo – racconta Kino – Ne è uscito un disco più maturo, in cui ognuno ha portato qualcosa, io esempio ho portato “La pecora nera”, un pezzo che sa di centro Italia e di popolare con la fisarmonica di Andrea Mei, uscito dai Gang e dall’esperienza dei Nomadi». «Ne è venuto fuori un lavoro dai molti colori – ha aggiunto Skarpe – che riassume un poco la nostra storia, le nostre attitudini consolidate, gli incontri e gli amori musicali, che da sempre nel nostro caso sono variegati e senza confini definiti, pur rimanendo noi nell’alveo della musica in levare».

Quando la Polenta (Posse) incontra i Brasati

«Sono del ’61 e sono cresciuto con lo ska two tone inglese degli anni Ottanta, quello di Madness e Selecter», che aveva anche un dress code preciso «camicia bianca, impermeabile e giacca sixties, tutti presi da un baule di vestiti di mio zio – ricorda Skarpe – ero decisamente naif. Penso fossimo in due a Bergamo a vestirci così. Gravitavo attorno alle “Tribù Liberate”, un movimento politico-culturale locale, che faceva cose molto forti. Cominciammo anche a fare musica con i primi Atari, poi è arrivata l’ondata rap dagli USA, con Grandmaster Flash e gli Afrika Bambataa sono stati a suonare a Bergamo, in quello che era il Motion di Madone. Un fermento incredibile».

In realtà prima degli Arpioni Skarpe ha un passato in un gruppo industrial con cui provava in un garage, in quello accanto c’erano i suoi futuri compagni di band: «Qualche volta cambiavo stanza e mi sono univo a quella combriccola in levare – racconta – grazie al contatto con Ennio Ravasio, tastiere, e Ugo Crescini, alla voce prima di Kino, ho scoperto che lo ska c’era anche prima dei Madness, che era una seconda ondata e che quello originale risaliva agli anni Sessanta: Desmond Dekker, Laurel Aitken, Prince Buster; col tempo ne scoperto tutta la genealogia: ska, rocksteady, early reggae, un mondo. In quel periodo anche grazie ai Casino Royale in Italia si ricominciava ad ascoltare quel genere».

Dieci anni in meno d’età per Kino, che verso la fine degli anni Ottanta, poco più che diciassettenne comincia a frequentare Santa Caterina, «perché vedevo questi personaggi bizzarri che giravano al Menta Fredda o in via Quarenghi al Capolinea 29, due posti dove allora si trovavano gli alternativi a Bergamo – ricorda – Ero incuriosito da loro e mi sono avvicinato, per me l’approccio alla musica è sempre passato dalla relazione. Prima di entrare nel giro sentivo i cantautori, il metal e Bob Marley ed ero parte di un movimento studentesco attivo all’epoca a Bergamo, quello della Pantera. Mi sono innamorato degli Arpioni sentendo un loro pezzo, «Yankee go home»: erano gli anni della guerra del Golfo».

L’occasione di un primo avvicinamento è arrivata con una serata nel ‘92: Kino era presente con i Polenta Posse, dove si esibiva insieme all’amico GroS, «ci piaceva il rap, il reggae e il raggamuffin, facevamo una cosa molto alla buona – ricorda – Partecipava al live anche una parte di Arpioni, che quella sera si presentarono come i Brasati. Polenta Posse e i Brasati. Da quella sera è cominciata la storia dello ska reggae orobico, prima ci si rifaceva al two tone o alla tradizione giamaicana».

Arpioni con Laurel Aitken

Dopo due demo, nel ’95 gli Arpioni pubblicano il primo disco ufficiale, «Papalagi» con Kino alla voce. «Ugo Crescini aveva lasciato la band ed era entrato lui perché ci stava simpatico – ricorda Skarpe – Facevamo tanti concerti e il disco era stato accolto bene e anche “Planet Rock”, un programma della Rai, aveva passato alcuni nostri pezzi».

In tour per conoscere la geografia (umana)

Da quel momento gli Arpioni cambiano formazione ma non smettono più di suonare su e giù per il continente e nel 1998 pubblicano «In mezzo ai guai», che contiene anche «Insumision», una cover di Tonino Carotone. Lui la sentirà, si conosceranno e da lì partirà una collaborazione. Una delle tante per il gruppo bergamasco, che diventerà anche la band ufficiale del «Padrino dello ska» Laurel Aitken per le sue date europee. Seguiranno «Un mondo in levare» (1999), «Buena Mista Social Ska» (2008) e «Malacabeza» (2005), ma soprattutto centinaia di concerti e serate dal vivo.

Kino con don Andrea Gallo e Manu Chao

«Quando abbiamo fatto la reunion prima del Covid ho pensato che sarebbe stata una reunion di aficionados – racconta Kino – invece la sala non solo era gremita, ma la metà erano venti-trentenni, li vedevo. Con gli Arpioni imparato un sacco di geografia, soprattutto geografia umana. Grazie alla musica mi sono avvicinato a un sacco di cose che hanno riempito la mia vita, le relazioni, ho fatto altri lavori, ma la musica ti apre un sacco di alveoli in più e ti lega in un modo incredibile».

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