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Bianco a «Bergamo NXT Station» per raccontare le sue «Storie che non fanno paura»

Intervista. Il cantante torinese sarà a Bergamo il prossimo 24 giugno in apertura agli Zen Circus, per raccontare la storia di un uomo che, giunto alla soglia dei quarant’anni, non ha più paura di essere normale: «A volte la normalità racchiude tutto quello di cui abbiamo bisogno. Le storie che racconto io sono storie che parlano di normalità, di vita, di amore e non mi fanno paura perché si tratta di storie che per me si concludono con un lieto fine»

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Bianco (foto Giorgia Mannavola)

Bianco è prima di tutto Alberto. E la sua voce è profonda anche quando spiega con pazienza, attenzione e dedizione che non teme di mostrarsi per quello che è. Cioè la capacità di saper godere del sapore delle piccole cose, che non ha a che fare con la monotonia della quotidianità. Ma con la sensibilità di chi riesce a trovare il romanticismo anche nella traccia sbiadita di uno scontrino o nel segno lasciato dal bottone rotto di una camicia che non indossi più da anni.

Bianco è soprattutto figlio della provincia e di quel modo di fare musica che ha ancora a che fare con l’arte. Le sue canzoni nascono da un’esigenza, quella di tirare fuori l’indicibile, quelle parole sottintese e quelle passioni recondite e autentiche che ci fanno uomini e donne. Perché l’istinto primordiale nel quale risiede la nostra essenza ha ancora a che fare con quei sentimenti che non abbiamo il coraggio di confessare. Lo abbiamo intervistato in occasione della sua partecipazione a «Bergamo NXT Station», in apertura degli Zen Circus venerdì 24 giugno (dalle 20, biglietti su Dice o Ticketone).

Bianco live

CP: Il tuo tour si intitola «Storie che non fanno paura» e richiama alla necessità di creare un legame intimo con il pubblico nel quale l’unico spazio che si frappone tra l’artista e l’ascoltatore, sono appunto le canzoni. Quali sono per te le storie che non fanno paura?

AB: Le storie che non fanno paura sono le storie di cui ho bisogno in questo momento, sono storie, sono esperienze che mi piace ascoltare e raccontare perché non hanno per forza l’esigenza e l’ambizione di stupire e di spaventare. A volte la normalità racchiude tutto quello di cui abbiamo bisogno. Le storie che racconto io sono storie che parlano di normalità, di vita, di amore e non mi fanno paura perché si tratta di storie che per me si concludono con un lieto fine.

CP: Nel tuo ultimo disco «Canzoni che durano solo un momento», il filo conduttore è la capacità di esasperare dettagli apparentemente insignificanti come una gomma masticata dentro ad un pezzo di carta, che diventa il pretesto per raccontare un amore finito. Quanto dura, per te, un momento?

AB: Devo dire che è una domanda abbastanza complicata… io credo tantissimo nel concetto di infinito, perché poi se il momento è importante e significativo, si incide nei ricordi e dura per sempre. Il messaggio che racchiude è un po’ quello e rimanda provocatoriamente al fatto che fisicamente le canzoni possono durare tre minuti ma l’intenzione è la speranza è che si incollino addosso alle persone e diventino parte delle loro vite. Ovviamente dipende tutto dall’importanza del momento e dal peso della canzone.

CP: Sempre nel tuo ultimo disco c’è una canzone che si intitola «Mattanza» in duetto con Colapesce che al di là dell’omaggio ai Beatles mi ha ricordato la filosofia di una canzone di Battisti, «Questione di cellule». In entrambi i casi i testi possono essere interpretati come un inno sarcastico a chi vorrebbe che fossi necessariamente come non puoi essere. Hai imparato a bastarti o ti senti ancora come un pesce in una rete?

AB: La metafora che utilizzo nella canzone dipende molto dal tipo di lavoro che faccio che richiede tanta autoanalisi. Il tenore delle canzoni che scrivo, del resto, mi impone di misurarmi continuamente con la mia auto-percezione e questo comporta inevitabilmente il doversi mettere in discussione e chiedersi se ciò che stai facendo ha senso. Quest’idea e questa necessità, per così dire, forzata, ti porta a crearti una rete dalla quale non vuoi o non puoi uscire. Chiaramente poi nella canzone che abbiamo scritto io e Lorenzo abbiamo scelto delle parole che sono molto interpretabili, perché abbiamo dato vita ad una sorta di invettiva nei confronti di questa moda comunicativa che porta oggi le persone a lamentarsi per qualsiasi cosa: il lavoro, il caldo, il freddo, i figli e tutta quella roba lì.

CP: Nel tuo percorso hai collaborato con tanti artisti: Dente, Colapesce, Levante, Fabi che hai accompagnato anche in diversi tour. Qual è la collaborazione a cui devi di più?

AB: Beh, sicuramente Fabi e Levante, ma semplicemente anche solo perché ho passato più tempo insieme. Con Claudia è un bel po’ che non faccio qualcosa, mentre la collaborazione con Niccolò continua a restare la fresca. Loro mi hanno insegnato tanto al di là del lato artistico, perché si sa che quando scegli di fare musica con qualcuno è perché ci sono delle affinità. Da Claudia ho imparato soprattutto l’ambizione, il darsi degli obiettivi, percorrendo un percorso sano per raggiungerli. Poi conosco Niccolò ormai da tanti anni e quando l’ho incontrato per la prima volta faceva questo lavoro già da venti. Ciò che mi colpisce è che ancora dopo tantissimo tempo c’è in lui un fuoco vivo, una passione molto potente che, stando insieme a lui, ti spinge a vivere con intensità non solo i momenti in cui stai sul palco ma anche quelli di contorno, in cui si sta insieme alla band e si crea quel clima di comunione, quella coralità che permette poi ai legami di durare nel tempo.

CP: Per citare la canzone «30, 40, 50»: a 38 anni hai capito cosa ti piace davvero e quali sono le cose delle quali riesci ancora ad innamorarti?

AB: Devo dire che ho cantato questo pezzo proprio ieri e lo sento ancora molto attuale. Fondamentalmente, come dico nella canzone, mi piacciono le cose semplici: avere dei momenti per me, fumare in macchina da solo e non entrare nel concetto di routine, mantenere sempre questa sensazione di meraviglia in quello che faccio, scrivere canzoni, arrangiarle, condividere la mia musica coi miei amici coi quali scambiarmi idee. Certamente il mio è un lavoro instabile sotto molto aspetti, ma impagabile dal punto di vista della qualità della vita. Mi piace ritagliarmi degli spazi in cui lascio vagare la mente e in questo momento mi sento abbastanza in pace con quelle che sono le mie passioni.

CP: C’è un tuo pezzo, «Saremo giovani», nel quale il sound decisamente prorompente contrasta con il racconto di una gioventù spensierata che non hai mai vissuto. Com’è stata la tua adolescenza e come ha influenzato la tua musica?

AB: Io ho avuto un’adolescenza abbastanza normale, anche se fuori dagli schemi. Nel senso che è stata un’adolescenza fatta di poche vacanze e pochi viaggi all’estero nella quale prevalentemente lavoravo per mantenermi, quindi diciamo che ho vissuto poco della spensieratezza di quel periodo anche se mi ha insegnato tanto, sono cresciuto prima. Poi ho avuto la fortuna di fare musica quindi molte delle cose che non ho fatto da ragazzo e molta di quella incoscienza le vivo più ora che quando avevo vent’anni.

CP: Come pensi si sia evoluta la scena indie dai tuoi esordi?

AB: È cambiato tutto nella misura in cui è cambiato il motivo per cui le persone fanno musica. Prima per gli artisti attraverso le canzoni esprimevano delle necessità, tiravano fuori anche gli aspetti più bui della loro personalità o comunque i lati del carattere più difficili da esternare. Nel mio caso la musica è stato un modo per risolvere una sorta di senso di inadeguatezza e disagio che in qualche modo rimanevano latenti e che sono poi quei sentimenti che ti portano a chiuderti in camera e a scrivere le canzoni, per trovare un ruolo nella società che non sia quello che hanno scritto per te, per vivere la vita che vuoi tu. Non dico che sia così in senso assoluto ma oggi la musica è quasi diventata una scorciatoia per arrivare alla notorietà. Poi cambia continuamente il modo di ricezione, quindi è tutto un continuo rincorrere dei modi per starci dentro.

CP: La copertina del tuo ultimo disco ti ritrae con un occhio coperto da un fiore, nella veste di pirata gentile che inizia a raccontare il mondo con lo sguardo di un sopravvissuto, che rimpiange un passato nel quale riusciva a sentire il sapore delle piccole cose e a pesarne il valore. Crescere significa perdere quell’innocenza?

AB: Penso che crescere significhi trovare consapevolezza di sé stessi, del proprio lavoro, dei propri sentimenti. Essere capaci di godere delle piccole cose e anche mettersi una mano sugli occhi, se necessario. Fare le cose non per quieto vivere ma preservare sempre la curiosità, sforzandosi ogni giorno per cercare di diventare una persona migliore, fino a quando non si diventa vecchi e si torna a essere dispettosi come i bambini.

CP: In una canzone definisci Dio come la paura, come un salto nel vuoto. Mi piace pensare che ci sia un collegamento tra la paura come emozione necessaria alla sopravvivenza e il salto nel vuoto inteso come quel rischio che corri ma che ti fa sentire vivo. Lascio a te un’ultima suggestione: cosa rappresenta per te l’onnisciente?

AB: Nel testo dico io che la paura è fatta di niente, come un salto, ed è fatta di niente, come Dio. Ci sono delle cose che se ci pensi, ti rendi conto che non esistono a livello di concretezza. Quindi mi viene da chiedermi: è importante credere in cose che non esistono materialmente? No. È giusto saper riconoscere le cose che ti spaventano come inconsistenti, per poterle superare. Io sono credente a modo mio, e quindi per me credere è riuscire ad avere la lucidità necessaria per mettere le cose evanescenti da parte. È una frase che mi ripeteva sempre mio nonno quando da piccolo mi chiedeva di scendere a prendere qualcosa per lui in cantina. Gli dicevo che avevo paura del buio e lui non faceva altro che spronarmi ripetendomi che la paura è fatta di niente. È una cosa che negli anni mi sono cucito addosso ed è un concetto che utilizzo quasi come se fosse la mia preghiera, ecco.

Bianco
(Foto Giorgia Mannavola)

CP: Cosa rappresenta per te l’amore?

AB: Per me l’amore è un sentimento che sta alla base dell’esistenza. Poi è vero che l’amore si declina in 250 milioni di forme ma è dall’amore che nasce tutto: le gioie, i segreti, le difficoltà che ti rendono più forte. Direi che l’amore è la piscina in cui nuoto e mi immergo completamente tutto il giorno, tutti i giorni.

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