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“Ci vuole orecchio” (e anche un bel po’ di ironia): Elio racconta Enzo Jannacci

Intervista. Una chiacchierata con Elio, al secolo Stefano Belisari, significa una chiamata da parte sua di lunedì pomeriggio, qualche giorno prima del suo spettacolo “Elio ci vuole orecchio. Elio canta e recita Enzo Jannacci”, venerdì 18 febbraio al Creberg Teatro Bergamo

Lettura 3 min.
Elio

“Pronto, sono Elio, per l’intervista”, esordisce gentile e serio, come sarà per tutta la chiacchierata, pesando le parole con piccoli sospiri, lasciando trasparire un’intelligenza placida, di uno che sa bene cosa sta facendo. Elio, dismesse le Storie tese, di cose ne ha fatte e ne sta facendo tante, ma non è un caso, bensì una scelta oculata, che passa da un’idea di arte come libertà e divertimento.

“Sono entrato in una fase della mia vita in cui faccio solo cose che mi piace fare. L’ho sempre fatto anche prima, ora continuo a farlo muovendomi di più tra le occasioni che mi vengono proposte. Cantare Jannacci era una cosa che desideravo fare da tempo, e quando mi è stata offerta l’occasione ho accettato subito. Però non mi sento un erede”. Enzo Jannacci dopo “Il Grigio”, lo spettacolo di Giorgio Gaber e Sandro Luporini arrivato a Bergamo nel 2019. Un filo rosso che li lega e che Elio sembra voler continuare a fianco del regista Giorgio Gallione: “Gaber e Jannacci erano amici, anche se poi hanno intrapreso strade diverse. Con Gallione, dopo Gaber, abbiamo portato in scena Jannacci, ci sembrava giusto così”.

Sul palco con Elio, Alberto Tafuri (pianoforte), Martino Malacrida (batteria), Pietro Martinelli (basso e contrabbasso), Sophia Tomelleri (sassofono) e Giulio Tullio (trombone), arrangiamenti di Paolo Silvestri. Un ensemble che odora di jazz, come di jazz in certi passaggi erano intrise le canzoni del medico-cantautore milanese. E la scenografia, minimale e colorata, rispecchia l’indole multiforme di Jannacci. “Nello spettacolo non racconteremo lo Jannacci più ironico o quello più malinconico, ma cercheremo di raccontarlo nel complesso. Non esiste nulla di scritto da lui, quindi ci faremo aiutare dalle parole di personaggi del suo giro, come Dario Fo, Umberto Eco, Michele Serra. Ci saranno anche tre scritti miei e ovviamente le canzoni: scelte non necessariamente fra quelle più famose, ma funzionali a raccontare il suo percorso”.

Brani e parole dunque si alterneranno, come in una sorta di teatro-canzone, “diciamo un tentativo di cantare Jannacci attraverso le sue canzoni e non solo”. Protagonista la Milano degli anni Sessanta e Settanta, che è anche la Milano di Elio da piccolo: “In casa mia c’è sempre stata la musica di Jannacci. Mio padre mi raccontava di lui e da subito ho ascoltato dischi come ‘Ho visto un re’ o ‘Giovanni telegrafista’”.

“Piripiripiri... Piripiripiri...”: “Giovanni Telegrafista” (1967, lato b di “Vengo anch’io, no tu no”) è una delle più belle e atipiche canzoni di Jannacci, che riprese una poesia (“João, o telegrafista”) scritta alla fine degli anni Quaranta dal poeta modernista brasiliano Cassiano Ricardo, e la musicò ispirandosi a “Samba de uma nota só” di Jobim. Un pizzico di surrealtà, la stessa, ma più accentuata, che si ritrova nella mitica “Il cane con i capelli” (“Il cane con i capelli, quando andava per la strada, si molleggiava: / se passava davanti a una vetrina, si rimirava, si pettinava i suoi capelli”), una specie di antesignana de “Il vitello dai piedi di balsa” di Elio e le storie tese: “certamente ho assorbito qualcosa e anche di più se parliamo di questo aspetto surreale di Jannacci. La passione per le storie assurde non so se era già dentro di me o è nata ascoltando Jannacci, ma è sicuramente una caratteristica che ci rende affini”.

“Chi non ride non è una persona seria” si legge nella presentazione dello spettacolo, un aforisma che risale a Fryderyk Chopin e che Elio, via Jannacci, ha fatto suo: “Lo condivido in pieno. Ho sempre pensato che ridere sia una medicina e sono sempre stato molto grato a chi mi ha fatto ridere nella vita. Quando abbiamo fatto LOL (il programma di Amazon Prime che vedeva coinvolti diversi comici, ndr) sono arrivati tantissimi messaggi in cui le persone ci ringraziavano per le risate che avevano fatto grazie alla trasmissione. In effetti durante la pandemia ridere può essere stato d’aiuto”.

Ma non solo: “ridere è bellissimo e aiuta tanto” ripete Elio, “noto però che in Italia chi fa ridere viene considerato un artista minore. Bisognerebbe uscire da questo atteggiamento un po’ provinciale, come se ci si vergognasse della risata, come se un artista che fa ridere non è serio e non ha la stessa dignità gli altri”. È inutile negarlo, la risata nel nostro Paese non se la passa troppo bene, dalla satira alla comicità pura, senza contare cosa era un tempo la commedia all’italiana e cosa è oggi – a tal proposito va ricordato che Jannacci “assaggiò” il genere partecipando a “Il frigorifero”, uno degli episodi di “ Le coppie ”, film del 1971 di Mario Monicelli.

E a proposito di cinema, giusto quello manca nel poliedrico percorso artistico di Elio, fra canzone, musica classica, teatro e partecipazioni come giudice a diversi talent show: “Non sento l’esigenza di fare cinema, insomma non mi manca. Potrei accettare di farlo, dipenderebbe soprattutto dal film. Mi ritengo però già fortunato così. Come dicevo prima, faccio le cose per una sorta di ‘egoismo’ che mi porta a sentirmi sempre a mio agio in tutte le situazioni che ho provato fino ad oggi. Certo, se mi offrissero di fare il ‘Macbeth’ ci penserei bene. Ma se mi guardo indietro sono contento così: ho fatto molto di più di quello che avrei potuto immaginare”.

Cantava Enzo Jannacci: “Quando un musicista ride / depone il suo strumento e ride e non si guarda in giro / e non teme, non ha paura della sua semplicità”.

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