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Cristina Donà, cantare di stelle e desideri per colmare il vuoto

Intervista. Lo scorso dicembre ha pubblicato un disco nuovo, titolo “deSidera”. È bellissimo, inaspettatamente elettronico, decisamente libero. Parla di stelle, alberi, pandemia, consumismo e molto altro

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(foto Francesca Sara Cauli)

A pochi giorni da Sanremo, dove non è mai stata concorrente (“ci abbiamo provato invano nel 2003 e nel 2011, poi ho capito che la competizione non fa per me”), Cristina racconta un disco dove a sorprendere è prima di tutto l’elettronica.

LB: Ciao Cristina, potremmo dire “vintage, ma non troppo”.

CD: È una scelta assolutamente condivisa con il mio produttore Saverio Lanza, a cui ho dato l’indicazione di trovare una dimensione sintetica, quindi elettronica, che potesse abbinarsi all’atmosfera dei nuovi pezzi e alla mia voce. È un’esigenza artistica che avevo da qualche anno e non ho mai avuto in precedenza, una curiosità che ho maturato quando ho cominciato a scrivere i brani di questo disco, nel 2014-2015. Alla fine è venuta fuori questa definizione di “elettronica preistorica” perché in fondo è tale visto che sono soprattutto suoni anni ’80, “preistorici” ormai, visto quanto corre veloce il nostro tempo. Ci sono anche i nostri ascolti: i Radiohead, Battiato, Battisti del periodo Panella…

LB: Durante il lockdown hai scritto solo una canzone, “Senza fucile né spada”. Ma in qualche modo “Colpa” sembra quasi preveggente. Nei mesi più terribili era diffusa una continua ricerca di un capro espiatorio: la Cina, i runners…

CD: Credo che la pandemia sia un momento di crisi e in quanto tale abbia sottolineato alcuni aspetti che sono tipici degli esseri umani, a volte più marcati a volte meno. Bisognerebbe tentare di rielaborare questa crisi, invece prevale il bisogno di trovare un capro espiatorio che faciliti il nostro procedere, dalla politica al quotidiano. Leggevo da qualche parte che il capro espiatorio è un modo semplice di risolvere i problemi, dare la colpa a qualcun altro ci deresponsabilizza e ci toglie quella parte di rielaborazione che dovrebbe spettarci. Ma è una riflessione che nasce dall’auto osservazione, un insegnamento che continuo a ricevere, anche grazie all’insegnante di yoga che ho avuto per anni.

LB: In “Senza fucile né spada” racconti cosa è accaduto a causa della pandemia in Val Seriana, dove vivi. In quel periodo molti dicevano che ne saremmo usciti cambiati. Secondo te stiamo cambiando e cosa è rimasto di quel periodo che comunque non è ancora del tutto finito?

CD: Chi aveva il desiderio di cambiare penso abbia fatto un percorso di consapevolezza e di apprezzamento di certi aspetti della vita che sono legati alla natura e a tutto quello che ci è stato tolto in quel periodo. D’altra parte invece c’è un insieme di fattori che non rende semplice il cambiamento in positivo, perché comunque il perdurare di questo periodo, la necessità di una società basata sul consumo, sul non fermarsi mai senza invertire la rotta, non rende facile il cambiamento. Là fuori non vedo, nel nostro Paese ma anche negli altri, dei segnali di cambiamento di direzione nel consumo e in tutti quegli aspetti racchiusi in questo fatidico 2030 che ci hanno dato per salvarci la pelle. Eppure credo che questo sia il momento buono per fare delle scelte di cambiamento.

LB: Quindi non sei granché ottimista.

CD: Non riesco a capire quali siano le strategie, mi sembra che si stia un po’ tergiversando. E penso che quello che è successo qui da noi sia dovuto al virus ma anche a una malagestione della diffusione pandemica e anche lì non vedo un cambio di rotta, a partire dalla sanità, in cui manca sempre il personale sufficiente. Per quanto mi riguarda però di natura sono ottimista, grazie a una super mamma il cui motto era “non arrendersi mai”, e penso che soprattutto nei giovani ci sia una consapevolezza diversa nei confronti del futuro. Sicuramente servono dei sacrifici, non possiamo continuare così, a consumare e ad avere sempre tutto a disposizione, ne pagheremo le conseguenze.

LB: In “deSidera” c’è il desiderio consumista di cui parli, come in “Distratti”, ma c’è anche il desiderio dell’uomo che guarda le stelle, come appunto in “Desiderio”.

CD: Nel disco c’è una doppia natura, che nasce dall’etimologia della parola desiderio, “de-sidera”, cioè mancanza di stelle. Una parola che ho trovato rappresentasse bene il disco, perché il desiderio è una parte fondamentale dell’essere umano, è una sorta di motore, ci spinge ad andare verso un qualcosa che sta fuori da noi, ad esempio il desiderio d’amore verso l’altro. Però in un momento storico come questo, dove i desideri si confondono con i bisogni e spesso hanno a che fare con cose di cui non abbiamo realmente bisogno, il desiderio può diventare qualcosa di negativo. C’è però, come dicevo, un desiderio che è quello di riempire il vuoto di cui siamo costituiti, perché siamo esseri incompleti e questo farci domande su ciò che sono i desideri è un modo per aiutarci, per indirizzarci nel tentare di colmare questo vuoto.

(Foto Francesca Sara Cauli)

LB: In “Desiderio” canti “è tutta colpa delle stelle, così, così lontane, così che non si possono prendere”.

CD: Lì c’è proprio la descrizione di questo bisogno, della mancanza di stelle, di qualcosa che completi noi esseri incompleti. Qualcosa di lontano e irraggiungibile, che sentiamo come un’eterna insoddisfazione. C’è poi un altro aspetto che mi sta abbastanza a cuore ed è il fatto che noi siamo costituiti chimicamente dalle stelle e quindi in un modo, se vuoi un po’ poetico, ho pensato che le nostre “mamme” sono lontane e proviamo questa sorta di nostalgia di noi esseri che nell’universo siamo niente. C’è infine l’idea di ricominciare a considerare la nostra presenza sul pianeta come una cosa meravigliosa. Con la Terra dobbiamo assolutamente venire a patti perché non possiamo dominarla: siamo all’interno di una dinamica di bisogni di una creatura vivente, che è il nostro pianeta. Quindi speriamo che i giganti delle multinazionali conquistino questa consapevolezza sul nostro pianeta. Ma mi piace pensare che anche noi, esseri comuni “piccoli”, attraverso le nostre scelte possiamo cambiare le cose.

LB: Alberi, stelle di un cielo che non è quello urbano, la natura e il suo divenire come in “L’Autunno”. Tu vivi a Songavazzo, ciò che hai intorno conta molto in quello che scrivi.

CD: Conta tantissimo, ho cominciato a scrivere una volta che mi sono trasferita qui, nel 1993. Avevo cominciato due anni prima a cantare cover insieme a Marco Grompi, dunque la passione per la musica c’era già, ma non l’avevo mai considerata come un lavoro. Poi giungendo qui, il paesaggio e anche le camminate in montagna con mio marito Davide Sapienza, geopoeta, mi hanno aiutato a partorire le canzoni che prima erano sopite ed è proprio lì che nasce quel desiderio nobile di cui parlavamo prima, cioè di andare incontro a ciò che è importante per me, la musica, le canzoni. La svolta è stata nella scrittura dei testi, sui cui questi luoghi hanno influito molto. Anche quando ho scritto i brani di “Tregua” (il disco d’esordio di Cristina Donà, 1997, ndr) dove di natura si parla poco, quel rigurgito della città che c’è lì è nato per una pulizia del cervello, un nuovo modo di vivere che ho potuto conquistare solo dove abito ora.

LB: Nel complesso “deSidera” trasuda libertà. Non hai mai fatto dischi pop nel senso più tradizionale del termine, ma qui le canzoni non sono mai del tutto lineari. Pare proprio che tu te ne sia fregata delle classifiche, delle radio, delle vendite, delle piattaforme.

CD: Partivamo da una campagna crowdfunding che è andata bene ed è stato il primo passo verso una libertà economica che non era prevedibile, perché un crowdfunding non sai mai come va a finire. Diciamo anche che mi sono sempre sentita fortunata nel modo di gestire la mia musica anche quando ero in una major e mi ero concentrata sullo scrivere canzoni pop, un esercizio che non è detto che sia così facile. Per questo allora, nel 2008, chiesi di avere un produttore (per “Torno a casa a piedi”, 2011, ndr), che fu Saverio Lanza e lo è tutt’oggi. Fra noi nel tempo si è sviluppato un rapporto di fiducia ed è in questo modo che da “Così vicini” (il disco precedente, ndr) siamo arrivati a “deSidera”: sviluppando ogni brano attraverso l’elaborazione di piccoli nuclei di testo e già lì non c’era nessuna intenzione di creare una canzone in brutta copia per poi trasformarla in bella copia, come si fa spesso. Dall’inizio Saverio ha cercato invece, attraverso l’elettronica, di dare valore alle parole al di là della struttura strofa-ritornello, lavorando sui dettagli rispetto a quello che gli mandavo.

LB: Quindi posso immaginare che questo modo di fare vi sia piaciuto…

CD: Sì, ci siamo accorti che ci piaceva questo scorrere musicale diverso da quello che ho fatto finora. E allora l’abbiamo sposato fino in fondo e abbiamo tenuto il respiro che ci sembrava più idoneo nel dare un colore all’atmosfera del l’album. Stava nascendo un qualcosa di stratificato e complesso per l’ascoltatore, a cui abbiamo chiesto di scoprire il disco ascolto dopo ascolto, come tra l’altro bisognerebbe fare sempre. Ci sono pezzi più classici strofa e ritornello, ma in altri ci siamo presi la libertà di lasciarli come ci piaceva. Questa forse è la libertà di cui parli tu. Sicuramente non ci siamo detti “famolo strano”.

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