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#cult: Stefano Pilia, non solo un chitarrista, all’Edoné per Bergamo Sottosuolo

Articolo. Domani sera il musicista sperimentale, al lavoro anche con Afterhours e Rokia Traoré, nel locale di via Gemelli a Bergamo. Abbiamo ricostruito con lui alcuni tratti del suo denso percorso, per poi chiedergli di sottoporsi alla nostra rubrica sul libro, disco, film e viaggio della vita

Lettura 3 min.

L’approdo di Stefano Pilia a Edoné per una nuova data di Bergamo Sottosuolo – domani sera, 11 gennaio insieme a Reeks, dalle 22, ingresso gratuito – è un piccolo grande evento. Il musicista genovese è infatti, senza possibilità di smentita, uno dei più importanti chitarristi italiani del nostro Paese, capace di muoversi fra istanze avant (i suoi molteplici dischi sperimentali, in solitaria o no) e songwriting di qualità (la militanza negli ultimi Afterhours, la cantante maliana Rokia Traoré) con uno stile sempre personale e sorprendente.

Per capire chi è Pilia basta citare alcuni frame della sua densa storia musicale. I 3/4HadBeenEliminated prima di tutto, formazione seminale dello sperimentalismo italico insieme a Claudio Rocchetti e Valerio Tricoli (un disco su tutti: lo splendido “Theology” del 2007). David Grubbs in “Onrushing Cloud” (2010) con Andrea Belfi, “minimalismo elettroacustico dal carisma descrittivo fuori dal comune” secondo Rockit. Ma pure Il Sogno del Marinaio con l’ex Minutemen Mike Watt (voce e basso) e Paolo Mongardi (batteria), prima uscita “La busta gialla” (2013) che SentireAscoltare descrive come un incrocio di “math, prog, noise, western, funk, rock, avant, libertà, gusto, indipendenza, fierezza e via cantando per un lavoro che, nel suo fondere e piegare ai propri voleri la ‘musica’, non ha tempo né luogo”.

L’illustrazione di Alessandro Adelio Rossi per il concerto di Bergamo Sottosuolo

Insomma, tanta carne al fuoco e uno spirito di ricerca che non è mai domo, com’è vero che ogni collaborazione nasce “da percorsi vicini, simili e spesso condivisi”. Ma come ha cominciato il nostro? Alla domanda risponde laconicamente “suonando il basso” per poi aggiungere che il suo percorso “è sempre stato per me una questione di ricerca, di sperimentazione, di approfondimento e di individuazione”.
Una traiettoria per la quale accade di trovare il nome di Pilia accostato a quello monumentale di Loren Mazzacane Connors, chitarrista ambient-blues americano imprescindibile per chi cerca una musica che sappia riprendere la tradizione per portarla in luoghi dell’anima di profondità straordinaria. Un riferimento in cui Stefano si ritrova “a tratti. Amo la musica di Loren Connors. l’essere avvicinato a lui non può che farmi piacere. Tuttavia ci sono anche elementi lontani e tensioni molto diverse nelle nostre musiche e nei nostri percorsi”.

Ascoltando però i suoi molteplici dischi avant sorprende di trovarlo alle prese con Afterhours, Rokia Traoré e prima ancora Massimo Volume, ma per lui è solo “una questione di linguaggi differenti. Da un lato si tratta quindi di imparare e conoscere un linguaggio ma rimane sempre in comune la capacità o il modo di relazionarsi con il suono, sia in senso critico che empatico. La cosa più importante è imparare ad ascoltare, ad ascoltarsi, ad entrare in relazione ed in collaborazione con gli altri, in ultima analisi ad essere disposti ad imparare e a sapersi mettere in gioco senza perdere il proprio centro”.
Mettersi in gioco, come un andare in avanscoperta, è forse un’espressione chiave anche per descrivere due lavori di Pilia recenti e distanti nelle risultanti sonore. Ovvero “In Girum Imus Nocte Et Consumimur Igni” dell’anno scorso e “Blind Sun New Century Christology” del 2015.

Nel primo “Pilia spinge sul versante compositivo libero, quasi da contemporanea colta” (sempre SentireAscoltare) e a domanda diretta il titolare spiega che l’opera è formata da “due trittici tra loro simmetrici e speculari. C’è un consistente lavoro sulla forma sia internamente ai brani sia nella relazione tra i vari brani come tasselli di un unico racconto”. Il titolo riprende un celebre palindromo latino (“giriamo in tondo nella notte e veniamo consumati dal fuoco”) e testimonia come “tutti i brani sono sviluppati su strutture simmetriche e talvolta palindrome. Da un lato la scrittura delle strutture armoniche e melodiche è stata parte fondante del lavoro, dall’altro ho messo contemporaneamente a punto un ‘dispositivo’ elettronico per la manipolazione e modulazione del suono della chitarra, articolando il segnale simultaneamente su più percorsi diversi e permettendomi quindi di esplicitare contemporaneamente più ‘dimensioni’”.
In questo modo pur trattandosi per lo più di brani per chitarra sola, “il risultato finale ha acquistato una dimensione sinfonica ed orchestrale”. Mentre il palindromo “racchiude il senso formale del lavoro ma anche quello narrativo e poetico. La ‘caduta’ nel mondo, il consumarsi nell’illusorio dominio del tempo, ciò che entropicamente decade, e poi la sublimazione (inferno, purgatorio e paradiso). Entrambi i lati seguono questo tipo di traccia narrativa”.

Il secondo lavoro citato è forse il suo disco blues definitivo, fra riletture di Blind Willy Johnson e Washington Phillips, riferimenti biblici e un’atmosfera incisivamente spirituale, da spiritual per chitarra. “Anche qui Il lavoro non è soltanto una collezione di pezzi ma un percorso narrativo che attraversa tutto l’arco del disco. Parte da una zona più tradizionale dove sono appunto presenti le riletture di ‘Dark was the night’ e di “What are they doing in heaven today” per muoversi lentamente verso suoni più vicini alla musica contemporanea mantenendo un sorta di eco del lamento blues gospel”. L’esito, magnifico, è “il racconto di un percorso della notte buia dell’anima, dalla veglia allo stato onirico e inconscio. La Passione di Cristo è il senso archetipico che soggiace l’intero lavoro. Anche qui il titolo e i titoli raccontano i vari layers del senso narrativo”.

Alla luce di tutto questo, con il sentore che Pilia non sia solo un chitarrista, ma un musicista-intellettuale che si muove fra musica, letteratura e verticalità esistenziale, abbiamo chiesto lui di sottoporsi alla nostra rubrica #cult, indicando un libro, un disco, un film e un viaggio fondamentali per la sua formazione di uomo e artista. Ecco le risposte:

#1libro
“Bhagavad Gita” di Vyasa
Perché è uno dei testi più completi e ispiranti che abbia mai letto.

#1disco
“Tabula Rasa” di Arvo Part
Il giusto balsamo per l’anima.

#1film
“The Wild Blue Yonder” (“L’ignoto spazio profondo”) di Werner Herzog
Un film unico a metà tra documentario e film di fantascienza. Utilizza materiali video della NASA per reinserirli in una struttura narrativa di finzione fantascientifica, creando qualcosa di assolutamente originale ed unico.

#1viaggio
La giungla amazzonica
Un viaggio iniziatico.

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