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Dj Gruff, in pratica un pezzo di Storia dell’hip hop

Articolo. Sabato 18 e domenica 19 gennaio all’Ink Club di Bergamo l’atteso live di uno dei padri fondatori del genere in Italia. Tra dischi solisti, Radical Stuff, Sangue Misto e una visione della materia oltremodo coerente e devozionale

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Immaginiamo il Bronx, a New York, negli anni Settanta. La magia di un paio di vinili messi sul piatto e lavorati a dovere. Una festa di quartiere in strada in cui ballare senza pensieri. Magari davanti ad un sound system improvvisato, circondati dai blocks, le purtroppo iconiche case popolari ad alveare. Nomi come Grandmaster Flash, Dj Kool Herc, un mondo che – come rappava Neffa, “nasce giù nel Bronx, già da vecchia data / Zulu Nation, Afrika Bambaataa”.
È il brodo primordiale da cui poi è germogliata gran parte della musica e dei trend del presente, che affollano le radio e i palinsesti, le classifiche di streaming e le tendenze su YouTube. La verità è che tanto, se non tutto, di quello che ascoltiamo e percepiamo come attuale oggi nasce allora, dall’hip hop che qualche ragazzo appassionato di vinili ha creato ormai cinquant’anni fa.

Immaginiamolo, perché si tratta di un pezzettino di storia musicale che non possiamo – ahimè – aver vissuto direttamente in prima persona, per ovvi motivi anzitutto geografici. Eppure c’è stato qualcuno che ha portato questa cosa anche in Italia, che ha reso la distanza tra il Bronx e città come Torino, Milano e soprattutto Bologna, un po’ meno siderale. Dj Gruff è stato uno dei primi a credere nell’hip hop quando in Italia ancora nessuno lo faceva.
Lo si potrebbe considerare, con le dovute proporzioni del caso, un po’ come il Grandmaster Flash del Belpaese: la mente e le mani che hanno inventato un’idea, l’uomo che ci ha creduto ciecamente per tutta la vita e che tanti anni dopo è ancora lì, inamovibile, a lottare per essa senza essersi spostati di un millimetro.

Gruff prende tutta la musica afroamericana, universo immenso e bellissimo, e vi naviga con la sapienza di un marinaio esperto: funk, jazz, reggae, dub, ska, soul, r&b e chi più ne ha più ne metta. Sono gli scampoli di pregiato tessuto con cui di volta in volta confeziona beats, inni alla serenità e alla voglia di viaggiare (in ogni senso).
Il suo amore per lo scratch e il beatmaking, oltre che per il rap, nasce a Torino, ma è nella seconda metà degli anni Ottanta che comincia veramente a fare sul serio. A Milano inizia l’avventura Radical Stuff, insieme ad altri futuri nomi sacri dell’hip hop italiano (e non solo) come Skizo, Kaos, Soul Boy, Top Cat, Sean e collabora con i Casino Royale.
La svolta definitiva arriva con il trasferimento a Bologna. Qui conosce Deda ed entra nell’etichetta Century Vox, per cui produce un paio di dischi, e inizia a lavorare al suo esordio discografico.

Rapadopa” esce nel ’93, un doppio album con un parterre di ospiti che sembra un’ipotetica hall of fame dell’hip hop vecchia scuola: Kaos, Neffa, Deda, Top Cat, Carry D, Papa Ricky, Esa, La Pina, Giuliano Palma.
Questo disco, il successivo “Zerostress” (1996) e soprattutto “SxM” (1994), esordio con Neffa e Deda come Sangue Misto, resteranno tre pietre miliari della cultura hip hop in Italia, degli album con cui qualsiasi appassionato deve necessariamente confrontarsi e che restano validi e attuali anche a distanza di oltre venticinque anni.
Soprattutto con Deda e con Neffa, Dj Gruff conia una serie di leitmotiv che resteranno iconici, marchi di fabbrica del rap di quegli anni. Addirittura, un gergo inconfondibile fatto di “mone”, “ballotta”, “non ve n’è”, “guaglione”, “chico”, “dopa (e si potrebbe continuare all’infinito) che identifica immediatamente quegli anni e quella cultura.

I beat di Gruff sono morbidi, blandamente psichedelici, ma sempre pervasi da un groove languido e tutto black . Spesso si arricchiscono di strumenti suonati da musicisti “veri” e non campionati, sax e fiati vari più di tutti. Sono un caleidoscopio di stili e colori amalgamati a creare un qualcosa di nuovo – l’hip hop appunto. Disegnano un mood rilassato, quasi letargico, di chi allunga i piedi sul divano per fumare in santa pace, lasciando fuori dalla porta ansie e preoccupazioni per vivere solo nel presente, viaggiare (da solo o con la ballotta) e godersi la musica.
Talvolta, le parole rendono esplicita una carnalità che è costantemente sottesa: è il caso, ad esempio, di “Versi di Passione”, vademecum sessuale dello stesso Gruff dedicato alla sua donna (da “Zerostress”).
In altre occasioni sono invece le radici africane di questa musica ad emergere, come nelle strofe in patois – dialetto giamaicano – o nelle derive trip hop di certi pezzi (“Zero Stress Pt. 1” può essere un buon esempio in tal senso).

Avremmo voluto intervistarlo in occasione di questo live, ma per tutta la sua carriera Gruff non ha mai smesso i panni da personaggio enigmatico e sfuggente. Le poche chiacchierate con la stampa che ha concesso in venticinque anni di onorato servizio alla causa della doppia h si contano sulle dita di una mano. Schivo e scostante, anche le poche volte che si è concesso le sue dichiarazioni si sono sempre attestate su lapidari aforismi tra l’onirico e il delirante, quasi ad impersonare un poeta ermetico o un antico oracolo, ignorando le domande più che evitandole.

Sandro Orrù, questo il vero nome, nato a Civitavecchia nel 1968, è insomma l’alfiere di un hip hop vissuto in modo devozionale e sempre coerente. Un paladino quasi romantico, che prosegue per la sua strada incurante di mode passeggere, hype ed evoluzioni. La sua adesione a questo credo è totale e stoica, un’orgogliosa atarassia inscalfibile. Per lui l’hip hop è un tempio, un pantheon edificato sulle storiche quattro sacre colonne: rap, djing, writing (il graffitismo) e breakdance (lo stile di ballo inventato, appunto, nel Bronx).

Dj Gruff, non a caso, è l’unico membro dei Sangue Misto che dopo venticinque anni ancora fa hip hop come lo faceva allora: Deda si è dato all’elettronica con il suo progetto Katzuma.org, e di Neffa, tra le sue signorine e sigarette varie, sappiamo purtroppo tutti.
Un suo spettacolo dal vivo va assolutamente visto e goduto: è un pezzo di Storia vivente della musica italiana, e uno dei pochi artisti del nostro panorama che in tanti anni di carriera ha mantenuto una coerenza quasi dogmatica. L’appuntamento dunque è per sabato 18 e domenica 19 gennaio, quando si potrà ballare trasportati dai suoi storici groove all’Ink Club di Bergamo. Un’occasione troppo ghiotta per farsela scappare.

ps: le date sono due, quella di sabato è sold-out, domenica invece è possibile partecipare prenotando l’ingresso a inkclubbergamo@gmail.com.

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