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Le pagelle dei cantanti di Sanremo 2022

Articolo. Tra Dargen D’amico e Ana Mena l’abisso. In mezzo c’è chi tira a campare, chi se la gioca d’(in)esperienza e chi mantiene le attese. I giudizi e i voti di Luca Barachetti e Luca Roncoroni

Lettura 12 min.
Dargen D’Amico (ANSA Ettore Ferrari)

Achille Lauro - “Domenica” Bell’apertura nel ritornello, per il resto un rockettino ruffiano ma da sbadiglio, che non aggiunge granché a un personaggio che senza costume è poca cosa e sembra canti sempre la stessa canzone. Che è poi quello che manca ad Achille, fin dall’inizio del suo periodo di fama: forse questa volta, per supplire alla noia generale, poteva presentarsi in pigiama, altro che torso nudo alla Iggy Pop. Sarebbe stato più coerente. Voto 5,5

Yuman - “Ora e qui” Vestito come Frankestein, porta una ballatona soul in cui la voce si difende bene. Il pezzo però nel complesso è deboluccio, lui è giovane e avrebbe avuto bisogno di un rinforzo. Cheeò, Achille avrebbe potuto prestargli l’Harlem Gospel Choir. Voto: 6

Noemi - “Ti amo non lo so dire” Si sente la mano buona di Mahmood. Più moderna del solito, il ritornello andrà in radio e lei alla settima presenza in pochi anni, una “veterana” o una prezzemolina, porta uno dei pezzi più belli fra quelli cantati all’Ariston. Ma esiste al di là di Sanremo? Voto 7

Gianni Morandi - “Apri tutte le porte” Dieci quintali di esperienza ma sulla standing ovation si commuove. Lui, siccome è esperto e ha una certa età, è venuto in vestaglia (Achille impara) e mentre apre tutte le porte, canta un pezzo retrò, noiosetto, un twist che sembra posseduto da Peppino Di Capri. Ma d’altra parte se te la fai scrivere da Jova un po’ te la vai a cercare – e lui ultimamente, vedi com’è conciata la mano destra, se l’è un po’ andata a cercare. Voto 6-

La Rappresentante di Lista - “Ciao ciao” Funky groovoso, tanta presenza di palco, ma poca sostanza. Peccato, perché il tema (la fine del mondo, un modo molto pop per dire che la situazione non è buona) meritava qualcosa di più di un “ciao ciao”. Imparagonabile alla super canzone dell’anno scorso. Ma forse, alla luce di “Amare”, c’erano troppe aspettative. Voto: 5,5

Michele Bravi - “Inverno dei fiori” Bella svolta nel look un po’ Boy George. Ma solo il look. La canzone è inutile, non va da nessuna parte, quando la voce screziata meriterebbe qualcosa di più di questo pop senza arte né parte. Solita domanda: uno così, a casa sua, che dischi ha? Voto 5,5

Massimo Ranieri - “Lettera di là dal mare” La cosa che ho perennemente in testa riguardo Massimo Ranieri è quando ad un suo concerto di pochi anni fa lo vidi cantare mentre faceva le flessioni. La canzone l’ha scritta un’ottima penna come Fabio Ilacqua, che gli ha cucito addosso un brano un po’ alla francese, un po’ Avion Travel, molto teatrale, perfetto per lui. Classicissimo e bravissimo a portare sul palco la sua classicità. Bello l’arrangiamento orchestrale, il testo, l’interpretazione. Tutto. E dove non arriva la voce, a volte traballante, arriva l’esperienza Un’altra categoria. Voto 8

Gianni Morandi
(Foto ANSA Ettore Ferrari)

Mahmood e Blanco - “Brividi” Da uno che ha dominato il 2021 (Blanco) e da uno che ha provato a fare qualcosa di più complesso di soldi soldi soldi con “Ghettolimpo” (Mahmood) ci si sarebbe aspettato un brano più diretto e furbo. Invece arrivano con questa bella ballata d’intensità particolare, cantata bene, con la giusta dose di emozione. Pop sanremese in nobile versione soul e urban, se vogliamo andare per etichette. Ma soprattutto il fatto è che qui c’è del buono, c’è della verità umana. Contro tutti i pregiudizi e le fobie. Voto 7,5

Ana Mena - “Duecentomila ore” Nessuno dica cosa ci fa una spagnola a Sanremo, perché non è il festival dei cantanti italiani, ma della canzone italiana. Brutta, come in questo caso, una patacca in cassa dritta che se funzionerà questa estate vorrò che arrivi preso l’inverno. Elettra Lamborghini al confronto è Leonard Cohen. Dalla Spagna cor furgone (di Rocco Hunt). Voto 3

Rkomi - “Insuperabile” Voci davano per lui, altro dominatore dell’anno scorso, un endorsement di Vasco su Twitter, come accadde l’anno scorso per i Maneskin. Rap? Rock? Cos’è? A me ricorda solo la marca del tonno, non lascia nient’altro. “Il suo disco è rimasto per un anno intero in classifica” dice Amadeus. Chi si è dimenticato di toglierlo? Chi? Voto 4

Dargen D’Amico - “Dove si balla” Probabilmente il più grande rapper degli anni 2000 nel nostro Paese. Almeno due dischi capolavoro (”Musica senza musicisti” e “Di vizi di forma virtù”) ma anche il re dei cazzoni per antonomasia. Potremmo fare tanti bei discorsi colti sulla forza vitale del ballo contro la difficoltà di questi tempi, ma la verità è che siamo dinanzi all’erede della mitologica “La banana frullata”. Un outsider che porta un brano bello, giusto giusto per le radio. E nel verso “Io non parlo col mio cane ma c’è un bel legame” c’è tutto il mondo Dargen. Voto 8

Giusy Ferreri - “Miele” Un mistero svolto con un levare leggero che non decolla mai. C’è qualcosa di “Non ti scordar mai di me” ma senza la forza di quel ritornello. Passa evanescente, senza identità. E il megafono è un orpello inutile. Voto 5

Sangiovanni - “Farfalle” Beh, per avere 18 anni ne ha: di presenza di palco, di capacità interpretativa, di intensità. È fresco, vitale e sottilmente malinconico, non sono casuali i numeri che ha fatto. Ed è pure vestito molto bene. La canzone d’amore che milioni della generazione Z si dedicheranno. Voto 7

Giovanni Truppi - “Tuo padre, mia madre, Lucia” Quando ho letto il testo, a cui ha partecipato pure Pacifico e Contessa dei Cani, mi è sembrato il classico livello di abbassamento della qualità media pro Sanremo. Però l’interpretazione fra parti parlate, urletti alla Brunori e un qualcosa di Dalla, seppur a debita distanza, lo rivalutano un po’. Sarà la cosa “strana” del Festival, come da un po’ di anni non se ne vedevano. Che però rimarrà lì, come “cosa strana”. Magari Premio della Critica. Voto 6,5

Le Vibrazioni - “Tantissimo” Pop mascherato rock drittissimo, che potrebbe fare male male tantissimo se solo provasse un barlume d’imprevedibilità. E invece è prevedibile da subito, zero idee, zero urgenza, zero tutto. Bolliti. Da oggi potremmo chiamarli i Fu Fighters. Voto 5

Emma - “Ogni volta è così” Una spruzzata di elettronica per fare la femme fatale nelle strofe e poi una bella urlata nel ritornello. Quando si dice eleganza: ogni volta è così, ma nella media bruttezza delle canzoni Emma, questo un po’ meno, dai, cinque anziché quattro perché ci ha provato. Michielin dirige come io ne so di fisica quantistica. Voto 5

Matteo Romano – “Virale” Secondo me, come Eriberto ai bei tempi, non ha 19 anni ma 12. Ciò a parte, pop sanremese semi-classico con due beat bassi di elettronica che fanno tanto modernità. Giallino in faccia, starà bene? Etciù. Voto 5

Iva Zanicchi – “Voglio amarti” Entra e fa un po’ quel che le pare, stile Vanoni. Ma non è la Vanoni e neanche Milva, a cui in certi momenti sembra fare il verso. Canzone ultra-classica, cantata imperiosamente, di una voce elegante e ferita, che nella vita ha fatto troppe cose sbagliate (Forza Italia, Ok il Prezzo è Giusto etc.) invece di costruirsi un repertorio come avrebbe meritato. Ed oggi sul palco di Sanremo è proprio questo: un’occasione persa. Che anche alla fine del pezzo continua a fare un po’ quello che vuole. Con un senso di libertà e gioia contagiosa. Voto 7

Sangiovanni
(Foto ANSA Riccardo Antimiani)

Ditonellapiaga e Rettore – “Chimica” In effetti la chimica fra le due c’è. Una è la Rettore, l’altra le fa il verso. Saranno passati gli anni, sarà che la vecchiaia, ma l’irriverenza di Rettore non è più irriverente. In radio però magari qualche passaggio il brano lo fa e i cachet delle date estive aumenteranno. Voto 5

Elisa – “O forse sei tu” Una ballata molto bella di una delle poche cantanti mainstream uscite dopo la Pausini che non urla come una pazza, ma canta, canta davvero, canta come si dovrebbe fare, salendo e scendendo sulla scalinata incantevole del pianoforte. Classica e moderna, dolce e lucente, era da un po’ che Elisa non cantava una canzone così riuscita, così in grado di dispiegare la sua voce. Voto 8

Fabrizio Moro - “Sei tu” La classica canzone che si scrive alla propria lei dopo che l’hai tradita. Come “A te” di Jovanotti. Stessa enorme, musicalmente reazionaria, paraculata. E magari vincerà pure. Voto 4,5

Tananai – “Sesso occasionale” Pensate ad ascoltare un concerto non dico di due, ma anche solo di un’ora e mezza di uno così. E continuare a chiedersi perché di tanto anonimato, inutilità, sciatteria. Voler essere simpatici e non riuscirci, voler essere trasgressivi e non riuscirci. L’unica cosa da segnalare il saluto alla mamma finale. Peraltro mi dicono che in bergamasco si dice ö tananai per riferirsi a una cosa inutile, come attrezzi vecchi o qualcosa di superfluamente voluminoso, ingombrante e molesto. Mai nome fu così azzeccato. Voto 4

Irama - “Ovunque sei” Ha dichiarato che con questa canzone voleva mostrare un altro lato di sé stesso. Ne facevamo volentieri a meno. Imitare Grignani che imita Vasco e Vasco vederlo ad una distanza siderale. Un disastro. Voto 4,5

Aka7Seven - “Perfetta così” Boh. Uno peggio dell’altro questi ultimi. Pop senza arte né parte: di roba così, se non episodicamente come meteora, non credo rimarrà granché. Voto 4

Highsnob & Hu - “Abbi cura di te” Se la giocano tipo Coma Cose, che l’anno scorso sul palco dell’Ariston erano apparsi decisamente sottotono. Non cercano il virtuosismo testuale, puntano sull’intensità, ci riescono per metà. Ma alla fine sono teneri e la sufficienza la prendono. Voto 6

(Luca Barachetti)

Achille Lauro e l’Harlem Gospel Choir
(Foto ANSA Ettore Ferrari)

Achille Lauro - “Domenica” Achille si traveste da Iggy Pop, prende il Sunday Service di Kanye West e lo porta alla sagra del pesce fritto di Fiumicino. La canzone è la solita trollata contagiosa che non fa male a nessuno, a metà tra “Rolls Royce” e “Bam Bam Twist”. Lui sculetta amabilmente, quasi scoppia a ridere mentre si battezza, porta lo stesso pezzo da tre edizioni consecutive del festival sperando che nessuno se ne accorga. Ormai gioca a carte scoperte, per cascarci bisogna proprio volerlo. Sotto il vestito niente. Voto 5

Yuman - “Ora e Qui” Vincitore di Sanremo Giovani, si presenta travestito da Frankenstein e canta discretamente e in buona fede un brano sanremese dal taglio classico, per quanto rinfrescato da venature black, tra gospel e soul. Difficile segarlo, ancora più arduo trovarlo interessante. Bravo e basta. Voto 6.

Noemi - “Ti amo non lo so dire” Canzone scritta da Mahmood e si sente, nel senso che ogni pezzo uscito dalla sua penna sembra poter essere cantato solo da lui. Già Elodie era comunque riuscita a portarsi a casa la pagnotta, e anche Noemi – pallidissima e diafana – a questo giro se la cava abbastanza bene: strofa e emozionale e ritornello incalzante infarcito – non è ben chiaro il perché – di synth vagamente eurodance, i ritmi vocali serratissimi non lasciano troppo spazio per prendere fiato ma lei ci riesce. Insomma: una canzone abbastanza dimenticabile e molto difficile, che difficilmente poteva essere cantata meglio. La sposa cadavere. Voto 6

Gianni Morandi - “Apri tutte le porte” In grinta e malvestito, porta avanti con simpatia la parte del nonno giovanile. Difficile dirne male, anche con un brano invero proprio bruttarello come “Apri tutte le porte”: rime a livello seconda elementare (forte-porte-carte), positività allegrotta e immotivata sprizzata da tutti i pori, insomma lo spirito nefasto di Jovanotti autore infesta tutto il pezzo, infarcito di fiati a metà tra “Twist” di Ray Charles e “Gimme Some Lovin’” versione Blues Brothers. Poi però arriva un bridge che “apre tutto”, in cui la voce di Gianni si staglia su ogni cosa, ancora in formissima. Impossibile non volergli bene. Il musicarello bruttarello. Voto 6 (media tra la simpatia da 10 e la canzone da 2)

La Rappresentante di Lista - “Ciao Ciao” Adorabilmente ruffiani con un pezzo che prende la Rettore attualizzandola, il funk di “Ciao Ciao” è semplicemente perfetto: ritornello puerile e strofe a tinte apocalittiche, c’è già la coreografia pronta per farlo diventare un ballo di gruppo; Mangiaracina riesce a suonare male in playback addirittura due strumenti, e i due finiscono l’esibizione a pugno chiuso alzato, mandando in sollucchero i socialisti gaudenti. Kompagni mascherati. Voto 7,5

Michele Bravi - “Inverno dei fiori” L’intento è fondere una contemporaneità urban un po’ tremolante à la Mahmood con un Sanremo più vetusto e tradizionalista. Il risultato è un brano né carne né pesce, che suona vecchio senza esserlo e sembra non iniziare mai davvero. Non aiutano il look burtoniano e l’interpretazione forzatamente emotiva. Edward Mani di Forbice. Voto 5

Massimo Ranieri - “Lettera al di là del mare” È il diretto contraltare alla giocosità di Morandi per le quote senior del festival. Si prende anche giustamente sul serio con un classicone d’antan scritto da Ilacqua, novecentesco nel senso più nobile del termine, con un crescendo da manuale e ritornello potente e un po’ palloso. (Si) Emoziona e tira qualche stecca, pare uscito da un film Disney tristissimo, va bene così. Allegria vattene via. Voto 6

Mahmood e Blanco - “Brividi” Sanremata di classe, pazzescamente ruffiana e indubbiamente riuscita. Mahmood sembra apposta cantare (molto bene) sulle frequenze che danno più fastidio ai suoi detrattori, Blanco arriva in accappatoio ma poi se lo toglie. Difficile non vincano loro. Furbetti ma con gusto. Voto 7

Noemi
(Foto ANSA Ettore Ferrari)

Ana Mena - “Duecentomila ore” Ottimo l’outfit, a metà tra il Gabibbo e Ariana Grande ordinata su Wish, meno la canzone. Rocco Hunt prende “Amandoti” dei CCCP senza prendersi la briga di cambiare nemmeno una nota della melodia (e pochissime parole del testo) e la arrangia male, pronta per essere suonata a un matrimonio camorrista. Una volta era su “King’s Supreme”, ora scrive queste cose per questa gente. Mamma mia la monnezza che ho fatto. Voto 0

Rkomi - “Insuperabile” Era tra i migliori rapper della sua generazione, ha deciso di diventare il nuovo Achille Lauro con quattro anni di ritardo, ma con meno carisma e presenza scenica (quindi che resta?). Si presenta a Sanremo vestito da serial-killer di Dario Argento e porta un pezzo bolso e scontato, che ricicla il riff di “Personal Jesus” e probabilmente è sembrato vecchio pure a Ranieri. Voto 4

Dargen D’Amico - “Dove si balla” Chi ci è rimasto male probabilmente non ha mai davvero capito Dargen: era chiaro che non avrebbe mai portato a Sanremo un pezzo serio, quanto piuttosto una nuova “Bocciofili” (o “Katì”, per non tornare troppo indietro). Lui mette subito in chiaro le cose arrivando vestito da Moncherì e cantando con la palpabile tensione di chi si è appena alzato dal divano e non si è ancora tolto il plaid. Si lascia possedere dallo spirito di Lodo Guenzi e tra un “parapappà” e un “ciao zio Pino” sforna una paraculata che trolla tutti: sia chi non lo conosceva e difficilmente capirà chi ha davanti, sia chi giustifica il pezzo grazie ai riferimenti apreiani alla contemporanietà. Siamo il solito paese di “musichette, mentre fuori c’è la morte”. Lui intanto monetizzerà, anche grazie alla liaison con i Ferragnez e probabilmente seguirà lo stesso percorso (radiofonico) di chi prima di lui ha giocato questa carta (Lo Stato Sociale, Pinguini Tattici Nucleari). Che gli vuoi dire? Ballare aiuta a non morire. Voto 10

Giusy Ferreri - “Miele” Scongelata anzitempo rispetto al solito tormentone estivo firmato Takagi e Ketra, Giusy Ferreri apre prima cantando in un imbuto e poi sciorinando vaghe banalità amorose tipo “Ti ho lasciato nel vento una musica / Spero ti parli di me”. Mah. Musicalmente il pezzo sarebbe anche meglio del suo solito, ma in questa prima esibizione lei è completamente senza voce. Momento migliore a mani basse lo stacco strumentale sviolinato in cui lei finalmente sta zitta. Voto 3

Sangiovanni - “Farfalle” Innocua hit usa e getta, furbetta e irritante il giusto, con un ritornello appiccicaticcio con tanto di codina strumentale super-estiva che maschera malamente la totale mancanza di idee. Sangiovanni ha la faccia pulita e uno stilista da ergastolo, nelle strofe sembra un patchwork di Tha Supreme e Rkomi. Sotto i follower /poco o) niente. Voto 4

Giovanni Truppi - “Tuo padre, mia madre, Lucia” Brano migliore in gara di questa edizione, senza se e senza ma. Cantautorato classico e di presa non immediata, qualità di scrittura che cortocircuita il luogo comune sanremese per cui il festival porta anche i migliori ad abbassare la loro qualità, e mostra piuttosto un artista fatto e finito, probabilmente al culmine della sua crescita. Bravo. Voto 8

Le Vibrazioni - “Tantissimo” Siamo alle solite: diversi stereotipi rock frullati alla rinfusa e un tanto al chilo, per una canzone di rara inutilità, che ti la dimentichi già mentre la stai ascoltando. Raccapriccianti le tastiere nel ritornello, una cosa che è veramente vecchia e brutta, ma brutta vera. Uno dei più grandi misteri della musica italiana. Foo Fighters nostrani. Voto 0

Emma - “Ogni volta è così” Considerato il livello medio delle canzoni di Emma va detto, a sto giro meglio del solito: le strofe sono anche abbastanza eleganti, con qualche spruzzatina di elettronica a ingentilire il tutto. Poi appena arriva il ritornello lei si ricorda di essere una cafona grezzissima e inizia a urlare di brutto, tanto che pare uscita da un incubo di Loredana Berté. Ridicola la Michielin che finge di dirigere l’orchestra saltellando e facendo le faccette. Cuore coatto. Voto 4

Matteo Romano - “Virale” Scelta di titolo curiosa visto il periodo, pezzo talmente insulso che ci si chiede come abbia fatto pure lui a impararlo a memoria, proprio non resta niente. Potrebbe avere un che di un primissimo Tiziano Ferro, ma è troppo difficile capire quanti anni abbia realmente. Impalpabile imberbe. Voto 4

Iva Zanicchi - “Voglio Amarti” Quota Orietta Berti di questa edizione (ma senza gli hit-hat da trapper nelle strofe, ancora non mi sono ripreso): entra come fosse a casa sua e apre una capsula spazio-temporale che riporta il festival indietro di almeno 40 anni, che diventano 60 quando parte l’assolo di chitarra elettrica. Il pezzo è talmente vetusto e disperatamente malinconico che pare di aver scoperchiato un sepolcro. Wormhole di Einstein-Rosen. Voto 4

Donatella Rettore e Ditonellapiaga - “Chimica” Italo-power-pop anni ’80 sparato drittissimo. Ditonellapiaga è bravissima già da un po’ di tempo a questa parte, la Rettore è ormai una tribute-band di sé stessa e va benissimo così. Non escono di un millimetro dal seminato e fanno esattamente quello che ci si aspettava, molto bene. Nessuna sorpresa, nessun rischio. Compitino gustoso. Voto 6.

Elisa
(Foto ANSA Riccardo Antimiani)

Elisa - “O forse sei tu” Arriva travestita da Galadriel, canta divinamente una canzone perfetta per metterne in mostra le doti vocali e molto sanremese. Dopo gli strilli di Emma e la putrefazione della Zanicchi, è balsamica per le orecchie. Si combatterà il primo posto con Blanco e Mahmood. Benvenuto Frodo alla Contea. Voto 7

Fabrizio Moro - “Sei tu” Quota Ermal Meta di questa edizione, Il bel Fabrizio porta un plagio che mischia plagi di almeno tre artisti diversi (Jovanotti, Tiziano Ferro, “Anna e Marco” di Lucio Dalla). Talmente ruffiana da far prudere le mani, rappresenta il Sanremo che dovrebbe smettere di esistere: paraculo, reazionario, ottuso e ormai irricevibile. Pensa, prima di portare queste robe. Voto 0

Tananai - “Sesso occasionale” Look da Inspector Gadget, inflessione vagamente romanesca inspiegabile visto che è di Milano, dà vita a una steccata unica, un supplizio che si trascina disperatamente per oltre quattro minuti. Mi metto nei panni di chi ha studiato una vita al conservatorio per finire a dirigere un’orchestra che faccia da base a sto scempio. Madre mia. Voto 0

Irama - “Ovunque Sarai” Grande Irama che arriva vestito col sottopentola della nonna: impossibile decifrare la direzione “artistica” di questo ragazzo, che stavolta porta un pezzo di Francesco Renga depresso cantandolo come se fosse un Grignani senza droga. Boh. Poche idee, ma confuse. Voto 2

AKA 7even - “Perfetta così” Pezzo talmente insulso e confuso che si fa più fatica a scriverne che a sentirlo. Non ho capito. Voto 5 (sulla fiducia)

Highsnob & Hu - “Abbi cura di te” Semplicemente fantastici. Vista l’assenza di un pezzo degno si presentano al festival con in mente un’unica saldissima idea: copiare qualsiasi cosa possibile dai Coma Cose. Dal look allo stare sul palco, mentre rimane impossibile ricordarsi la canzone. Pregevole però la rima “Oloferne-verme”, e quantomeno non sembrano tirarsela. È comunque un po’ pochino. Tale e quale show. Voto 3

(Luca Roncoroni)

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