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“Ma io vorrei essere un’aquila”, il grande volo di Franco Battiato

Racconto. Il musicista catanese è morto nelle scorse ore. Un ricordo personale, di uno che oggi non sarebbe così e non sarebbe qui a scrivere, se non ci fosse stato lui

Lettura 3 min.
Franco Battiato ANSA/UFFICIO STAMPA

Il ricordo personale si intrufola in mille situazioni, evocazioni, consapevolezze scaturite da un uomo fra i più importanti per la musica italiana, dai Settanta ad oggi, e della cultura tutta. Franco Battiato, sperimentale, pop, ludico e spirituale, fu sino alla fine del suo percorso musicale uno dei musicisti più avanti del nostro Paese, “la mia vita cerca fughe in diagonale / per accelerare le calde influenze del sole”.

Il mio Battiato è soprattutto quello degli anni Novanta, della collaborazione con Manlio Sgalambro – si mandavano testi via fax, si davano ancor del lei dopo molti anni: gente venuta in realtà da chissà dove – di dischi come “Gommalacca”, che raccoglieva il meglio fra i giovani musicisti di quegli anni (Morgan, Ginevra Di Marco, Ru Catania degli Africa Unite), “L’imboscata”, capolavoro non solo perché conteneva “La cura”, “L’ombrello e la macchina da cucire”, forse il più strano, il primo con Sgalambro, con versi stupendi e raggelanti di un filosofo mosso da un alto senso del tragico. (“Vorrei tra giaculatorie di versi spirare / E rosari composti di spicchi d’arancia, / E l’aria del mare, / E l’odore marcio di un vecchio porto, / E come pesce putrefatto putrefare”).

E poi il primo, l’elegantissimo e cameristico “Fleurs”, “registrato l’eclissi nonostante”, “Ferro battuto” con il suo pop d’alta classe; il sorprendente, elettronico e trascendentale “Campi magnetici” realizzato per un balletto del Maggio Fiorentino (“È la matematica il linguaggio odierno, non le grida scomposte. Essa è il coro dei sopravvissuti. Il ‘latino’ con cui l’uomo d’oggi celebra la liturgia dell’estinzione senza capirci granché. I numeri non si possono amare” ammonisce Sgalambro). E poi via così, in una cascata di ricordi dolorosi. Perché sì, Battiato era malato da tempo, ma di Battiato non ne fanno più, troppa musica pop cerca la mediocrità e la sua mancanza da musicista era già una catastrofe in vita, figuriamoci ora: “Bisognerà per forza / Attraversare alla fine / La porta dello spavento supremo”.

1998, ho quindici anni e per la prima volta dalla piccola e immobile Bagnatica tutti i giorni con il bus vado a Bergamo, dove le possibilità sembrano infinite e io non ci capisco niente o quasi, ma annuso e seguo le tracce. Gira in radio e su Tmc2 un nuovo singolo travolgente, “Shock in my town”, il video con Battiato-samurai e Sgalambro con le mostrine, a dir poco enigmatico, ma la canzone che è da manuale pop: “Shock in my town / velvet underground” (“non è una rima, è un’assonanza” dirà il catanese, altero, a una improvvida Paola Maugeri al Night Express su Italia 1). Esce il singolo, contiene delle b-side, ma non lo compro: avevo già “L’imboscata”, altro sconvolgimento, e “Battiato Studio Collection”, uno sguardo panoramico sulla produzione del Maestro, che negli anni avrei approfondito comprando tutto.

Allora in via XX settembre c’era la Virgin. Per uno che in quel momento stava scoprendo la musica era come la Mecca. “Gommalacca” uscì e lo comprai subito. Dieci tracce, praticamente perfette, che rimasero per mesi nel mio lettore cd portatile (si usava così, magari come per il sottoscritto con 4 o 5 cd nello zaino). Inoltre acquistai in libreria “Teoria della canzone” di Sgalambro, un libretto di cui non capii assolutamente nulla, ma era bellissimo lo stesso, dentro percepivo un’insolita e conturbante verità. Vorrei citare dei versi di “Gommalacca” ma non so quali scegliere: il cinismo di “Auto da fé”? O l’elegiaca “Casta diva” dedicata alla Callas? O ancora “Il batto del potere” tribale, metropolitano ma anche apotropaico, “Il mantello e la spiga”, “Quello che fu”? “Facciamo che cito “La preda”, che ancora oggi ogni tanto mi rimbalza in testa: “Volare così in alto da afferrare la preda ambita / Senza luoghi comuni né vane parole / Si intrecciano lenzuola come sacre bende di sacerdoti / Egiziani / Non saremo più né tu né io (né tu né io)”. “Gommalacca” si conclude con una specie di radiodramma, un film sonoro che intreccia voci, ritmi, visioni, “Shackleton”, dieci minuti che a quell’età non avevo mai sentito, tecno e flussi sonori, qualcosa che ti apre la mente: Sgalambro (“Una catastrofe psicocosmica / Mi sbatte contro le mura del tempo. / Sentinella, che vedi?”), Carlotta Wieck e i vocalizzi finali di Battiato. Poi lo vidi dal vivo e fu un altro sconvolgimento.

1999, Battiato aveva portato a Sanremo un mini-set di tre brani (“Shock in my town”, “Il mantello e la spiga” e “Vite parallele”) fra effetti vocali, tai-chi e la spada di Li Rong Mei. Giusto Pio, fondamentale per il Battiato ottantiano, alla direzione dell’orchestra, poi si ritirerà a vita privata. Era un anticipo di quello che sarebbe stato il tour. Brescia, terza fila per la mia prima volta. Arrivo gasatissimo, alla fine porterò a casa la maglietta e il libretto a forma di boule (come la copertina di “Gommalacca”). Non sarebbe stato il miglior concerto di Battiato, ma una specie di messa in scena con la band a lato e poi laser, luci e ombre, e momenti cult uno dietro l’altro. Ne cito due: l’inizio con “Fornicazione”, Battiato che esce da sotto il palco sdraiato con le gambe in su; “Summer on a solitary beach” con impermeabile e occhiali da sole, ombrellone chiuso e sdraio su cui il nostro canta scorrendo su un nastro mobile fra ondine laser.

Ci sono esperienze che non si cancellano mai perché danno una nuova direzione alla vita. Non sono un musicista, scrivo e basta. Ma provo a farlo, laddove è possibile, con la libertà intellettuale, la creatività e l’essere sempre altrove, in diagonale di Franco Battiato, lui mi ha insegnato questo. Potrei raccontare ancora decine e decine di aneddoti ed esperienze su di lui. Ma ora lo immagino nel Bardo, su cui aveva fatto il film bellissimo “Attraversando il Bardo”, ad aspettare il suo compimento: “Ma io vorrei essere un’aquila / Vedere il piano del mondo che inclina verso di noi / E le leggi che si inchinano / Lanciarmi a inseguire il tuo deserto / E i poteri solenni / E le porte dorate / Cominciare di nuovo il viaggio” (“Stage door”, nella versione del disco “Inneres auge”: forse una delle sue più belle).

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