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Paolo Fresu: “l’importante è non fermarsi e mandare un segnale”

Intervista. Durante il lockdown il trombettista sardo non è mai stato fermo. Ha collaborato con Ornella Vanoni, Rita Marcotulli, Luca Barbarossa. Ha riletto un brano di Peter Gabriel e ora riparte con il festival Time In Jazz di Berchidda, nella sua Sardegna. Giovedì in live streaming per “FTD Offstage” della Fondazione Teatro Donizetti

Lettura 4 min.

M aria Pia De Vito e Paolo Fresu dialogano in streaming, giovedì 11 giugno alle 18.30 per “FTD Offstage”, l’idea della Fondazione Teatro Donizetti per tener vivo il legame con il pubblico, in attesa del 15 giugno, della possibilità di riprendere le attività di spettacolo (la trasmissione sarà sul canale Youtube della Fondazione o sulla pagina Facebook di Bergamo Jazz). Due jazzisti importanti si confrontano, la De Vito è l’attuale direttrice artistica del Bergamo Jazz Festival, Fresu ha assunto lo stesso ruolo qualche anno fa. Non ha bisogno di tante presentazioni essendo uno dei trombettisti più amati in Italia e all’estero. Già direttore del festival Time In Jazz di Berchidda, il suo paese d’origine, è titolare dell’etichetta discografica Tuk Music, e presidente della Federazione Nazionale del Jazz Italiano.

Neanche il lockdown ha fermato Fresu, che nei giorni del confinamento non ha mai fermato la macchina organizzativa, preparando un cartellone per il suo festival isolano. “Spero che Berchidda lanci un messaggio molto chiaro. Siamo stati tra i primi a fare una conferenza stampa, a presentare un cartellone non di ripiego, ben nutrito, bello, ricco come sempre. C’è una contrazione a due giorni, rispetto ai dieci, d’altra parte non possiamo pensare che il Coronavirus non lasci dei segni anche sui flussi turistici. Alcuni comuni tra i diciotto che partecipano all’evento si sono tirati indietro, le difficoltà economiche naturalmente sono cresciute. Questo non ci ha impedito di andare avanti con una programmazione ad ampio spettro che prevede anche attività pensate per i bambini. Il confinamento ha certamente segnato anche loro e forse di questo si parla troppo poco: lo dico da padre di un ragazzino di dodici anni. Credo che il festival andasse fatto per diversi motivi, prima di tutto per mandare il segnale della ripartenza e per far riavviare l’economia legata al turismo e alla cultura”.

UB: C’è anche il problema di tanti lavoratori dello spettacolo in grande difficoltà.

PF: Come sappiamo quel mondo sta attraversando un momento difficile, me ne sto occupando in prima persona. Bisogna ripartire, rimettere in moto il lavoro delle maestranze perché il mondo dello spettacolo non è fatto solo degli artisti che vedi sul palco, ma soprattutto da quelli che stanno dietro e sono molti di più. Naturalmente quest’anno il flusso delle persone sarà governato dai distanziamenti, sarà minore, ma l’importante è non fermarsi e mandare un segnale. In un territorio già vessato come il nostro, se dovesse mancare anche la possibilità di avere un fatturato minimo, anche nell’indotto, sarebbe un danno enorme. Fermarsi per un anno sarebbe stato rischioso. Il nostro è un progetto sociale, ancor prima che un’impresa culturale.

UB: Come ha vissuto il confinamento, anche col pensiero di quanto poteva succedere o non succedere?

PF: Sono stato abbastanza presente in rete, sono intervenuto su argomenti che mi stavano a cuore, postando anche tanta musica. Quando mi sono reso conto che non potevo suonare con altri mi sono inventato la modalità per suonare musica da solo. Ho iniziato anche a produrre dei video prendendo scampoli di vecchie cose, con Uri Caine, Omar Sosa. Ho realizzato un video con un pezzo inedito di Peter Gabriel, con il suo assenso, naturalmente. È stato il modo per sentirmi vivo. L’archivio mi ha aiutato, non solo. Ho riletto con la Vanoni “Domani è un altro giorno”, ho dialogato a Roma con Rita Marcotulli, ho lavorato a distanza con Daniele Di Bonaventura a Fermo, con Luca Barbarossa il primo maggio. Ora sto per affidare alla rete un altro capitolo di “Da domo a domo” dove parlo dei libri che ho a casa e dei dischi che mi interessano di più. Il 14 di giugno posto l’ultimo lavoro perché il quindici ripartono le attività concertistiche. La sera suonerò al teatro Olimpico di Vicenza, a porte chiuse. Dunque cambia il mio tempo. Nei mesi scorsi ho dovuto riorganizzare la mia vita, sapendo che non potevo comunicare dal vivo con gli altri. Dal 15 giugno voglio risentirmi un musicista che sta sul palco e intende fare quello. Con la rete mi sono divertito, ma ora cominciavo a essere stanco, ad aver bisogno di ritrovare la mia vita: guardare il pubblico negli occhi, parlare con i musicisti. Certo, rispetto ad altri, ho avuto il privilegio di vivere nel luogo giusto. Erano quarant’anni che non stavo a casa per un tempo tanto lungo. Ma ho una casa immersa nel verde e spesso pensavo a chi doveva rimaner chiuso tra quattro mura. Ho vissuto la sospensione con dei dubbi, sulla mia vita d’artista. Vivo della mia tromba, sono figlio di un pastore, non sono nato né imparato, né ricco. Il problema del futuro me lo pongo, benché abbia le spalle più larghe di altri. Per questo come presidente della Federazione nazionale del jazz italiano mi sono preso l’impegno di sollevare la questione con il Ministro della cultura Franceschini. Dall’altra parte ho vissuto la contraddizione tra una sorta di leggerezza del non tempo, dell’essere a casa, di non avere impegni quotidiani, avere l’arte come strumento di riscatto, di redenzione, per poi vedere in televisione un mondo fatto di carri funebri, cimiteri, di medici e paramedici con i segni delle mascherine nel viso. Tanti amici musicisti se ne sono andati e non torneranno. Nella contrapposizione tra la calma della casa e tutto il resto c’era una sorta di remoto emotivo che non saprei descrivere.

UB: Pensa che nei giorni della ripresa e dell’inevitabile distanziamento che il jazz sia avvantaggiato dai numeri e dal senso di responsabilità che ha il suo pubblico?

PF: La domanda è interessante. Io rispondo sì e a grandi lettere. Dopo la presentazione di Berchidda c’è stato un fiorire di manifestazioni jazzistiche, anche di piccole cose. C’è dunque vitalità. Improvviseremo in sicurezza, siamo abituati a questo. Qualche anno fa siamo andati a suonare all’Aquila, in un cantiere a cielo aperto, con 60mila persone, 12 ore di concerti con 700 artisti. Con le altre musiche non sarebbe stato possibile. Il jazz in fondo è una musica che non ha bisogno di sovrastrutture gigantesche. Berchidda lo dimostra. Facciamo concerti nei boschi, sulle rive dei fiumi, sulle spiagge. È una musica che insita in se stessa l’idea dell’adattamento, della capacità di guardarsi intorno e di proporre progetti che siano giusti e funzionali ai luoghi. Il jazz è una musica contemporanea, ha la capacità di relazionarsi con il presente. Usa lo strumento dell’improvvisazione, che sottostà a regole ben precise, vanta una visione peculiare che ci consentirà di rispettare le norme che, come sappiamo, cambiano tutti i giorni. E poi il pubblico del jazz è estremamente responsabile, fatto di persone che vogliono quella cosa, la cercano, la scelgono. Anche per questo credo che la ripartenza del jazz sarà più semplice.

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