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Rosa Brunello, abbracciare un contrabbasso per andare oltre il jazz

Intervista. Con la sua formazione, i Los Fermentos, suonerà sabato 18 luglio al Lazzaretto per Lazzaretto on stage, in apertura a Gianluca Petrella. Una formazione che mescola il jazz al funk-rock, all’elettronica e al dub. Con momenti di grande nervosismo sonoro e radure più distese. Come nell’ultimo disco “Shuffle Mode”

Lettura 4 min.

Sabato per Lazzaretto stage arriva in città Gianluca Petrella, esploratore cosmico di una forma jazzistica aperta a molteplici influenze nel nome afrofuturista di Sun Ra. Con lui (trombone, laptop, moog, effetti) ci saranno Mirco Rubegni (tromba), Blake Franchetto (basso), Federico Scettri (batteria, laptop) e Simone Padovani (percussioni). Una proposta parecchio interessante e all’altezza del nome di Bergamo Jazz, che quest’anno – causa pandemia – torna con una doppia proposta: sabato 18 luglio, appunto, Petrella e il 19 agosto Enrico Rava in un concerto special edition in memoria di Mario Guidi (biglietti di entrambe le serate su Vivaticket: qui e qui .

Il festival bergamasco, oggi c on la direzione artistica di Maria Pia De Vito, ha gettato negli ultimi anni uno sguardo anche sulle realtà giovani del nostro Paese. Dunque, ad anticipare il set di Petrella ci sarà una proposta certamente meno altisonante nel nome ma allettante nella proposta sonora: i Los Fermentos di Rosa Brunello (basso elettrico, synth), ovvero Michele Polga (sax tenore), Frank Martino (chitarra, live electronics) e Luca Colussi (batteria).

Brunello e il suo ensemble hanno pubblicato l’anno scorso l’ottimo “Shuffle Mode”. Erano già nel calendario dell’edizione 2020 di Bergamo Jazz inevitabilmente annullata. Ora ritornano qui in un abbinamento ben calibrato e gustoso. Ancora prima della pandemia avevamo intervistato Rosa.

LB: Los Fermentos è un nome che dice molto: un’immagine chimica, la fermentazione di un suono elettrico-elettronico che genera qualcosa d’altro.

RB: Esatto, è una fermentazione sonora da cui abbiamo tratto un nome che ci rappresenta. La traduzione in spagnolo è un omaggio alla Spagna e al Sudamerica, da cui sono molto attratta. Ci portiamo dietro questo nome dal primo disco. Quando è nato questo progetto c’era un certo fermento in me, verso qualcosa di nuovo, che i miei compagni di viaggio hanno aiutato a fare crescere. E dal debutto di questa formazione ad oggi la nostra musica è cambiata.

LB: Ed è arrivata l’anno scorso a “Shuffle Mode” – oltre al “Live at Musica sulle bocche” disponibile su Bandcamp – che suggerisce un modo di ascoltare musica molto diffuso nell’era di Spotify…

RB: Volevamo sottolineare la “casualità” delle nostre composizioni, dove ci sono delle particelle sonore che si scontrano casualmente. Come dici tu, è una modalità di ascolto molto in voga oggi, ma possiede una doppia faccia: dalla scelta casuale, in realtà dettata da un algoritmo, possono nascere delle sorprese inaspettate; l’aspetto negativo però è che spesso l’ascolto in shuffle di solito è poco profondo.

LB: La vostra è una ricombinazione di suoni e stili particellare, ovviamente suonata live…

RB: Ci piace scrivere pezzi con cambiamenti ritmici e melodici improvvisi e multiformi. Quindi sì, particellare, mi fa piacere che tu lo dica.

LB: Il risultato è una visione del jazz che devia spesso verso il funk-rock.

RB: Suonare con i Los Fermentos mi ha portato verso questa direzione. Le composizioni sono tutte mie, e per la prima volta abbiamo inserito l’apporto dell’elettronica. Certe volte da un suono di sintetizzatore è nata un’idea di pezzo, di frequente siamo andati verso il rock, verso una maggiore energia che nasce anche dal bisogno di sfogarsi attraverso il suono con qualcosa di forte. Ma ci sono anche composizioni più dolci e tranquille che coltiviamo fin dal primo disco.

LB: C’è un motivo particolare per questo mood urbano che si profila ogni tanto?

RB: Non saprei, nel senso che prima di registrare ho vissuto in giro per l’Europa e questa cosa mi ha portato ad utilizzare un certo tipo di sonorità. Io vengo dalla campagna, sono molto legata alla natura ma aver vissuto in grandi città mi ha portato verso questi umori.

LB: Funk-rock dicevamo, ma anche dub, elettronica, improvvisazione e momenti più atmosferici. Ci vuoi disegnare una tua personale cartina geografica di musicisti che hanno influenzato questi brani?

RB: Tortoise, Bjork, Kraftwerk, Massive Attack, Aphex Twin, Nicolas Jaar, Cesaria Evora… insomma cose per niente jazzistiche. Nel periodo di scrittura dei pezzi di “Shuffle Mode” avevo proprio voglia di ascoltare altro, di andare da un’altra parte. Non sono cresciuta con il jazz, l’ho conosciuto quando ho cominciato a studiarlo e ad un certo punto sono tornata agli ascolti all’inizio. Devo dire che tornando lì mi diverto molto di più a suonare.

LB: Hai voglia di dirci due parole su “White Hair”, forse il pezzo più rappresentativo dell’intero disco?

RB: È nato da un giro di basso con queste frasi di chitarra e poi il resto degli strumenti. È un crescendo che sfocia in una seconda parte dub, è lì che ho portato dentro questo genere, avevo voglia di ballare in realtà. Anche Martino ha un passato non jazzistico ma elettronico e in questo brano credo si senta.

LB: Dicevamo prima delle città europee: tu hai vissuto a Parigi, Amsterdam e Berlino.

RB: Ho girato l’Europa grazie a European Jazz Master, un master che ti porta a studiare in tre città europee differenti per due anni. È un’opportunità bellissima perché ti permette di viaggiare molto e conoscere nuove realtà. Avevo anche bisogno di nuova aria, di staccare dal jazz più canonico e trovare nuove situazioni.

LB: È difficile essere una giovane jazzista donna in Italia?

RB: Non è facile fare jazz nel nostro Paese, per nessuno, non solo le donne. Facciamo parte di una nicchia, in più non è facile essere donna in qualsiasi disciplina, quindi anche nella musica. Posso dire che ho sempre cercato di dare il massimo, di lavorare e non buttarmi giù, di soffrire e riprendermi. Sono abituata ormai da tanti anni ad avere a che fare con il mondo maschile e le sue dinamiche, ma ormai mi sento parte di questo mondo jazzistico, non sono distante, separata, distaccata. Nonostante siano tante le situazioni in cui siamo discriminate: se ne parla molto fra noi musiciste, è un argomento che per fortuna esce anche con musicisti uomini.

LB: Sono sempre curioso del rapporto che i musicisti hanno con il loro strumento. Tu con il contrabbasso?

RB: Ho un rapporto sempre più bello. Proprio adesso sto lavorando a un nuovo progetto e mi rendo conto di avere un rapporto fisico forte e importante. Ho sempre voglia di tornare ad abbracciarlo e danzare con lui, mi muovo molto quando suono e diventiamo un tutt’uno. Le vibrazioni sulla pancia che regala un contrabbasso sono una sensazione unica, indescrivibile, riguardano la nostra origine più remota, la vibrazione, il ritmo.

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