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Sanremo 2021, seconda serata – Le pagelle

Articolo. Festival atto secondo: 13 cantati in gara, voti e giudizi dei nostri redattori, e fino ad ora una mancanza generale di brani eccellenti. Ma forse è solo l’effetto primo ascolto. Anche perché nella seconda serata qualcosa di buono arriva

Lettura 10 min.
Fiorello e AmadeusI (Ansa / Ettore Ferrari)

Le difficoltà iniziali di una trasmissione che si basa anche sul pubblico quando il pubblico non c’è. Lo sforzo di Amadeus, le battute di Fiorello sulle sedute vuote all’inizio divertenti ma alla lunga spossanti. Matilda De Angelis spigliata (e brava a cantare); Ibrahimovic inutile. Lo share che premia tutta la banda, nonostante la lunghezza (chi scrive è andato a letto alle 2) e le poche sorprese.
In sintesi la prima serata del Festival di Sanremo è risultata troppo fiorelizzata, ma è stato un discreto inizio. Una grande Loredana Bertè (grinta, sofferenza vera e una voce che se ne va ma Loredana ormai funziona come personaggio) ha dato la paga a tutti e 13 i cantanti in gara, con canzoni che rimangono su un livello medio, chi più, chi meno.

Ne mancano ancora 13, che hanno cantato ieri sera (mercoledì). Ultimo giro di voti e giudizi di Luca Roncoroni e Luca Barachetti (clicca qui se vuoi leggere quelli della prima serata).

Giovani

Wrongonyou - Lezioni di volo

Al secondo ritornello rimane già in testa. Una ballad da manuale con una fragranza soul che spunta qua e là. Wrongonyou scriveva in inglese, ora si è convertito all’italiano e ne ha guadagnato in semplicità e capacità espressiva. Anche perché ha padronanza di una gran bella voce. Giustamente passa il turno. Voto 7.5 (LB)

Il pezzo non è malaccio, chitarra acustica da spiaggia e melodia indovinata. Risulta un po’ fastidiosa la costante seconda voce vocoderizzata che permette solo a tratti di sentire davvero la voce del cantautore romano. È comunque un sì. Voto 6 (LR)

Greta Zuccoli - Ogni cosa sa di te

Corista dell’utimo tour di Diodato, ha già esperienza di palco e si muove agilmente in questa ballata nu-soul costruita sulla sua voce flebile ma capace di alzarsi potente. Ricorda un’equilibrista su un filo, esile e sicura, e colpisce per l’autorevolezza e la personalità magnetica con cui canta. Eliminiamo le cose belle, dai facciamoci male. Voto 7 (LB)

Tanto precisa nel canto quanto pallosina nell’esecuzione, una melodia vagamente catacombale che si traveste da ballata sanremese. Indecifrabile. Voto 5.5 (LR)

Davide Shorty - Regina

“Salirò”, “Anima latina”, “Aria” sono tre titoli di canzoni infilati in un testo come (involontarie?) citazioni che potrebbero dichiarare una discendenza. Sarà così? Non lo sappiamo, ma Davide si muove agilmente in questo pezzo un po’ pop, un po’ funk e un po’ soul. Bravo, anche se è difficile dire quanto un pezzo simile – che sa di John Legend e Dirotta su Cuba lontano un miglio – possa raccogliere qualcosa in Italia. Promosso. Voto 6.5 (LB)

Arrangiamento molto elegante tra soul e r&b. Un pezzo molto difficile da cantare ma condotto egregiamente e senza sbavature per tutta la durata, compresa a una parentesi rappata portata a casa con grande classe. Ha fatto quello che avrebbe dovuto fare Ghemon, senza strafare. Talento vero. Voto 7.5 (LR)

Dellai - Io sono Luca

Si divertono un mondo i Dellai a mettere in scena un teatrino sulla facilità con cui Luca e Matteo vengono confusi. Direttamente dalla categoria “questi a casa che dischi hanno?” – sempre molto nutrita quando si parla di giovani a Sanremo – portano una canzone che prova ad essere ammiccante ma è solo ripetitiva e noiosa. I peggiori fra i giovani ed è giusto che tornino a casa. Voto 5 (LB)

Big

Orietta Berti - Quando ti sei innamorato

Anni e anni di palchi su e giù per la provincia italiana te li porti tutti sulle assi di Sanremo. Esperienza da vendere, un vibrato nella voce tanto d’antan quanto emozionale, un arrangiamento orchestrale che impreziosisce, la Berti è la quintessenza di quella musica popolare di cui ci siamo dimenticati. In più la canzone si distende sontuosa come la sua voce. “Quando mi hai detto ti amo, confuso / dicesti non vado lontano, io resto con te “ sono fra più bei versi del Festival. Da buon romantico dico che non vincerà perché i tempi sono cambiati, ma lo meriterebbe. Voto 7.5 (LB)

Sanremese e classicissima nel senso più nobile dei termini, con una voce che è un castello e non sbava proprio mai. Un brano fuori dal tempo, forse anacronistico, sicuramente ben scritto (magistrale il gioco dei crescendo nel ritornello) e modulato sulla voce della sua immortale interprete. Dettaglio incredibile: i charleston trappari nelle strofe, così, senza senso, che aprono un wormhole spazio-temporale senza ritorno. Avanguardia pura. Voto 8 (LR)

Bugo - E invece sì

Dov’è finito il cantante di “Sentimento westernato”, “La prima gratta”, “Pasta al burro”, “Il sintetizzatore” e e “Ggel”? Già ci facevamo questa domanda l’anno scorso, e il brano allora aveva un che di freak che si abbinava bene ai due litiganti. Ma quest’anno la canzone è inconsistente e, come dire, un po’ troppo costruita. Bugo fa quello strano, ma dove vuole andare citando Cristiano Ronaldo e dichiarando un omaggio a Battisti e Vasco (te lo saluto quando lo vedo)? Forse non lo sa nemmeno lui, certamente il pop che strizza l’occhio al canone non gli si addice. Voto 5 (LB)

Fiati padroni nell’incipit e nei ritornelli, De Gregori, Vasco e Battisti mogoliano a palate per un costante senso di già sentito che non se ne va mai. Bugo canta male, gli si può anche voler bene ma il pezzo resta poca cosa. Aveva ragione quell’altro? Voto 5 (LR)

Gaia - Cuore amaro

L’orchestra tira fuori tutto l’armamentario carioca e Gaia ci porta in viaggio attraverso un Brasile (molto) immaginario. Dolceamara e sensuale, riesce a convincere, con il tempo crescerà e intanto ci teniamo Patrizia Laquidara. Ma all’inizio, ad esempio, ci sarebbe stato proprio bene un cavaquinho o qualche altro strumento che finisca in nho o ao (birimbao, violao, etc.). Tutto questo per rendere il Brasile un po’ meno immaginario e la performance generale un po’ più credibile. Così sembra quasi un souvenir. Voto 6 (LB)

Musicata addirittura da Machweo, pezzo caraibico pensato come singolazzo per spopolare in radio. La scrittura è sopra la media (generalmente non altissima) del trend, anche se permane una costante impressione di stare guardando una Rosalia dell’Eurospin, o un’Elettra Lamborghini per famiglie. Questa almeno sa cantare. Voto 5 (LR)

Lo Stato Sociale - Combat Pop

I bolognesi inscenano una performance situazionista (alla Skiantos, ma visti da molto molto lontano) con tanto di cartonato di Yoko Ono, travestimento papale e una scatola magica che sta sospesa in aria da sola. Wow. Da quest’ultima ad un certo punto spunta Lodo Guenzi, che non canta ma fa presenza. Tutto molto complicato, caotico e terribilmente pop. L’impressione però è che siano finite le idee. Quelle semplici, “politiche” e a presa rapida di “Una vita in vacanza”. E alla fine si combat poco. Voto 5.5 (LB)

Il solito itpop di ascendenza indie o presunta tale, che si traveste da rock & roll a suon di chitarre, supergrass e imbarazzanti balletti twist ma si palesa abbandonando ogni ritegno appena arriva il primo ritornello. L’esibizione si riduce in fretta a una carnevalata scomposta, in cui tutti fanno i vocalist, si cita Morgan volendo fare forzatamente i simpatici e parte una girandola di travestimenti senza nessun senso. Sarò vecchio, ma citare i Clash così e non prendere subito fuoco è già un bel premio. Comunque apprezzabile la scelta di non far cantare Lodo e inscatolarlo per quasi tutta l’esibizione. Si sarebbe potuto fare già otto anni fa. Irritanti. Voto 0 (LR)

La Rappresentante di Lista - Amare

Sono i Matia Bazar aggiornati a questi anni. Elettronica (qui con l’ottimo lavoro di Dardust), percussioni, chitarre ma soprattutto la voce di Veronica Lucchesi e un immaginario preciso, incuneato nel presente e splendidamente pop-rock (per ciò che vuol dire oggi questa definizione). Mi hanno convinto del tutto un paio d’estati fa, quando live trovai, oltre a delle belle canzoni cantate e suonate come si deve, anche un’idea di spettacolo, cosa che a livello “indie” non capita molto spesso. Pochi sanno raccontare le vite degli under40 come LRDL. Perché tutto sta cambiando e loro sono in mezzo al cambiamento per cantarlo. Come fanno in questo bellissimo grido di disperata vitalità, amore e libertà. Voto 8 (LB)

Pezzo bello, ballabile, costantemente vivacizzato da una serie di legnetti danzerecci. Struttura da manuale, con un bridge che entra violento abbassando i toni, a spezzare opportunamente una carica che rischiava paradossalmente di diventare noiosa. Il duo è la riuscita dimostrazione che un bel canto tradizionale può sposarsi con una produzione fresca e internazionale (riferimenti che, senza imprecare, vanno da Charlotte Gainsbourg a St. Vincent o magari Robyn) senza che la sutura sia traumatica. Bravi e basta. Voto 7.5 (LR)

Malika Ayane - Ti piaci così

Malika a Sanremo è di casa (quinta partecipazione) e le prime due volte portò dei gioiellini: “Come foglie” (2009, scritta da Giuliano Sangiorgi) quale esordiente dalle ottime speranze, confermate poi da “Ricomincio da qui” (2010, scritta da lei con Pacifico). Poi, intanto che la sua figura d’interprete si nobilitava (per lei ha scritto due brani minori anche Paolo Conte) e la sua acconciatura diventava sempre più simile a quella del virus di “Siamo fatti così”, Ayane non è più riuscita a indossare canzoni che la vestivano al meglio. Qui torna con Pacifico: cassa dritta funkeggiante, dove però non succede mai niente e tutto viene normalizzato, reso inoffensivo. Voto 5 (LB)

Smalto anni ’80 tra un un-due house e un po’ di funk slavato. Ritornello che si apre alla grande, la melodia portante è buona e il piano di contrappunto dà slancio al tutto. La voce poi c’è sempre stata. Meglio di tanti altri, denti bianchissimi. Voto 6.5 (LR)

La Rappresentante di Lista

Ermal Meta - Un milione di cose da dirti

Quando Meta non ci propina dei pastiglioni di retorica sociale – che sembrano piacere parecchio al pubblico, viste le recenti vittorie – scrive canzoni d’amore perfette per una dedica senza pretese a una lei o a un lui, a cui si vorrebbe dire tanto ma alla fine non si dice nulla. Perché? Questo la canzone non lo dice, e non dice nemmeno il motivo di tanta banalità, occhi come fanali compresi. Insomma si poteva fare qualcosa di più, ma magari sabato ce lo ritroveremo nella terzina finale. Poiché si sa che critica e pubblico non sono mai andati d’accordo. Voto 5 (LB)

Calendario alla mano la primavera si sta profilando all’orizzonte, ma Ermal Meta la scaccia via con un pezzo solito dei suoi. Una lagna che mi ha fatto appassire anche i fiori sul bancone. Spiace molto per lei che abbia gli occhi a fanale, qualsiasi cosa voglia dire, ma di un altro pezzo come questo non se ne sentiva proprio il bisogno. Allegria, vattene via. Voto 3 (LR)

Extraliscio feat. Davide Toffolo - Bianca luce nera

L’idea è buona: riportare la cultura e la musica da liscio ad una dimensione, almeno nello spirito, punk (parola buona per tutte le stagioni). Quindi chitarre, fiati da dancing e l’ospitata speziata di Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Tutti questi ingredienti non fanno però chissà quale pietanza, anche perché il brano sembra più dei TARM che degli Extraliscio di Mirco Mariani. L’impressione è quella di voler presentare il progetto più che proporre un brano in grado di lasciare il segno, tuttavia magari questa estate ci abbronzeremo proprio con la luce bianca e la luce nera. O mangeremo i tortellini sotto l’ombrellone. Voto 6 (LB)

Bravi e ironici, con un piglio divertentissimo firmano un pezzo che funziona alla grande. Dopo la cumbia Tofolo finisce a sguazzare in qualche sordida balera romagnola, a suon di liscio e retaggi TARM, e insieme ai suoi nuovi e bravi compagni di merende confeziona un pezzo che è tra gli apici del Festival, spiritoso ma mai sopra le righe. Gigioni con stile. Voto 7.5 (LR)

Random - Torno a te

Più che “Un bravo ragazzo un po’ fuori di testa” (per citare il titolo di una sua hit sulle piattaforme digitali) il nostro Random sembra uno che faccia le cose un po’… random. Una ballata (bruttina) che a livello vocale per lui è un passo molto più lungo della sua gamba. Come Aiello e Fasma è un mister x da parecchie milioni di visualizzazioni che arriva in Riviera per fare una cosa che non sa fare. Furbo davvero. Voto 4.5 (LB)

Un pezzo di Coez ma senza quell’antipatia. Il ragazzo ha la faccia pulita e una voce che prova a tenere botta, è molto (troppo?) giovane e il pezzo è un’innocua ballata che parlicchia di amore, senza troppa infamia e senza particolari doti. C’è in giro ben di peggio, ma forse non è abbastanza. Comunque ha scelto il nome Random perché di cognome si chiama Caso. Idolo. Voto 5 (LR)

Fulminacci - Santa Marinella

“Santa Marinella” è il titolo di una canzone dei Gogol Bordello di qualche anno fa, balzata agli onori delle cronache perché conteneva nel testo un’espressione blasfema. Tutto ciò poco c’entra con Fulminacci – Santa Marinella è una località marina del Lazio – ma l’introduzione alla Paolo Limiti è funzionale a completare lo spazio disponibile per il cantautore romano: meno Silvestri che all’esordio, ma decisamente normalizzato, per una ballad da manuale che il manuale forse l’ha letto troppo. Mancano un po’ di coraggio e ispirazione. Voto 6 (LB)

Ballata indie discreta ma non indimenticabile: lui è il figlio incestuoso di Appino e Calcutta. Può sicuramente piacere e ci sta, ammetto che non è troppo il mio pane. Enigmatico (almeno per me). Voto 5.5 (LR)

Willie Peyote

Willie Peyote - Mai dire mai (La locura)

Cassa dritta e rime al curaro da parte di uno che ha deciso di non adeguarsi all’appuntamento sanremese. Con meno sarcasmo di Caparezza, il piemontese scatta una fotografia con il flash illuminante del suo sguardo sulla realtà – tanto folle da non aver bisogno di chissà quale metafora. Difficilmente vincerà, ma è fra i più bravi (il collega Luca Roncoroni su di lui ha scritto un libro, così saprà dirne meglio di me). Voto 7.5 (LB)

Guglielmo è bravo, soprattutto quando – come nelle strofe di questo pezzo – si ricorda di saper anche rappare come si deve. Diversi incastri ottimi e una citazione a Boris che gli fa volere bene (riuscita anche quella a Morgan) gli fanno guadagnare la sufficienza, anche se il ritornello è brutto forte. Per il resto non ci si smuove di un millimetro dal solito qualunquismo cinista: la sua narrazione indignata di una contemporaneità plagiata dall’hype è sacrosanta ma sterile. Moralizzatore. Voto 6 (LR)

Gio Evan - Arnica

Scrittore, poeta, filosofo, artista di strada, naturalmente cantautore e non so che altro. Saper fare bene un mestiere è già tanto, ma pare che Evan sappia fare tutto questo se non bene almeno decentemente. Alla voce cantautore però troviamo solo una banalizzazione della scrittura di una canzone, secondo una tendenza molto in voga oggi: abbassare il livello, puntare ad un’aurea di mediocrità che rassicuri e giochi al ribasso con il gusto delle persone. E fa niente se uno non sa scrivere, cantare e suonare. Giò Evan non è l’unico che fa questo, e sicuramente qui non vogliamo colpevolizzarlo, rimane tuttavia un problema culturale che prima o poi andrà affrontato. Voto 5 (LB)

Si traveste da freak, tra giacchetta psichedelica e bermuda da acqua in casa, ma sembra solo un Jovanotti in evidente e irrecuperabile stato confusionale. Il pezzo inanella una serie infinita di luoghi comuni elencati a mo’ di lista della spesa, al disperato inseguimento di un pathos stiracchiato a tutti i costi. Una scatola vuota. Voto 0 (LR)

Irama - La genesi del tuo colore

In isolamento perché due collaboratori sono positivi al covid, di Irama vediamo un video delle prove, per questa che a spararla grossa pare una featuring con Vitalic. Cioè un pezzo tamarro il giusto, trascinante e vitaminico, che è lontano anni luce da qualsiasi idea di canzone d’autore. O forse no: se i cantautori storici (Irama è un grande fan di Guccini) raccontavano le persone e il mondo sul filo di una chitarra acustica dylaniana, forse il futuro è questo. Storie narrate, più o meno bene, sulla palpitazione di un beat. Evocazioni di una giungla urbana in quattro quarti. Qui l’esperimento – certamente non nuovo per Irama – è riuscito. Forse questa è un’ipotesi di futuro prossimo. Voto 7 (LB)

Un patchwork caotico di cose tra le più disparate: dalle strofe infarcite di voci robotiche che neanche il Kanye West filo-daftpunkiano di “Yeezus” passando poi per il ritornello vagamente EDM e i ritmi caraibici, senza mai perdere il gusto radiofonico. A dispetto di tutto ‘sto casino, ha una sua direzione, che resta però comunque quella di un innocuo singolino. Un Frankenstein assurdo. Voto 2 oppure 10, devo ancora capire, facciamo un 5 politico per non sbagliare (LR)