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I ghiacciai si stanno sciogliendo, ma le Orobie provano a resistere

Articolo. Lo scioglimento dei ghiacciai a causa del surriscaldamento climatico e dell’impatto delle attività umane è ormai una realtà da accettare. Capire, però, nel profondo cosa avvenga a queste distese di ghiaccio, come si studiano e cosa si può fare per preservarli è necessario.

Lettura 6 min.
Ghiacciaio Recastello del 2011

Grandi e imponenti, i ghiacciai sono fonti di acqua per l’irrigazione, mete di turismo e impareggiabili luoghi di silenzio e di lontananza dalla frenesia delle città. Oggi, però, sono severamente a rischio. Il riscaldamento climatico, infatti, sta mettendo in ginocchio queste distese fredde, costringendole a ridursi in dimensioni, estensione e durata e mettendo in crisi anche il futuro di tutta una serie di attività turistiche e sportive legate alla loro esistenza. Ne abbiamo parlato con Davide Sironi, geologo e meteorologo di 3B meteo e Riccardo Scotti, geologo, divulgatore scientifico, ricercatore in glaciologia e coordinatore scientifico del Servizio Glaciologico Lombardo, un’associazione di volontari che si occupa di fare monitoraggio dei ghiacciai in Lombardia e di divulgazione scientifica.

Cosa è un ghiacciaio

I ghiacciai si formano laddove le temperature, soprattutto estive, permettono la conservazione della precipitazione nevosa caduta durante il periodo freddo. “Questa neve, poi, può essere conservata durante l’estate e quindi, anno dopo anno, si accumula e diventa prima neve compatta e poi ghiaccio” Spiega Davide Sironi. È necessario distinguerne due tipi: i ghiacciai in senso stretto e i glacio-nevati. “I secondi sono ghiacciai che non hanno più movimento, cioè non fluiscono più verso valle. Questi in genere sono piccoli e hanno circa 15 metri di spessore” continua Riccardo Scotti, spiegando che le loro dimensioni ridotte non significhino, per forza, una speranza di vita minore. “Nelle Orobie ci sono dei glacio-nevati molto piccoli che, con una singola annata molto nevosa, riescono a compensare tre o quattro anni di magra. Hanno una variabilità da stagione a stagione veramente grandissima: questo grazie alla loro ridotta dimensione e alle caratteristiche delle Orobie.” I ghiacciai più grandi, invece, come il Trobio o quello del Lupo, sono più grandi ed è difficile che riescano ad avere delle avanzate in una sola stagione positiva.

Il movimento dei ghiacciai: ritiri ed espansione

A livello geologico, spiega il meteorologo di 3B meteo, ci sono state fasi di ritiri avanzati seguiti da altre di glacialismo. “Soprattutto per quanto riguarda le Alpi, negli ultimi ottocentomila anni abbiamo avuto diverse glaciazioni, cioè fasi glaciali, e interglaciazioni, cioè fasi di ritiro”. Dal Pleistocene in poi, infatti, “abbiamo osservato l’alternanza di fasi glaciali di cinquanta o centomila anni alternate a breve fasi interglaciali di circa venti o quarantamila anni”. Negli ultimi seicentomila anni, continua Davide Sironi, abbiamo avuto cinque glaciazioni principali: oggi ci troviamo nella fase interglaciale che ha seguito l’ultima glaciazione, interrottasi ventimila anni fa. “Noi arriviamo da una fase di clima particolarmente fresco e nevoso, intercorso tra il 1500 e il 1850; questo periodo viene definito PEG: Piccola Era Glaciale” spiega il meteorologo.

Il passaggio dall’espansione al ritiro

A livello geologico, cioè guardando alle ultime centinaia di migliaia di anni, l’alternanza delle fasi è da attribuire “a variazioni dal punto di vista astronomico, in cui si inclina o meno l’asse terrestre, o all’eccentricità dell’orbita della terra intorno al sole. Ci sono poi altri fattori, sempre legati al sistema Terra come ad alcune fasi di attività vulcanica molto intensa, che possono influenzare i ghiacciai.” Questi sono parametri naturali, sottolinea più volte il meteorologo, andando a rimarcare la sostanziale differenza che intercorre tra il passato e il presente. “Dopo un periodo abbastanza fresco e particolarmente favorevole, dalla fine degli anni Ottanta in poi si è assistito a un cambiamento delle condizioni climatiche sempre in negativo: dagli anni Novanta in poi il ritiro è stato progressivo e costante.” Dagli anni 2000 questo scioglimento dei ghiacciai ha subito una ulteriore accelerazione, legato a delle estati via via sempre più calde, con una presenza sempre più frequente dell’anticiclone africano e da scarse precipitazioni estive.

I ghiacciai delle Orobie…

Le Alpi Orobie sono settori montuosi che, pur avendo quote relativamente basse comunque presentano un certo glacialismo. La gran parte dei ghiacciai delle Alpi Orobie si trova in provincia di Sondrio, sulle Alpi Valtellinesi; in Bergamasca sono concentrati nell’area nord-orientale, quindi nell’alta Valle Seriana. “I più importanti ghiacciai delle Orobie sono quello del Trobio, che 150 anni fa era il più grande delle Orobie e oggi invece è prossimo all’estinzione, quello del Pizzo del Diavolo di Tenda, quello del Re Castello.” Spiega Riccardo Scotti. Ci sono due fattori principali che hanno favorito la formazione e la permanenza di ghiacciai a quote così basse, continua il meteorologo: “Uno è il fatto che le Alpi Orobie sono la prima barriera alpina adiacente alla Pianura Padana. Nel semestre freddo, quindi, loro fanno da barriera alle correnti meridionali molto umide e generano grandi accumuli nevosi, anche di 10-15 m annuali. Il secondo aspetto è che questi apparati sono formati nei versanti settentrionali dei gruppi montuosi più elevati, che sono montagne molto ripide, generando dei coni d’ombra che proteggono il ghiacciaio dalla calura estiva. In più determinano grandi apporti valanghivi.” Il mix di questi fattori, legati alla morfologia del territorio, permette che questi ghiacciai sopravvivano in un periodo estremamente sfavorevole per quelle quote.

…che resistono

I ghiacciai delle calotte polari e i ghiacciai alpini hanno risposte diverse al surriscaldamento climatico. “Nel caso dei ghiacciai alpini, i più recenti studi stanno dimostrando che il ritiro o la loro avanzata sono correlate all’innalzamento delle temperature nel periodo estivo” spiega Davide Sironi. Dal punto di vista dell’analisi meteorologica, si è vista infatti una sostanziale costanza nelle precipitazioni sulle aree alpine. L’unico fattore, quindi, che può determinare l’avanzamento o lo scioglimento dei ghiacciai è quello della temperatura estiva, che è in grado di fondere il ghiaccio se alta. “Per questi ghiacciai – continua il meteorologo - è deleteria la combinazione tra estati molto calde e scarse precipitazioni nevose; a inizio anni 2000 abbiamo assistito proprio a questa situazione ed ha confermato le nostre paure”. “Nelle Orobie, se fa una stagione più nevosa ci sono buone possibilità che alla fine della stagione si tiri il fiato” chiude Riccardo Scotti.

Come si studiano i ghiacciai

“Il grosso del lavoro si fa sul campo. La prima attività si fa a fine primavera, quando l’accumulo sul ghiacciaio di neve invernale è massimo: misuriamo lo spessore della neve prima che inizi a fondere durante l’estate” spiega Riccardo Scotti. “Concretamente andiamo sul posto, scaviamo una buca e cerchiamo di raggiungere la superficie del ghiacciaio”.

Stratigtafia nivologica con Davide Bavera e Davide Perego
(Foto Riccardo Scotti)

Questo valore viene quantificato non soltanto in un punto, ma facendo prove con sonde da valanga in vari punti del ghiacciaio. È un lavoro che viene svolto solo su 8 ghiacciai in Lombardia, tra cui il Ghiacciaio del Lupo nelle Orobie. È però a fine estate che si fanno i rilievi più consistenti: quello che conta è quanta neve resta sul ghiacciaio a fine stagione. Più c’è neve, più ci sarà accumulo nella parte alta del ghiacciaio. “Per questo lavoro – spiega Riccardo - ci facciamo aiutare da un sistema molto tradizionale ma efficace: abbiamo delle palline di legno infilate all’interno del ghiacciaio, fino a 10 m di profondità. Man mano che il ghiacciaio perde spessore, la pallina tenderà ad emergere sempre di più dalla superficie. Andando a misurare quanto emerge la pallina, sappiamo anche quanti metri di ghiaccio abbiamo perso durante l’estate.” Questo lavoro, che si chiama “bilancio di massa del ghiacciaio” e si svolge solo su una cinquantina di ghiacciai nel mondo, è uno dei sistemi più raffinati: dice quanto volume ha perso e guadagnato un ghiacciaio alla fine di ogni estate.

Trasporto palline con Marco Fransci e Riccardo Scotti
(Foto R. R. Colucci)

Dalla teoria alla (triste) pratica

A livello alpino, e mondiale, i bilanci di massa sono sempre negativi anno dopo anno, spiega con schiettezza e amarezza Riccardo Scotti. “Il ghiacciaio del Lupo, a differenza degli altri che monitoriamo in Lombardia, presenta un po’ le caratteristiche dei ghiacciai orobici”. Grazie, infatti, ad abbondanti precipitazioni nevose invernali, i ghiacciai riescono a tenere bilanci abbastanza positivi. “Ogni tanto un’annata positiva c’è nelle Alpi Orobiche, a differenza per esempio dei bilanci che effettuiamo sulle Alpi Retiche. Sono un pochino meno dipendenti dalle temperature e un po’ più dipendenti dalle precipitazioni rispetto alle Alpi Retiche.”

Le conseguenze sull’ambiente

Una prima conseguenza dello scioglimento dei ghiacciai è legata all’approvvigionamento idrico, “perché la mancanza di neve e di ghiacciai modifica anche il sistema idrogeologico dei settori alpini, esponendoli a una maggiore carenza di acqua nel periodo estivo.” Spiega il meteorologo. Altra conseguenza è l’instabilità dei versanti. “L’innalzamento delle temperature determina una fusione del permafrost, lo stato perennemente ghiacciato che generalmente costituisce le zone montuose più elevate.” Nell’ultimo ventennio, le ripetute calure estive della durata di anche settimane stanno determinando dei cicli di gelo e disgelo più frequenti alle quote alte. “Questo – continua - determina l’instabilità dei versanti, con maggiori crolli e frane ad alta quota. Uno degli ultimi esempi è quello che sta avvenendo in alta Val Tellina, sulla punta del San Matteo sulla parete nord.”

…e sul turismo

“Per quanto riguarda lo sci invernale, i dati sono abbastanza preoccupanti. Alle quote basse nevica meno di un tempo e continuerà a nevicare sempre meno, rendendo gli investimenti negli impianti di sci veramente pericolosi ed azzardati” spiega Riccardo Scotti. Decine, se non centinaia, di impianti hanno già chiuso per questi motivi. Ci sono singole stagioni molto nevose mail trend sul lungo periodo è abbastanza chiaro.

“Tutti i dati meteoclimatici ci indicano che stiamo andando verso un ulteriore progressivo riscaldamento del clima, così come si sta consolidando la tendenza di estati molto calde e secche” spiega Davide Sironi. In un contesto del genere, il destino degli apparati glaciali lombardi è abbastanza segnato. “Ciò che possiamo fare noi è continuare a studiare questi ghiacciai e le loro dinamiche e quelli che potranno essere gli impatti sul territorio e sull’approvvigionamento idrico; nel nostro piccolo dobbiamo cercare di risparmiare dal punto di vista delle risorse, in modo da evitare sprechi per cercare di limitare il nostro impatto sulla natura.”

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