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L’elettrosmog, questo sconosciuto, a BergamoScienza

Articolo. Onde elettromagnetiche, 5G, antenne, radiofrequenze… sono parole che spesso fatichiamo a capire e come tutto quello che comprendiamo con difficoltà a volte possono generare paure e timori irrazionali. Il 25 marzo a BergamoScienza “Perché parlare di elettrosmog?” con Piera Cazzaniga

Lettura 7 min.
(Lisa-S)

Cominciamo col dire che elettrosmog è una definizione impropria. Bisognerebbe chiamarlo inquinamento elettromagnetico ed essere molto precisi nel definirlo (come faremo più avanti). Il tema non è semplice e molto si è detto ultimamente a riguardo, soprattutto per la questione del 5G. Ne abbiamo parlato con Piera Cazzaniga, fisica esperta in radiazioni non ionizzanti presso Arpa Lombardia dipartimento di Bergamo, e Silvia Arrigoni, responsabile dell’Unità Organizzativa Agenti Fisici del dipartimento Arpa di Bergamo.

Piera Cazzaniga interverrà giovedì 25 marzo a BergamoScienza in un incontro dal titolo “Perché parlare di elettrosmog ?”. L’appuntamento è alle 18.30, in streaming sui canali Facebook e YouTube del festival.

Cosa è l’inquinamento elettromagnetico

“Quando parliamo di inquinamento elettromagnetico ci riferiamo alle radiazioni elettromagnetiche non ionizzanti. Queste radiazioni sono caratterizzate dalla loro frequenza e vanno suddivise in sorgenti a bassa frequenza e sorgenti a radiofrequenza. Le prime sono caratterizzate dalle frequenze da 0 Hz a 300 Hz; le seconde, invece sono comprese tra i 300 Hz i 300 GHz, quest’ultimo è il limite della luce infrarossa”, spiega Piera Cazzaniga.

Torre cellulare che diffonde il segnale 5g, 4g, 3g. La parte grafica rappresenta l’effetto di radiazione d’onda della torre mobile
(Foto This Lama)

Le sorgenti a bassa frequenza sono le linee e le cabine elettriche; in ambiente indoor gli elettrodomestici, i videoterminali (il pc, per intenderci) e così via. Sorgenti ad alta frequenza sono gli impianti radiotelevisivi e le stazioni radio base per la telefonia cellulare. Questi impianti sono sistemi che per svolgere la loro funzione – cioè per trasmettere a lunga distanza segnali, parole e immagini – devono emettere un campo elettromagnetico (onda elettromagnetica), generato da un trasmettitore.

Dopo la necessaria spiegazione tecnica, Piera puntualizza una questione apparentemente solo lessicale, ma in realtà di vitale importanza se si vuole comprendere bene cosa sia l’elettrosmog.“In realtà il termine elettrosmog è un po’ inappropriato, perché quello elettromagnetico non è un vero e proprio inquinamento in quanto non si ha una vera e propria immissione di sostanze inquinanti nell’ambiente. Gli agenti fisici implicati, cioè campo elettrico, campo magnetico e campo elettromagnetico, infatti, sono presenti solo se la sorgente che li ha generati è accesa, spiega la fisica. “Questo tipo di inquinamento, quindi, non dà luogo a un processo di accumulo nell’ambiente. Se si spegne la sorgente che genera il campo, l’inquinamento non c’è più”.

La percezione della popolazione

Il dibattito pubblico sull’inquinamento dell’aria è aperto, costante e continuo. Sembra, però, che dell’inquinamento elettromagnetico non se ne parli molto. “Innanzitutto non è percepibile, quindi tendiamo a notarlo meno rispetto all’aria inquinata o alle polveri che si posano sulle macchine, per esempio”. In secondo luogo, ci fa notare Silvia Arrigoni, anche il fatto che ci siano dei bollettini che dichiarano il livello delle polveri sottili per prevenire o dichiarare le limitazioni del traffico crea delle conseguenze più tangibili relative al problema dell’inquinamento dell’aria.

Torre di telecomunicazione con antenna di rete cellulare 5G
(Foto Suwin)

Tuttavia qualcosa si sta muovendo: “Dell’inquinamento elettromagnetico si parla abbastanza ultimamente; a noi di ArpaLombardia arrivano molte richieste, soprattutto richieste di informazioni relazione al 5G, una tecnologia di nuova generazione che richiede approfondimenti e precisazioni. L’introduzione di una nuova tecnologia non sempre corrisponde a un incremento di elettrosmog”. In altre parole, una tecnologia nuova non è per forza una tecnologia inquinante.

La misura dell’inquinamento elettromagnetico

La grandezza che misura i campi elettromagnetici emessi dagli impianti di telecomunicazione è il campo elettrico. Continua Piera Cazzaniga: “Le onde elettromagnetiche sono generate dalle variazioni dei campi elettrici e magnetici nello spazio. La variazione di un campo magnetico origina nei punti vicini un campo elettrico variabile e così via: si ottiene in questo modo una perturbazione elettromagnetica che si propaga nello spazio”.

A questo punto converrà anche definire le onde elettromagnetiche: “sono una forma di propagazione dell’energia nello spazio – interviene Silvia Arrigoni – e, a differenza delle onde meccaniche (ad esempio le onde sonore), si propagano anche nel vuoto alla velocità di 300000 km/s (velocità della luce). Sono caratterizzate dalla frequenza, che rappresenta il numero di oscillazioni compiute in un secondo dall’onda e si misura in cicli al secondo o hertz (Hz)”.

La distribuzione del campo elettromagnetico nello spazio dipende dalle caratteristiche radioelettriche della sorgente e dalla distanza dall’impianto. Per le sorgenti a radio frequenza, nella maggioranza dei casi, campo elettrico e campo magnetico sono proporzionali, per cui è sufficiente riferirsi al solo campo elettrico la cui unità di misura è il volt/metro (V/m).

Una normativa stringente tutela la nostra salute

La normativa europea, illustra Cazzaniga, “si basa su ampie e rigorose revisioni della letteratura scientifica pubblicata a seguito di studi approfonditi (in vitro, in vivo ed epidemiologici) degli effetti dei campi elettromagnetici hanno concluso che l’effetto noto dei campi elettromagnetici ad alta frequenza è quello di riscaldare i tessuti, cioè causare un innalzamento della temperatura”.

È l’effetto termico e Cazzaniga ce lo spiega fornendoci un esempio tratto dalla quotidianità: “L’effetto di tipo termico è quello che si verifica nel microonde dove i cibi che contengono acqua cuociono perché le molecole bipolari dell’acqua possono ruotare, vibrare e allinearsi sotto l’azione dei campi elettrici. Nel movimento collidono con le molecole vicine. È questa specie di sfregamento molecolare a produrre il riscaldamento”.

Per evitare che l’effetto termico provochi dei danni “sono state definite delle soglie di sicurezza dosimetriche (in soldoni da Wikipedia: una grandezza dosimetrica è la quantità di energia assorbita dall’unità di massa a seguito dell’esposizione a radiazione ionizzante, ndr) per le sorgenti di campi elettromagnetici. Si è notato che sotto i 4 W/kg (SAR – tasso di assorbimento specifico di energia) non c’era alcun effetto di tipo termico; questo valore è stato abbassato di dieci volte per definire i limiti per i lavoratori professionalmente esposti”.

Da questo valore, stabilito per i lavoratori, si è definito quello per la popolazione, che è ulteriormente ribassato. Dagli effetti di tipo termico, confermano le due fisiche, siamo protetti grazie alla normativa della Comunità Europea “che adotta i limiti delle linee guida dell’ICNIRP (International Commission on non-Ionizing Radiation Protection). Dal limite di base – specifica Arrigoni – sono stati ricavati i limiti derivati espressi in termini di grandezze misurabili in ambiente come il campo elettrico. La normativa europea dà dei limiti sul campo elettrico che variano in base alla frequenza”.

Il legislatore italiano, oltre a tenere conto della protezione da questi tipi di effetti, ha deciso di abbassare ulteriormente il limite per tutelare la popolazione dai possibili effetti a lungo termine, ancora non noti: “Il valore da non superare negli ambienti abitativi è stato fissato a 6 V/m dalla normativa italiana”.

E i telefonini?

Anche i cellulari possono riscaldare la parte di cervello attigua all’orecchio su cui abitualmente posiamo l’apparecchio, spiega Cazzaniga. “Secondo la direttiva europea 99/5, non possono essere venduti in Europa i cellulari che hanno un SAR (tasso di assorbimento specifico) maggiore di 2 W/kg. Ciò vale per tutti gli effetti dei campi elettromagnetici, non solo dei cellulari”.

Ma non devono mancare le buone abitudini personali per l’utilizzo del telefono cellulare: “È comunque prudente usare le auricolari o il vivavoce per evitare i possibili effetti di riscaldamento del cervello. Si consiglia, poi, di non tenerlo nelle tasche anteriori dei pantaloni per la vicinanza con gli apparati riproduttivi e, per chi ha il pacemaker, di non posarlo nel taschino della giacca.”

L’inquinamento elettromagnetico e il 5G

Il 5G sta creando un po’ di apprensione e questo lo notiamo tutti: quante volte ci capita su Facebook di leggere un post allarmista? “L’apprensione nasce anche dal fatto che il 5G lavora su bande di frequenza di 700 MHz, 3500 MHz e 26 GHz considerate nuove dal pubblico – specifica Piera – ma in realtà ognuna di queste bande è già utilizzata: la prima è usata in questo momento dalle televisioni digitali e verrà usata dal 5G dal luglio 2022, quando le televisioni la libereranno; la seconda è utilizzata per i wifi e la terza, più elevata, ora è utilizzata per i ponti radio”.

Le antenne che userà il 5G, spiega la fisica, sono intelligenti: dirigeranno il fascio verso gli utilizzatori, diminuendo il loro impatto elettromagnetico in quanto il segnale non sarà sempre presente, ma sarà attivato e ottimizzato a seconda dell’utilizzatore. “Il 5G non sarà più rivolto solo alla connettività delle persone, ma verrà rivolto principalmente alla connettività degli oggetti”. Tra le numerose innovazioni la nuova rete permetterà la nascita della guida autonoma, il potenziamento della telemedicina e la realizzazione di un’alta densità di interconnessioni (fino ad 1 milione per km2) di “oggetti intelligenti” per ottenere sicurezza, servizi e informazioni in tempo reale.

Un dispositivo smart home sul davanzale della finestra
(Foto Vantage_DS)

Rispetto al dibattito tra elettrosmog e 5G, Silvia Arrigoni chiarisce il ruolo di Arpa Lombardia: “L’attività di Arpa è finalizzata soprattutto alla verifica del rispetto dei valori di campo elettromagnetico prodotto dalle sorgenti e alla valutazione dello stato di esposizione della popolazione. L’attività di controllo è effettuata in modo preventivo, cioè in fase progettuale. Nel caso di installazione di nuovi impianti e/o modifica degli impianti esistenti, Arpa effettua valutazioni teoriche per mezzo di modelli di calcolo matematico per verificare il rispetto delle soglie indicate dalla normativa e rilasciare il parere tecnico preventivo all’interno del procedimento autorizzatorio che è in capo ai Comuni”. Questa attività è integrata dal controllo a posteriori, “effettuato attraverso misure e monitoraggi per verificare le emissioni degli impianti installati e attivi nel territorio. Tutto questo viene fatto per ogni tipo di tecnologia e anche per il 5G”.

Campi elettromagnetici e tumore celebrale

Legambiente, in un articolo del 21 settembre 2020, si schiera dalla parte del sì al 5G con una richiesta: quella di non modificare i limiti di esposizione in tema di elettromagnetismo. Come argomentazione alle proprie tesi, infatti, porta la monografia 102 del 2013 dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro di Lione, la quale dichiara “credibile” una possibile relazione di causa effetto tra i campi elettromagnetici a radiofrequenza e il tumore celebrale.

Piera Cazzaniga spiega che “queste decisioni sono nate da un progetto che ha convolto tutta l’Unione Europea. Hanno classificato i campi elettromagnetici a radiofrequenza come possibili cancerogeni, una classificazione che riguarda l’uso del telefono cellulare”.

(Foto carballo)

Silvia Arrigoni commenta: “I limiti vengono stabiliti da norme europee e/o statali, sulla base di studi come quelli citati. Il ruolo di Arpa, come già detto, è quello di verificare il rispetto di questi limiti da parte degli impianti di radiotelecomunicazioni”.

Norme, scelte e buone abitudini

La gestione di queste nuove tecnologie è complessa e richiede un triplice intervento: in primo luogo da parte delle amministrazioni, poi dai costruttori dei dispositivi e, infine, da parte dei destinatari ultimi, i cittadini: “Dal punto di vista delle amministrazioni – spiega Silvia Arrigoni – se ci muoviamo nel rispetto dei limiti normativi italiani, molto cautelativi, siamo già a buon punto. Arpa fa le valutazioni a tappeto su tutti i nuovi impianti, tenendo conto di ciò che è preesistente e ciò che viene installato di nuovo. Tutto questo deve rispettare i limiti della legge. Questa è già una buona base da cui partire, sulla quale innestare comportamenti individuali corretti”.

Per farla breve l’inquinamento elettromagnetico riguarda anche la responsabilità dell’individuo. Perché, anche se non si vede, esiste. Ma bastano alcuni accorgimenti per evitare danni.

Sito ARPA

(con la collaborazione di Luca Barachetti)