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#coseserie: 5 serie tv da guardarsi nelle vacanze di Natale

Guida. Dalla babilonica Berlino pre-nazismo al dark side dell’alta borghesia, passando per un Multiverso cyberpunk, l’intramontabile Mercoledì Addams e la riscossa di un branco di agenti dell’MI5 degradati. Cinque titoli che vale la pena recuperare durante le feste

Lettura 6 min.

A Natale si ha più tempo: di leggere libri, di ascoltare musica, di guardare film e anche di appassionarsi a una serie tv, senza necessariamente gettarsi sul divano come stracci dopo una giornata di lavoro. In questa piccola guida vi indichiamo cinque titoli da non perdere, molto diversi tra loro ma accomunati da un livello qualitativo eccellente.

«Babylon Berlin» di Tom Tykwer, Achim von Borries, Hendrik Handloegten

Arrivata alla quarta stagione senza un attimo di cedimento, «Babylon Berlin» esordì nel 2017 facendo gridare molti al capolavoro. Di capolavoro non si tratta, per il semplice fatto che la parola «capolavoro» è stata slavata dai facili entusiasmi della critica e del pubblico, ma di una delle migliori serie tv passate sugli schermi negli ultimi anni sicuramente sì. Le avventure del commissario Gereon Rath (l’attore Volker Bruch, tedesco come la serie), trasferito dalla placida Colonia alla più mefistofelica Berlino, e dell’esuberante Charlotte Ritter (Liv Lisa Fries) vengono ambientate in un periodo tutt’altro che casuale: siamo nella Germania della Repubblica di Weimar, 1929, e la narrazione arriva sino al 1934, ovvero ai primi anni del nazismo, non ancora al potere ma capace di (violente) avvisaglie.

Al di là dell’accattivante intreccio, che vedrà Rath e Ritter gettati in un turbinio di Storia, potere, malavita, strani esperimenti psicanalitici e molto altro, «Babylon Berlin» racconta con quel tanto che basta di fantasia e con trovate di sceneggiatura sorprendenti quella “disperata vitalità” di una città estremamente ricca ed estremamente povera, ariana e multiculturale, pronta a buttarsi nel disastro della Storia. In questo senso cade a puntino il racconto in forma di apocalisse cartacea della crisi del ’29 e sono esaltanti le scene di ballo corale al Moka Efti, simbolo di tutta quella mescola di corpi, musica (spoiler: ad un certo punto appare pure Brian Ferry), sensualità, politica e tensione sottocutanea pronta ad esplodere nei tempi a venire.

Intorno a tutto ciò, un repertorio di personaggi a volte al limite della macchietta, altre volte ben delineati fra i corsi e ricorsi della Storia (ci sono i nazisti, ma anche i comunisti nascosti e in fregola sull’onda lunga della Rivoluzione d’ottobre) che rendono «Babylon Berlin» quasi un romanzo corale in forma visiva. Bello da vedere ed elettrizzante fin dalla sigla. Difficile non appassionarsi ad una Berlino che già nel primo Novecento sembrava un’ammaliante Babilonia. Bravi i tre registi, anche sceneggiatori dall’omonimo poliziesco di Volker Kutscher.

(Luca Barachetti / su Now)

«Inverso –The Pheripheral» di Scott B. Smith

«Inverso –The Pheripheral» è una serie tv basata sull’omonimo romanzo dello scrittore americano William Gibson, uscito nel 2014. Che non a caso è considerato uno degli esponenti di spicco del cyberpunk. Burton (Jack Reynor) è un ex-militare finito in congedo a causa dei gravi danni fisici causatigli dagli impianti neurali che gli sono stati installati nel periodo di militanza nelle forze armate. Vive con la madre malata di cancro, con la sorella Flynne e lavora come addetto alla sicurezza di un prototipo di gioco online ambientato in una realtà simile alla loro – in cui deciderà di coinvolgere la sorella, per metterla alla prova.

Quest’ultima dimostrerà un’attrazione quasi fatale per quello che si capirà essere molto più che un gioco, dal momento che le persone che accedono a questo mondo parallelo possono instaurare connessioni sinaptiche che gli permettono di avere contatti fisici a distanza e sperimentare la realtà parallela impersonando robot con sembianze umane. La trama di questo gioco che si farà sempre più fitta e intricata, rivelando che il mondo a cui accedono i protagonisti è solo uno di tanti «frammenti». Cioè uno dei tanti mondi possibili governati da una piccola oligarchia che, grazie a tecnologie super evolute, è in grado di dirottare le sorti dell’intero universo.

Quello che a noi è concesso di sbirciare è il frammento di in una Londra ultra-moderna ma disabitata che farà da scenario a tutta una serie di questioni etiche e morali. Immaginereste mai di vivere in un mondo nel quale si ricevono dei bonus ogni qual volta commettete una buona azione? Sareste disposti a farvi inserire un impianto in un braccio che vi permettesse di scambiarvi informazioni all’istante? Ma soprattutto quali compromessi sareste disposti ad accettare se vi fossero tecnologie che permettono di fare un balzo nel futuro o tornare nel passato per salvare e riportare in vita persone che amate? E quali sono le previsioni distopiche che effettivamente si realizzeranno tra 100 anni? Un racconto che si infila fra idee reali come quella del Metaverso e altre più cinematografiche come il Multiverso.

(Carmen Pupo / su Prime Video)

«Mercoledì» di Tim Burton, Gandja Monteiro e James Marshall

È l’ultimo gioiellino che ha tirato fuori dal suo cilindro il cappellaio matto di Tim Burton (che è uno dei produttori esecutivi e regista dei primi quattro episodi): Mercoledì Addams (Jenna Ortega) è una studentessa del liceo che trasuda cinismo, con un temperamento cupo che comunica fieramente anche all’esterno; indossa vestiti rigorosamente neri perché, a detta sua, è allergica al colore e un po’ a tutto ciò che sembra promanare contentezza e vitalità.

Dopo aver difeso il fratello Pugsley (Isaac Ordonez) dai bulli che si prendevano gioco di lui con metodi a dir poco ortodossi (gettando dei piranha nella piscina in cui si stavano allenando), i suoi genitori Morticia (interpretata da una bellissima Catherine Zeta Jones) e suo padre Gomez (Luis Guzmán) decidono di spedire la loro amata figlia nella scuola privata di cui furono loro stessi studenti quando erano adolescenti. La «Nevermore Academy» diretta da Marilyn Thornill (la Cristina Ricci che interpretava Mercoledì nel film sugli Addams del 1991), dove studiano i cosiddetti «reietti» che, come lei, hanno poteri sovrannaturali.

Inizialmente ostile a instaurare legami di qualsiasi natura e a lasciare entrare qualsiasi spiraglio di luce nelle zone d’ombra della sua interiorità, piano piano Mercoledì comincerà a sperimentare legami autentici e a padroneggiare le sue abilità psichiche che si riveleranno cruciali per fare luce su una serie di morti sospette che si verificheranno a Jericho. La serie, del resto, riprende uno dei temi ricorrenti nella poetica di Burton, cioè la diversità e la difficoltà ad accettare tutto ciò che è diverso (fuori e dentro la scuola). E grazie al lavoro degli ideatori Alfred Gough e Miles Millar incrocia commedia, fantasy e un tenue horror in una specie di entusiasmante thriller paranormale. Dove Mercoledì saprà in parte farsi accettare, in primis, dalla sua compagna di stanza Enid (Emma Myers) che si trasforma in lupo mannaro, ama i colori, è gioiosa e riesce sempre a vedere il buono nelle persone. «Enid, su di me hai lasciato un segno indelebile. Ogni volta che nauseata vedrò un arcobaleno, o sentirò un’allegra canzone pop, penserò a te».

(Carmen Pupo, Netflix)

«Slow Horses» di James Hawes

Il «Pantano» è l’ufficio in cui vengono relegati gli agenti dell’MI5 (il servizio segreto inglese) che per un motivo o per l’altro sono stati declassati in una sorta di purgatorio dell’intelligence britannica. A capo di questa squadra di «ronzini» – così vengono chiamati gli agenti del «Pantano», che lavorano in una fatiscente sede secondaria del servizio segreto – c’è Jackson Lamb, anche lui un tempo nell’MI5 e ora relegato in un ufficio che sembra rispecchiarlo al meglio. Lamb infatti è disordinato, sporco, con i capelli lunghi fino alle spalle decisamente unti, e in più è a dir poco cinico e irascibile. Ma ha un sacco di esperienza, non ci sta ad essere stato messo da parte e con i suoi agenti disgraziati cerca di intrufolarsi nelle dinamiche torbide dell’MI5 diretto da Diana Taverner (Kristin Scott Thomas), per schiarirne un po’ le acque.

Tratta dal romanzo omonimo dello scrittore britannico Mick Herron (in italiano tradotto con il titolo «Un covo di bastardi») come pura serie tv di entertainment scritta e girata da James Hawes come dio comanda, «Slow Horses» ruota soprattutto intorno alla figura di un Lamb/Gary Oldman in stato di grazia, a cui è impossibile non voler bene nonostante il caratteraccio. Nella prima stagione i ronzini saranno alle prese con un complotto che unisce l’estrema destra inglese al rapimento di un giovane musulmano. Nella seconda (ancora in corso) ad entrare in scena è il KGB e le «cicale», agenti russi dormienti che in realtà tanto “assonnati” non sono.

Fra le tante spy-story che oggi si possono trovare nel mare magnum della serialità televisiva, «Slow Horses» gode – oltre che della bravura di Oldman – del carattere da loser dei personaggi principali, agenti messi da parte che in realtà hanno ancora molto da dire. E che con Jack Lamb, a suon di insulti e rimproveri, ritrovano fra mille intrecci e intralci il loro ruolo. Completa il tutto la precisa colonna sonora di un giovane veterano del genere come Daniel Pemberton («Steve Jobs», «Enola Holmes», «Il processo ai Chicago 7») e una canzone che l’amico di Oldman, Mick Jagger, ha scritto appositamente per la serie, «Strange Game».

(Luca Barachetti / su Apple TV+)

«The White Lotus» di Mike White

«The White Lotus» è un albergo di lusso a Taormina, che ospita per le vacanze un gruppo di facoltosi ricchi californiani. C’è la famiglia italoamericana di un produttore hollywoodiano, ci sono due coppie di trentenni di successo, c’è una facoltosa signora sull’orlo di una crisi di nervi e una serie di altri personaggi più o meno eccentrici. Ma la presenza principale di questa seconda stagione della serie – scritta e diretta per HBO dal geniale Mike White – è la Sicilia che qui respira e si mostra nella sua monumentale bellezza classica e barocca, fondendo paesaggio naturale e umano. La costa, gli strapiombi, il teatro greco, il mare in burrasca, le ville barocche, l’Etna.

Tutto ci riporta a un paradiso primordiale incantato: si sente però che tutto potrebbe all’improvviso precipitare in un inferno. Sono le relazioni che costruiscono la trama del racconto e che montano la lenta e inesorabile trasformazione tragica della scena, annunciata dal ritrovamento nel primo episodio di diversi cadaveri nel mare della spiaggia dell’hotel. Nel flashback, che costruisce il corpo delle sette puntate, queste relazioni si configurano all’inizio come rapporti familiari superficiali e incontri erotici transazionali. Padri e figli che non comunicano. Coppie che vivono separate. Sesso a pagamento. Poi, piano piano la Sicilia dionisiaca emerge rompendo l’apollinea stasi alto borghese delle relazioni e come una marea spinge i personaggi a mescolarsi in una sorta di contaminazione affettiva, sensuale ed estatica.

I fatti si svolgono con una sapienza drammaturgica che mescola il registro tragicomico, la satira di costume e toni autenticamente tragici, perché come in ogni rito dionisiaco che si rispetti, anche qui ci sarà un capro espiatorio. Bellissima e sorprendente la fotografia, come la colonna sonora. A chi ha definito la seconda stagione di «The White Lotus» un’inutile capitalizzazione del successo della prima serie (che vinse 10 Emmys) non credete. Ne vale davvero la pena.

(Carmen Pellegrinelli / su Now)

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