93FE310D-CB37-4670-9E7A-E60EDBE81DAD Created with sketchtool.
< Home

#coseserie: «Inside man», sbirciare dentro alle pareti dell’umanità liberandosi dei filtri del Super-io

Articolo. La serie tv Netflix statunitense sceneggiata da Steven Moffat («Sherlock», «Doctor Who», «Jekyll») – in quattro episodi della durata di un’ora – ci mostra che tutti possiamo essere potenziali assassini. Bastano due ingredienti: una buona ragione e una giornata storta. Ed entrano in gioco quelli che Freud chiamavano Es e Thanatos

Lettura 5 min.
Jeff (Stanley Tucci) e Harry (David Tennant)

Dal genio scozzese che ha dato vita ai racconti di «Sherlock», «Doctor Who» e «Jekyll» non potevamo non aspettarci qualcosa di altrettanto incalzante, geniale e imprevedibilmente fastidioso. «Inside man» è una miniserie che ci dà il benvenuto accogliendoci nel braccio della morte e invitandoci a sedere al tavolo con un professore di criminologia uxoricida – Jefferson Grieff (Stanley Tucci) – che risolve casi avendo come unico criterio un valore morale: vuole fare del bene per il resto della vita. È chiaro, però, che quando ti restano due settimane da vivere prima di essere condannato a morte, il proposito dichiarato conta meno che in altre occasioni.

Pensereste mai di uccidere qualcuna delle persone che amate? Certamente no, così come non pensereste mai di uccidere qualcuno in generale, fino a prova contraria. È su questa affermazione che si alimentano le vicende che muovono in parallelo le due macro-storie della serie.

Jefferson Grieff è un professore con un dottorato in criminologia dotato di un’intelligenza e di una sensibilità fuori dal comune. Con questi mezzi ricostruisce le dinamiche dei delitti e le ragioni che vi sono alla base. Anche e soprattutto in virtù della sua capacità di cogliere dettagli quasi impercettibili, che nella maggior parte dei casi passano inosservati. L’unica arma che ha a supporto delle sue indagini è il suo compagno di cella, dotato di una memoria eidetica . Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un assassino con un temperamento immotivatamente gioviale. Nonostante sulla sua testa penda una condanna a morte, a causa dell’omicidio di quindici donne.

Il punto è che Grieff non cerca pietà, non vuole il plauso dell’opinione pubblica e pensa che la pena di morte sia il giusto prezzo da pagare per aver attentato alla vita di sua moglie: «Certo che non voglio morire ma neanche mia moglie voleva essere uccisa. E saremmo entrambi sconvolti se io apparissi anche lontanamente perdonabile».

Sono queste le ragioni che lo spingono a rifiutare qualsiasi contatto con la stampa che vorrebbe raccontare la sua storia. Eccezion fatta per una giovane giornalista, Beth (Lydia West), specializzata in cronaca nera, che riesce a guadagnarsi la sua attenzione, sottoponendo a Jefferson un caso da risolvere: la misteriosa scomparsa della sua amica Janice (Dolly Wells), un’insegnante di matematica di cui ha perso le tracce da giorni.

Tutto ha senso se ci rifletti abbastanza

Dall’altro lato del globo, precisamente nel Regno Unito, il parroco protestante Harry (David Tennant) vive con dedizione la sua missione di prete nella cittadina di provincia in cui abita con sua moglie e suo figlio. Un adolescente a cui non piace la matematica e che preferirebbe andarsene in giro coi suoi amici nel weekend piuttosto che prendere ripetizioni. Fin qui nulla di nuovo. Se non fosse che il sacerdote è così ligio al dovere e ai propositi di umanità, carità e comprensione che di fronte al sagrestano – un giovane problematico con tendenze suicide che gli chiede di nascondergli una chiavetta contenente dei porno – lo asseconda per evitare che sua madre lo scopra e si scagli contro il figliolo. Cosa che nel dubbio, e sospettando una reiterazione del fatto, la madre fa comunque.

Del resto si sa, non importa quanto lontano andrai per nascondere i tuoi segreti e le tue colpe: tua madre li sa già. E se non li sa ancora, li troverà insieme ai calzini spaiati che probabilmente ti scombina lei stessa solo per il gusto di tirarli fuori dall’armadio – quel luogo segreto in cui eri sicuro di aver controllato cinque secondi prima.

La narrazione si alimenta su una serie di malintesi, dettagli non rivelati, risvolti assurdi e a tratti tragicomici che porteranno l’insegnante che dà ripetizioni al figlio a sospettare che sia quest’ultimo il proprietario della chiavetta, la quale si scoprirà contenere del materiale pedopornografico.

La rivelazione sconcertante sarà l’evento catalizzatore che porterà il buon sacerdote a prendere una decisione senza uscita: chiudere la povera docente nel seminterrato di casa sua per evitare che denunci suo figlio. Si tratta proprio di Janice, l’amica della giornalista.

Salvare il salvabile (chiudendocisi dentro)

La genialità di questa rappresentazione risiede dunque in una narrazione che non ci chiede di comprendere e umanizzare un uomo che si è macchiato di un crimine efferatissimo. Si tratta di un criminale che è lucidamente consapevole di ciò che ha fatto e che ripudia la compassione: sarebbe una macchia indelebile al suo processo di espiazione. Quello che Moffat crea piuttosto abilmente, e forse anche con un po’ di compiacente divertimento, è un gioco di ruoli nel quale si alternano ora le pareti di una cella, ora le pareti dell’abitazione di un “buon prete”. Un uomo che si è cucito addosso il suo ruolo di brava persona in maniera talmente minuziosa e certosina da non riuscire più a togliersi di dosso la sua maschera di persona perbene che deve fare la cosa giusta ad ogni costo. Deve proteggere la sua famiglia: sua moglie, cioè la donna che ama, e suo figlio, il frutto del loro amore. E questa fede cieca nei suoi propositi eroici di fatto lo incapsula tra le mura di una casa nella quale crede di poter nascondere tutte le malefatte che commette a fin di bene, si fa per dire.

Perché, in fin dei conti, è piuttosto evidente che l’escalation di azioni che metterà in atto secondo la sua presunta buona fede, metteranno in evidenza la fragilità psicologica di un uomo che tenterà di compensare le sue debolezze, travestendole maldestramente da senso morale.

Non uccidere

Le persone perbene non commettono crimini e soprattutto non uccidono, mentre i criminali sono criminali, sono crudeli e non possono commettere buone azioni, o meglio nessuna buona azione potrà espiare i loro crimini. Moffat attraverso una trama fitta, intricata e a tratti nonsense vuole mettere in discussione i preconcetti della moralità che attanaglia l’ordinarietà del quotidiano, sfidando gli stereotipi e i pregiudizi su cui si alimenta: la vita casa e chiesa di un prete di provincia sarà messa in soqquadro da un dettaglio non rivelato, dalla paura che il diffondersi di notizie false sul suo conto e su quello di suo figlio gli compromettano la reputazione. Ma non solo.

Il gioco fastidioso a cui lo sceneggiatore scozzese ci costringe a prendere parte è un dilemma morale portato alle estreme conseguenze, nel quale lo spettatore si aspetta continuamente una via d’uscita, una risoluzione dell’enigma che si concluderà con i due antieroi che finiranno per macchiarsi della stessa colpa.

Attraverso il sorriso sornione di Grieff, lo spettatore è obbligato a riflettere sulla linea sottile che separa il bene e il male, la vita e la morte. Scavare nell’interiorità dell’essere umano significa ritrovare dietro agli strati della coscienza razionale, un Es alla maniera in cui lo intendeva Freud, padre della psicanalisi. Un lato oscuro, una serie di pulsioni incontrollate e incontrollabili che fluttuano in una dimensione senza tempo, al di fuori di tutte le categorie logiche con le quali siamo soliti mettere ordine al caos che ci circonda, dentro e fuori.

Quello che Grieff prova a spiegarci è che ci sono istanti nei quali il Super-io, la coscienza morale che tiene a freno i desideri istintivi dell’essere umano, molla la presa. Ed è proprio in quegli istanti che diventiamo preda di quella che Freud definiva Thanatos. La pulsione di morte irrefrenabile che preme per liberarsi di tutti gli impulsi vitali, una punizione auto-inflitta che deriva dall’impossibilità di ottenere la soddisfazione dei propri desideri. «Siamo l’uomo comune in una brutta giornata, non bestie da osservare e giudicare».

Nessuno ci può giudicare

«Se ti dico di pensare ad un autobus rosso tu cosa fai? Lo immagini e basta. L’immagine di un autobus ti appare in testa. Ma invece se ti dico di non pensare ad una bicicletta blu, tu la immagini comunque, anche se ti dico di non farlo. Questa è la dimostrazione di come pensi e di come pensano tutti. Il cervello umano è capace di elaborare in positivo, non in negativo, ciò che avviene, non ciò che non avviene. Si può notare un elicottero che sta arrivando, non uno che non arriva».

Quand’è che si sospende la propria coscienza? Quand’è che si mettono da parte i propri giudizi di valore e la propria morale? Quando siamo in pericolo, ci sentiamo minacciati e stiamo lottando per sopravvivere, si attivano i nostri istinti primordiali, la parte più arcaica del nostro cervello che ci rende qualcosa di molto simile agli animali, almeno in potenza. È il motivo per cui di fronte a situazioni stressanti, quando l’ansia prende il sopravvento, il battito del nostro cuore accelera, le pupille si dilatano, il corpo si prepara alla fuga. E tu vorresti davvero scappare: dai tuoi problemi, dalle responsabilità, dal tuo lavoro, ma non avrebbe alcun senso. Scappare per andare dove?

Ci siamo evoluti per diventare esseri umani ragionevoli, che gestiscono le situazioni stressanti, che sanno mantenere il controllo e la calma. Siamo stati educati a non deludere le aspettative degli altri, a non tradire chi amiamo a essere gentili col prossimo, a proteggere i deboli. Ma ci sono dei momenti, attimi fugacissimi nei quali le voragini possono far preda anche l’uomo comune più buono, innocuo, più accondiscendente. Bastano solo una buona ragione e una brutta giornata.

Approfondimenti