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#coseserie: «Tutto chiede salvezza», scavalcare la soglia della normalità e trovare il proprio riparo

Articolo. Su Netflix la serie tratta dall’omonimo libro dello scrittore Daniele Mencarelli, vincitore del premio Strega Giovani 2020 con un racconto autobiografico che ripercorre i suoi sette giorni di ricovero in un reparto psichiatrico. E che ci invita ad abbracciare la follia che c’è in ognuno di noi

Lettura 5 min.

Per iniziare a scrivere questo articolo sono partita dalle definizioni. Follia, pazzia, anormalità, devianza, alterazione sono in un certo qual modo tutte terminologie che, a seconda dei contesti, assumono l’accezione di una caratteristica distintiva che può determinare uno svantaggio o può tradursi in un’etichetta che denota qualità superiori riconosciute a persone che differiscono dalla norma. In entrambi i casi quello che appare evidente è che il confine tra «normalità» e «anormalità» non è ascrivibile a criteri di oggettività ma è una costruzione politica, data dal bisogno di garantire l’ordine sociale.

Siamo spaventati dal disordine, da ciò che non riusciamo a incasellare e forse è proprio questo il nostro limite. Pensiamo che ciò che guardiamo sia frutto dell’immediata percezione dei nostri sensi ma non c’è niente di più sbagliato. Ogni visione è il risultato di una rielaborazione celebrale che seleziona ciò che vediamo secondo un principio di rilevanza dettato dai nostri schemi pregressi.

Tutto chiede salvezza
(Foto Collaboratore Eppen)

Ma cosa c’entra questo con la serie «Tutto chiede salvezza»?

La serie è liberamente ispirata alla storia di Daniele Mencarelli (lo abbiamo intervistato qui) che ricostruisce nel suo romanzo i sette giorni di TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) di cui l’autore è stato sottoposto quando era ragazzo, nel 1994. La trasposizione seriale è ambientata ai giorni nostri. Daniele (Federico Cesari) ha poco più di vent’anni e dopo aver passato la notte a fare baldoria in discoteca, bevendo drink e assumendo droghe insieme ai suoi amici, si ritrova legato ad un letto di ospedale.

Si guarda intorno, è spaventato, è confuso, c’è qualcosa che brucia sul suo petto, qualcuno di fronte a lui chiede aiuto alla Madonna mentre con un accendino sta cercando di incendiare il suo lenzuolo. Un altro tizio piuttosto istrionico si avvicina a lui e sorridendo esordisce dicendo il suo nome e confessandogli di non aver mai avuto rapporti sessuali. Daniele urla, chiede aiuto, mette a fuoco i volti e mentre un infermiere tamarro gli spiega le regole che caratterizzano quel luogo di confine, in lui si materializza un’unica certezza: quelli sono matti da far paura e lui non sarà mai come loro.

All’origine del male

Il Trattamento Sanitario Obbligatorio che impone a Daniele di trascorrere sette tremendi giorni circondato da cinque pazzi – i suoi compagni di stanza – è un intervento sanitario che viene disposto in caso di motivata necessità ed urgenza, qualora sussista il rifiuto al trattamento da parte del soggetto che deve ricevere assistenza. Franco Basaglia è il medico cha ha pronunciato la frase che fa da claim alla serie «Da vicino nessuno è normale» ma è anche lo psichiatra che ha ispirato la Legge 180 del 1978 che ne prende il nome. E che rappresenta un elemento di rottura rispetto a come era stata inquadrata la malattia mentale fino a quel momento, grazie alla revisione dell’ordinamento degli ospedali psichiatrici in Italia, che incentivò radicali trasformazioni nel trattamento dei pazienti con problemi psichiatrici.

Com’è noto, Basaglia durante la sua attività di medico si è battuto per la chiusura dei manicomi. Da lui considerati luoghi di internamento nei quali i malati sperimentavano una dimensione di vuoto emozionale, all’interno di uno spazio pensato per renderli inoffensivi e per curarli. Che però nella pratica si trasformava in un luogo che faceva coincidere la personalità con la loro malattia.

I ritmi di vita venivano così a coincidere coi ritmi dell’internamento, coi pazienti che finivano per diventare preda di esigenze organizzative che in quanto tali non potevano tenere conto delle esigenze di ciascuno. Attraverso questo schema si istituzionalizzava la malattia mentale, con un annientamento totale della persona che ne era affetta.

L’immaginario descritto da Basaglia non si discosta ancora poi troppo da ciò che traspare nel reparto psichiatrico in cui Daniele e gli altri suoi compagni di stanza sono ricoverati. Stanze spoglie, pareti ingrigite, cibo pessimo, zero possibilità per ricrearsi. È però concesso fumare. Una sigaretta ogni tre ore, una boccata di fumo: è questa la consistenza dell’unico minuto di tempo in cui ai pazienti è concesso il privilegio di tornare a essere «normali».

Nessuno si salva da solo

Piano piano i ricordi cominciano ad affiorare e Daniele ricostruisce i pezzi del puzzle che lo ha condotto in quel luogo angusto. Finisci il liceo, l’università va male, i tuoi genitori sono persone semplici ma ti vogliono bene e ti trovano un lavoro come rappresentante. Che senso ha correre il rischio di tuffarsi, gettarsi nella mischia se tanto poi vincono sempre i pesci più grossi? E tu ci provi a opporti alla corrente, nuoti con tutte le tue forze, ma poi non puoi far altro che accettare che «il paradiso non esiste» e noi siamo solo costole rotte, nate da un peccato originale. E così te la prendi con loro, con tuo padre e tua madre che vogliono a tutti i costi che tu stia bene, vogliono vederti realizzato, felice.

Ma che senso ha essere felice quando attorno a te vedi solo dolore? Daniele soffre perché sperimenta un costante eccesso di sensibilità tale per cui è come se sentisse tutto il peso del mondo sulle spalle, tutta la sofferenza che lo circonda. E questa pressione gli toglie il fiato e il sonno. Lui non ce l’ha la forza per guardare quel dolore in faccia, per questo cerca continuamente rifugio nelle droghe prima e nei sonniferi durante il ricovero.

Fino a che non alza lo sguardo e si accorge che l’energumeno che ha il letto di fronte a lui e che la diagnosi clinica e cinica descrive quale un paziente con problemi di gestione della rabbia è come il compagno d’asilo che aspetta felice che sua madre vada a prenderlo all’uscita dalla scuola. La tua arriva e tu le corri incontro felice, mentre per il tuo amico Giorgio (Lorenzo Renzi) c’è suo nonno ma dal suo sguardo capisci subito che c’è qualcosa che non va. Sua madre non c’è più, se n’è andata e lui non ha neanche avuto il tempo di salutarla, non gliel’hanno neanche fatta vedere. «Sei sempre tu che vieni a riprendermi, ne è piena la memoria di te che vieni a riprendermi. Alle scuole tutti i malori li fingevo per vedere il tuo arrivo».

Fare tesoro di quel dolore

«Tutto chiede salvezza» non fa altro che mostrarci persone che sperimentano sofferenza psicologica, all’interno di una cassa di risonanza che inquadra e impacchetta tutto appiccicandoci frettolosamente sopra l’etichetta «pazzo».

Attenzione, qui non si tratta di banalizzare la malattia mentale negandone l’esistenza ma di riconoscerla, restituendole dignità, uscendo dall’ottica di controllo della devianza che si esprime come manipolazione dei corpi: sedati, annichiliti, privati della loro identità.

Daniele in sette giorni non affronta solo un percorso di cura ma va soprattutto incontro ad un riconoscimento della sua umanità. Quelli che la domenica erano degli estranei fuori controllo, il sabato successivo diventano maestri, amici, fratelli che condividono con lui lo stesso girone dell’inferno, che piangono quando amano e ridono quando soffrono.

Mario (Andrea Pennacchi) è un professore in concedo che passa da un ricovero all’altro perché ha tentato di uccidere sua moglie e sua figlia e l’unico appiglio che trova per attaccarsi alla vita è l’uccellino che si appollaia ogni giorno alla sua finestra. E Gianluca (Vincenzo Crea) è un ragazzo con un disturbo bipolare, che deve gestire la pressione del gentil sesso intenta a farsi strada nella sua anima – e due genitori burberi che si limitano a giudicare l’involucro esterno, senza mai voler entrare nel suo mondo. La sua colpa sembra essere una sola: voler vivere.

«Tutto chiede salvezza» ci fa piangere ma ci fa anche ridere perché mostra che nei reparti psichiatrici non c’è solo la malattia, ma scorre la vita con le sue fragilità, i suoi rimpianti, i suoi amori e le sue contraddizioni. Ci sono persone con le loro storie, le loro difficoltà, le loro paure che ci mostrano come – di fronte ad una realtà che ogni giorno ci chiede di indossare la versione migliore di noi – si possa anche cedere, inginocchiarsi e concedersi una tregua.

La maggior parte di noi passa l’esistenza a chiedersi se Dio esiste ma forse il punto è che, mentre noi ci domandiamo perché, lui ogni giorno ci chiede di far tesoro di quel dolore, di non incattivirci. Ma di svegliarci e cercare nella vita, ogni giorno, una cura. Io oggi, la mia l’ho trovata in una parola: salvezza.

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