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Il futuro è la polka chinata di Alessandro Sciarroni

Articolo. “Save the last dance for me” il 5 e 6 agosto all’Accademia Carrara per Orlando e Festival Danza Estate. Un ballo della tradizione bolognese, fatto rigorosamente da uomini abbracciati e roteanti. Quattro chiacchiere con Gianmaria Borzillo, uno dei due danzatori in scena

Lettura 4 min.
(Claudia Borgia e Chiara Bruschini)

Progetti musicali come gli Extraliscio (con Mirco Mariani e Moreno “Il Biondo” Conficconi) o l’Orchestrina Di Molto Agevole di Enrico Gabrielli e Rodrigo D’Erasmo da qualche anno stanno recuperando la tradizione della musica popolare da balera. Il liscio per intenderci, riproponendolo in forme più o meno vicine all’originale e cercando di recuperare uno spirito in qualche modo mitologico, carico di storie e suggestioni. Qualcosa di simile ha provato a fare nella danza, con la polka chinata, anche Alessandro Sciarroni tramite “Save the dance for me”, che arriverà all’Accademia Carrara per Festival Danza Estate e Orlando mercoledì 5 e giovedì 6 agosto in un doppio spettacolo (5 agosto ore 18.30 e 20.30, 6 agosto ore 19.00 e 21.00, biglietti qui).

Sciarroni ci aveva anticipato qualcosa di questo evento nell’intervista che gli avevamo fatto qualche settimana fa. Erano rimaste però delle questioni da indagare, circa le prospettive culturali di un’operazione come questa legata alla memoria e se così possiamo dire, alla memoria del futuro. Così ne abbiamo ragionato con Gianmaria Borzillo – uno dei due danzatori di “Save the last dance for me”, l’altro è Giovanfrancesco Giannini – per riportare il suo punto di vista sullo spettacolo. Un’azione di recupero, riproposizione e in parte rilettura di una forma di ballo diffusa a Bologna e nei paesi limitrofi a inizio Novecento, che ha avuto una ripresa dopo la Seconda guerra mondiale per poi andare quasi a scomparire – fino a pochissimo tempo fa erano solo cinque le persone ancora capaci di praticare questo tipo di polka, poi le cose sono cambiate e ora vi raccontiamo come.

Tutto comincia con la scoperta della polka chinata da parte di Sciarroni. Un ballo a due, brevilineo e vorticoso, eseguito rigorosamente da maschi abbracciati fra loro. Le donne dovevano occuparsi della famiglia o solo assistere, in decenni di pochissima emancipazione per il genere femminile. Poco più di due minuti e mezzo la durata e luoghi come le balere, i bar e le piazze dove eseguire questa danza che richiedeva una certa abilità fisica, tra il cosiddetto frullone (la piroetta eseguita al massimo della velocità), e la chinata, ovvero l’abbassarsi dei due ballerini roteando rapidamente e tenendosi l’un l’altro per le braccia.

Molto spesso accade che certe tradizioni fondamentali per la nostra identità culturale sopravvivano grazie al lavoro di recupero di pochissime persone. In questo caso è Giancarlo Stagni di Castelsanpietro ad avere recuperato da alcuni filmati degli anni Sessanta questa tecnica di ballo per poi trasmetterla a Gianmaria Borzillo e Giovanfrancesco Giannini: “per mesi – spiega Gianmaria – siamo andati da lui e abbiamo imparato la polka chinata così com’è originariamente, con le musiche tradizionali di organetto e una durata breve. Per chi come noi danza di professione non è un ballo difficile, certo è che gli uomini che lo praticavano allora avevano una certa preparazione fisica”. Da lì insieme ad Alessandro Sciarroni una doppia idea: creare uno spettacolo a sé e collegarlo a dei workshop dove insegnare la polka chinata. Con l’obiettivo di preservare la memoria di questa danza e di rivederla secondo la sensibilità attuale.

Rispetto ai tempi brevi dell’originale, la nostra versione dura circa venti minuti. C’è un lavoro di coreografia alla base e a livello musicale Alessandro ha chiesto a due compositori catalani, Aurora Bauzà e Pere Jou, di scrivere una partitura di musica elettronica contemporanea. È nata una via di mezzo fra una polka chinata classica, assolutamente riconoscibile durante la performance, e qualcosa che va oltre. Per noi, nonostante balliamo da tanti anni, è la prima volta che danziamo in coppia”. Insomma quella di “Save the last dance for me” non è una versione della polka chinata a cui è stata data una spolverata e non è nemmeno il diorama di un tempo che fu. È invece qualcosa che riguarda la trasmissione, la memoria quando è viva, l’eredità di un intrico culturale capace di evocare e di giungere in modo fresco nel presente per essere diffuso.

Dopo che abbiamo imparato lo stile, abbiamo deciso di insegnarlo a nostra volta, e così Alessandro. Dal 2019 ad oggi lo abbiamo fatto per i ragazzi di Biennale College, a Santarcangelo, Bassano, in Catalogna, a Parigi. Sono circa duecento fra persone non professioniste e danzatori ad avere imparato la polka chinata. Quando avevamo iniziato a studiare questa danza erano solo cinque gli uomini che la sapevano praticare e non erano professionisti: uno, per dire, fa l’avvocato. Ogni persona che frequenta questi workshop custodisce ciò che ha imparato. Termina il laboratorio e ha un’idea di ciò che ha appreso, a quel punto sei anche tu parte di un qualcosa che si oppone all’oblio”. Ai laboratori possono partecipare tutti, uomini e donne indistintamente, rompendo dunque certi schematismi d’antan: “ballare la polka chinata significava anche tentare di sedurre le donne, dimostrando forza fisica e abilità, quindi fra gli uomini c’era anche un elemento agonistico. I nostri workshop sono aperti a uomini e donne, a professionisti e a persone che semplicemente ci vogliono provare”.

(Foto Claudia Borgia e Chiara Bruschini)

La polka chinata è uno dei balli alla Filuzzi della tradizione popolare italiana. Insieme formano quello che comunemente viene detto ballo liscio, con i nomi dei movimenti ripresi dai tipi di pasta emiliani (passettini, striscini, denzi, pestatini, saltolini, etc.). Filuzzi è una parola d’origine incerta, ma ogni interpretazione spiega qualcosa dello spirito di questo mondo culturale. Alcune teorie la fanno discendere dal vizio di certi ballerini di filare, cioè trasferirsi velocemente da una balera all’altra. Ma è possibile che Filuzzi derivi anche da filò, l’ambiente in cui si ritrovavano i contadini fra diciannovesimo secolo e ventesimo secolo, o dai filari della vite. In ogni caso nei balli alla Filuzzi come la polka chinata risuona quell’evoluzione del popolo emiliano – da contadino nelle campagne a cittadino come operaio o impiegato – che è stato un passaggio fondamentale della storia di gran parte del nostro Paese.

È anche per questo motivo che è importante salvaguardare la memoria della polka chinata: “riportare una tradizione in un contesto presente, riaggiornandola quando è il caso significa farla rinascere. Non è un atto di conservazione, è una cosa lanciata verso il futuro, una questione di identità culturale, di ciò che siamo e di ciò che vorremo essere”. Quella “memoria del futuro”, appunto, che roteando ci porta nel domani.

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