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Antonella Ruggiero a «deSidera», la musica può farsi cura e la donna è un grande mistero

Intervista. Il 29 giugno la grande cantante (ex Matia Bazar) andrà in scena insieme a Lucilla Giagnoni per «deSidera Bergamo» al Lazzaretto con «Mater spiritualis et corporalis». Evento di apertura di «Lazzaretto Estate» 2022 e grande inaugurazione del cartellone del Festival che compie vent’anni

Lettura 6 min.
Antonella Ruggiero e Lucilla Giagnoni

Dare forma materica allo spirito e farlo attraverso il potere del suono e del ritmo. È la grande ambizione che anima «Mater spiritualis et corporalis», recital di musiche e parole che si svolgerà, all’interno della rassegna «deSidera», mercoledì 29 giugno presso il Lazzaretto di Bergamo (ore 21.15), primo evento di «Lazzaretto Estate» 2022 (ingresso 15€ + diritto di prevendita, qui le info per i biglietti).

Un appuntamento reso possibile grazie all’incontro di due affermate artiste: Antonella Ruggiero (cantante attenta a culture diverse e sensibile alle loro tante contaminazioni) e Lucilla Giagnoni (attrice per cui la narrazione possiede l’aura ipnotica e seducente di una preghiera laica). Un continuo passaggio di testimone fra due voci femminili, in grado di spaziare tra litanie orientali e ritmi arabi, inni sacri cristiani e capolavori della musica classica, senza dimenticare versi e brani di grandi scrittrici, come, per esempio, Alda Merini, Etty Hillesum, Wisława Szymborska e Clarice Lispector.

E senza scordare, ovviamente, Dante, che, con il «canto XXXIII del Paradiso» e con la preghiera di San Bernardo alla Vergine (omaggio grandioso alla maternità) mostra un’alternativa possibile fra il vincere e il perdere. Ovvero la conciliazione degli opposti, l’armonia dei contrari, ciò che le donne, secondo Antonella Ruggiero, mettono in pratica da millenni, continuamente: far stare insieme quello che insieme non può stare.

FR: Antonella Ruggiero, che tipo di spettacolo sarà «Mater spiritualis et corporalis»?

AR: Sarà uno spettacolo a due voci. Lucillia Giagnoni reciterà testi di vari autori, fra cui uno, molto lungo e estremamente suggestivo, di Erri De Luca; io, invece, canterò diversi brani che appartengono al repertorio sacro, che ben si adattano a questo evento. Penso, per esempio, al «Panis angelicus», all’«Ave Maris Stella», ma anche ad alcuni della tradizione africana e, ovviamente, della tradizione ebraica. Questi ultimi li eseguo ormai da anni e, per la precisione, dal 2005, quando ebbi modo di esibirmi nella sinagoga di Berlino. Ci sarà anche spazio per un po’ di improvvisazione, che ritengo imprescindibile: primo, per non far apparire il nostro lavoro freddo e troppo calcolato; secondo, perché l’improvvisazione significa libertà d’azione. Ad accompagnare me e Lucilla, ci saranno Roberto Olzer (pianoforte e organo liturgico) e Roberto Colombo (vocoder e basso synth).

FR: Eseguirà anche alcune canzoni del suo repertorio personale?

Sì, eseguirò «Corale cantico», «Occhi di bambino», «Il viaggio», «Echi d’infinito», «Il canto dell’amore» e «La danza».

FR: Una voce che canta e una voce che parla. Come è nata la collaborazione con Lucilla Giagnoni?

AR: Ci siamo conosciute grazie alla musica, siamo amiche da più di vent’anni e collaboriamo da tempo. Ho sempre ammirato il suo lavoro, il suo modo di esprimere l’arte. E quando c’è sintonia (e stima reciproca) avvengono interessanti scambi di idee, che diventano, in questo caso, spettacoli intensi e profondi.

FR: Quali sono le difficoltà nel portare sul palco musiche e tradizioni lontane e molto diverse fra loro?

AR: Difficoltà non ne ho mai riscontrate. Sono eventi, questi, in cui la gente è letteralmente rapita per tutta la durata dello spettacolo. La mente vaga perché, per un momento, grazie alla musica, i problemi vengono messi alla porta e i brutti pensieri vengono alleggeriti se non annullati. Per il resto, trovo fondamentale il valore della diversità: è un piacere viaggiare all’interno di tradizioni (anche di epoche passate) che raccontano storie differenti. Negli anni Novanta, ho viaggiato tanto e sono stata anche in India (che, fin da quando ero ragazzina, significava per me movimento hippy, Ravi Shankar e Beatles). Ho lavorato con musicisti indiani, ho vissuto con loro, andando nei templi e ascoltando, ogni giorno, i raga, i mantra e tutti quei meravigliosi suoni di un’India antica che non è certo quella odierna di Bollywood. Poi, verso l’inizio degli anni Duemila, ho capito che non era più il caso di proseguire con questa esperienza: l’avvento della tecnologia ha cambiato tutto e il mio interesse per questo mondo è finito. Quando ho visto i monaci con il cellulare, mi sono detta che era il momento di tornare a casa.

FR: A proposito di tecnologia: in una società frenetica e globalizzata come la nostra, dove basta un clic per avere uno sguardo (seppur virtuale) sul mondo, uno spettacolo come «Mater spiritualis et corporalis» che valore può avere?

AR: Se lo sguardo è virtuale, quel che si recepisce è assolutamente inferiore a quel che si può vivere dal vivo, in carne e ossa; a quel che si può sperimentare in un istante preciso e che non si ripeterà mai più, ma il cui ricordo diverrà indelebile. Inoltre, uno spettacolo dal vivo è fatto anche dall’alchimia che si instaura fra l’artista e il proprio pubblico. Qualcosa di unico. Per quanto riguarda la frenesia, vedo troppe persone che credono che vivere significhi affannarsi. Sono convinta che non sia necessario avere un sacco di soldi per viaggiare e essere felici: fuori casa, vicino a noi, c’è sempre qualcosa di bello da scoprire. L’essere sempre in competizione, con il coltello fra i denti, è qualcosa di deleterio. Tutta questa aggressività latente non è altro che il sintomo di uno stato d’animo infelice, che non sa più dove andare a sbattere. Se una persona vive così, alla fine non raggiunge neanche gli obiettivi che si era proposta. Credo ci sia spazio per vivere una vita più lenta e interessante. Forse, una delle cose che ci ha insegnato la pandemia è proprio questa. Molta gente ha riscoperto la natura, il camminare, il parlare sottovoce. Una vita meno chiassosa, meno omologata e più appagante, autentica.

FR: Durante lo spettacolo ci sarà spazio anche per i brani di Etty Hillesum. Dopo la Shoah, dopo le tragedie del Novecento e in una «società liquida» come la nostra, in cui tutto è diventato merce, come si fa a possedere uno sguardo spirituale sul mondo?

AR: La spiritualità è intuizione e sensibilità profonda. È una forma di tensione, un sentire antico quanto il mondo, che ha a che fare con la natura e la libertà assoluta (che nulla c’entra con dogma e fanatismo). Questo genere di sentire, per quanto mi riguarda, è quindi insito nell’animo umano. C’è chi, per resistenza, nega la spiritualità e chi, invece, concepisce la vita come un fenomeno esclusivamente spirituale. È sempre stato così, anche in passato. Dunque, da questo punto di vista, nonostante ai nostri giorni tutto paia assorbito dalla tecnologia, non è cambiato nulla. Se si è predisposti alla spiritualità, si può trovare tutto, come nei secoli precedenti. La persona spirituale oggi non è diversa dalle persone spirituali dell’Ottocento e del Settecento e nemmeno da quelle del Medioevo. E ciò è una fortuna, perché, in caso contrario, significherebbe essere diventati delle macchine.

FR: Qual è il rapporto che intercorre fra musica e spiritualità?

AR: Il rapporto è molto stretto. La musica rapisce mente e cuore e ci riporta alla dimensione della natura: ascoltando certi autori (soprattutto del passato) si può vedere l’acqua cristallina e le foreste del nord Europa e toccare con mano realtà ormai scomparse. La musica (soprattutto quella della tradizione) è visione e tocca corde molto intime che, come detto, hanno a che fare con la natura. La natura mi suggerisce l’esistenza di qualcosa di straordinariamente perfetto, di bello e di geometrico. Dalle pietre al cielo: è la natura che dona alla tecnologia il materiale ed è lei ad avere l’ultima parola su tutto. Noi esseri umani siamo piccoli rispetto a essa e ciò è meraviglioso.

FR: «Tu se’ colei che l’umana natura/ nobilitasti sì, che ‘l suo fattore/ non disdegnò di farsi sua fattura». La preghiera di San Bernardo è un inno alla donna e alla maternità. Ma sembra anche suggerire come, attraverso la figura femminile, le contraddizioni possano concretizzarsi. È davvero così?

AR: La sensibilità femminile è un puzzle complesso, indefinibile. Il nostro mondo interiore è spesso incomprensibile per quello maschile, anche perché indissolubilmente legato a qualcosa di fortemente atavico. Si pensi ai nove mesi in cui la donna porta avanti la gravidanza: la donna non è un oggetto e in quel periodo di tempo le elaborazioni e i pensieri che avvengono all’interno della sua mente sono estremamente vasti. La maternità è un fatto straordinario, che ha del miracoloso, ma che è anche condizionato prepotentemente dall’istinto. Forse anche per questo, l’universo femminile può essere edificante ma anche atroce. La donna è un mistero ed è capace di toccare i cieli più tersi e, al tempo stesso, gli abissi più profondi. Eppure, proprio in virtù di questa sua doppia natura, ha una forza che l’uomo non possiede e uno sguardo diverso sul mondo. È adatta alla mediazione, quindi capace di conciliare gli opposti, di far stare insieme quello che insieme non può stare. È capace di indicare un’alternativa valida al binomio (molto maschile) “vincere o perdere”.

FR: Qual è questa alternativa?

AR: L’equilibrio, la giusta via di mezzo. C’è molta gente che fa di tutto per centrare un obiettivo e, certe volte, lo ottiene pure. Poi, però, ha paura che qualcuno rubi ciò che ha conquistato e, allora, si affanna per mantenere la propria posizione, il proprio status. Conserva l’obiettivo tanto sudato, ma si perde tutto il resto. Che vita è questa? Ci sono molte persone che hanno raggiunto alti livelli professionali, ma sono infelici, circondate da altrettante persone infelici. Chi ti ama non ti ama per quello che hai, ma per quello che sei e passare un’esistenza a guardarsi le spalle, per paura di perdere ciò che si è ottenuto, non è certo il migliore degli scenari possibili. Conosco invece altre persone estranee alla logica della competizione, che si accontentano di molto meno, che seguono semplicemente le proprie aspirazioni e i ritmi della natura. Sono persone che vivono in una dimensione più femminile, se così si può dire, e sono felici.

FR: «deSidera» nasce come catalizzatore di pensieri, memorie e desideri. Qual è il suo desiderio?

AR: Un tempo, c’era il luogo del mondo dove sognare di andare a vivere. Ora è tutto inquinato, i mari sono pieni di plastica e gli animali muoiono. Siamo ormai spettatori di un disastro. Mi limito quindi a fare quel che desidero, a coltivare la creatività (che fa parte, dopotutto, del mio quotidiano) e a farlo con attenzione, limitandomi a vivere fra Berlino e la Brianza. Sono grata per quello che ho fatto e del dono che ho ricevuto: la voce. Il mio più grande desiderio, ora, è che le persone, dopo i miei spettacoli, possano ritornare a casa con un’intima sensazione di calore nel cuore.

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