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Giorgio Personelli, per leggere un libro in scena bisogna trasformarlo. Come faceva Kubrick

Intervista. Il direttore artistico di Fiato ai libri è un vulcano di idee, parole ed entusiasmo. Per un festival che è, ormai da quindici anni, un appuntamento prezioso del panorama culturale bergamasco. E quest’anno approda in su Bergamo TV

Lettura 6 min.
Lucilla Giagnoni e il rito conclusivo di Fiato ai libri con le bolle di sapone (Mauro Veggiato)

Dei diversi librai dello Spazio Terzo Mondo Giorgio Personelli è quello con i capelli bianchi, scarmigliati al vento, il gilet e l’atteggiamento da vero istrione. Quindici anni fa si è inventato Fiato ai Libri, festival di lettura scenica (con accompagnamento musicale) che negli anni ha coinvolto grandi attori e tanto pubblico. Quest’anno Lucilla Giagnoni, Maria Paiato e Massimo Popolizio sabato 7, 14, 21 novembre in onda per la prima volta su Bergamo TV. Un’occasione speciale dovuta alla pandemia, di cui approfittiamo per fare due chiacchiere con Giorgio.

LB: Tu sei direttore artistico di Fiato ai Libri, ma sei anche un attore-lettore abbastanza impegnato. Come hai cominciato?

GP: Ho cominciato come libraio, quando mi presentano come attore mi sento in imbarazzo perché non credo di avere le credenziali, diciamo così, accademiche. In quanto libraio ho sempre letto tantissimo, e intanto ho fatto molti corsi di teatro serali e nel weekend. Poi un giorno una biblioteca mi ha chiesto di fare letture, da lì ho iniziato a farlo ed è diventato il mio lavoro quotidiano. Vado tanto a teatro, ho un gran debito di riconoscenza verso Ferruccio Filipazzi che ho seguito per anni con grande attenzione, tanto è vero che leggevo come lui copiandolo perché mi piaceva molto il suo modo di portare i testi.

LB: Da questa intensa attività come è nato Fiato ai Libri?

GP: Mi ricordo benissimo di una riunione in un ufficio piccolissimo dentro la Biblioteca di Seriate, con me e due bibliotecari. Ci si diceva che per i bambini a livello letture ci sono tante cose, per gli adulti no. Sulla scorta di teorie come quella di Pennac sulle letture ad alta voce e di suggestioni che c’erano in quegli anni, usci l’idea di un festival di letture ad alta voce. Subito mi venne il nome e dissi Fiato ai Libri.

LB: Fiato ai libri è un format: letture e accompagnamento musicale.

GP: Io facevo già letture ad alta voce con la musica, non ero neofita in quell’ambito. Mi accorgevo che come le facevo io, le letture arrivavano a un pubblico ampio. Da subito anche grazie a Ferruccio, poi io ho sviluppato le mie idee, ma il nucleo iniziale è come lavorava Filipazzi. L’idea era di proporre testi che raccontassero storie: io mi sono sempre annoiato ai cosiddetti reading. Ferruccio mi ha insegnato che insieme a te porti una storia, dei sentimenti. Una storia che poi devi rendere “tridimensionale” sennò rimane solo trama, e non va bene. E allora metti quelle componenti letterarie che trovi nel libro però tu devi avere in mente che stai raccontando e che la gente deve seguire la storia dall’inizio alla fine.

LB: Qualche esempio?

GP: Secondo me la grande intuizione è che i libri ad alta voce sono un media diverso dai libri letti da soli. L’esempio più evidente è come Kubrick trasforma i libri al cinema. Pensa al suo “Eyes Wide Shut” o allo stesso “Shining” per dire, ne fa davvero un’altra cosa. Perché stai usando un altro linguaggio. Infatti è questa la differenza: le letture sono noiose perché tu pensi che leggendo ad alta voce usi gli stessi strumenti, tempi, ed atmosfere di quando leggi da solo, invece sono due cose molto diverse. Quando capisci questa cosa, ti cambia tantissimo.

LB: È questo il motivo del successo crescente di pubblico in questi 15 anni?

GP: Le componenti sono tante, questa è una delle cose. Naturalmente c’è la difficoltà di portare le persone a vedere quello che fai e questa è un’altra componente importante. Alcune biblioteche 6 anni fa sono passate dalle 30-40 persone alle 100-150 a sera (adesso siamo a 300-350 a sera); alcuni bibliotecari rimpiangevano che era bello quando eravamo in pochi. C’è qualcosa che non va, ci deve essere un grande sforzo per portare la gente. In questo la libreria ha aiutato molto perché dalle 10-15 persone nei primi 2-3 anni, quando la libreria ha preso in mano il festival ha portato una parte del proprio pubblico arrivando a 30-35 persone. C’è anche un lavoro di comunicazione strategico, che va dall’ufficio stampa ai social. Però non esiste un segreto, se ci fosse sarei benestante perché lo venderei; è un’alchimia magica e forse irripetibile.

LB: L’obiettivo però non è solo fare tanta gente agli spettacoli…

GP: Alla fine i nostri spettacoli non sono un fine, ma un mezzo. Il nostro fine è la promozione della lettura.

LB: Cosa cambia quest’anno che andate in tv?

GP: La cosa che cambia di più è una delle cose su cui ho lavorato molto, il senso di appartenenza al festival, che è poi quello che più ci manca: l’idea di trovarsi la sera e parlare di cosa è piaciuto o no, un po’ alla Coppi e Bartali, questo mi è piaciuto e questo no… è molto pop, a me piace questo aggettivo. Quindi tra le scelte fatte, una è quella quest’anno di sacrificare la nostra idea di pubblico, di comunità.

LB: Pop è una parola che per te è fondamentale, fin dalla scelta dei libri.

GP: Poiché nasco libraio, la sensibilità ai libri rimane. Mi aiutano moltissimo le ricorrenze e l’attualità. Per esempio, quest’anno erano i 25 anni del massacro di Srebrenica e avremmo voluto fare una serata a tema, e anche una serata sulla Brexit.

LB: Invece alla fine avete messo in scena “Cambiare l’acqua ai fiori” con Lucilla Giagnoni. Sabato prossimo sarà la volta di una scoperta, Dolores Prato, e poi “La peste” di Camus.

GP: “Cambiare l’acqua ai fiori” è stato in cima alle classifiche. L’ho letto e ne ho trovato una storia che poteva andare bene per Fiato ai Libri. Il festival mi ha cambiato il modo di leggere i libri. Non riesco più a leggere un libro senza pensare se potrà o meno andare in scena. È cambiato anche il modo di gustarmi il libro: se penso che non possa andare in scena, il libro non mi piace e anzi mi innervosisco perché sto perdendo tempo.

LB: Cosa trovano grandi attori come Lucilla Giagnoni, Maria Paiato o Massimo Popolizio in un format del genere?

GP: Quelli che non ci conoscono una sorpresa, sempre. Una vaga diffidenza, con senso un po’ di distacco e poi una grande sorpresa. Non sempre riesco a trasmettere cosa è Fiato ai Libri. E quindi scatta la sorpresa, che a volte diventa un feeling, come con la Paiato e la Giagnoni per esempio. Con altri rimane un rapporto più professionale, ma va bene, l’importante è che ci sia sintonia. Non è facile lavorare con gli attori grossi perché non sempre capiscono cosa vogliamo e allora magari lo spettacolo non è bellissimo come ci si aspettava.

LB: Non avete mai pensato di portare sul palco dei libri che non siano romanzi? Come la poesia o certi libri divulgativi di scienza.

GP: Da tanti anni ci pensiamo, soprattutto la seconda che hai detto. La poesia meno, nel senso che abbiamo fatto alcuni esperimenti. Un anno abbiamo portato le poesie della Beat Generation, perché Fiato ai Libri comunque racconta sempre storie. La divulgazione scientifica è una cosa a cui penso veramente tanto. Qualcosa di Oliver Sacks, perché lui racconta storie e riesce a fare un po’ di divulgazione scientifica. Ci arriveremo.

LB: Tornando un momento alla tv, chi ha fatto il primo passo?

GP: Io, sinceramente. Tieni conto che questa cosa è partita ai primi di maggio. Quindi eravamo ancora in lockdown ed eravamo in riunione. In rete vedevi un miliardo di letturine, presentazioni, cose in streaming e così via. E quella sembrava che potesse essere una strada, di fare tanti piccoli eventi in streaming però c’erano due cose per le quali io ero proprio contrario. Chiamare uno degli attori di Fiato ai Libri e chiedergli di fare una letturina di dieci minuti e mantenere quella possibilità di azione scenica che ti dà una lettura. La tv poteva essere una soluzione. Sono stato ispirato dal concerto che è stato fatto a Nembro con Trovesi e da lì ho proposto ai miei committenti, che sono le biblioteche e il sistema bibliotecario, di farlo in tv con quattro telecamere, un impianto fonico, una regia, le luci, qualcosa di molto professionale.

LB: Durante la nostra chiacchierata hai ribadito più volte di essere un libraio. Non posso tralasciare di chiederti come sta la lettura in Italia…

GP: Solo il 30-40% degli italiani legge ancora. Se vai al Festivaletteratura di Mantova sembra che ci sia il mondo. Invece no, semplicemente sono tutti lì. Per quanto riguarda la lettura l’Italia sta malissimo. Lo dicono sia i dati di vendita che quelli di lettura. Per formazione sono uno statistico, ho studiato scienze politiche e metodi quantitativi per la ricerca sociale. Se tu vedi tutti gli anni la pubblicazione dell’Istat sul tempo speso nel tempo libero vedi che la lettura è veramente precipitata, quindi la lettura in Italia sta molto male. La mia esperienza è una costante lotta tra video, Netflix e libri perché io lotto per tenere uno spazio di lettura nella mia giornata e questo sicuramente incide. L’ultimo libro che ho letto si intitola “Otto secondi” che dimostra come i tempi di lettura e di attenzione si stiano molto accorciando. È questa la situazione e la colpa è nostra, di adulti che non leggono. Le statistiche dicono che le persone tra gli 11 e i 14 anni sono i migliori lettori d’Italia, a dispetto di quello che tutti pensano. Anche nelle librerie è la fascia di libri più venduta. Ma spesso i progetti di promozione alla lettura vengono gestiti da chi non fa quel mestiere li. Non c’è pensiero, strategia e formazione. E questo è un grande problema, perché si usano male le risorse.

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(grazie a Laura Fumagalli e Alberto Amadini per la collaborazione)

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