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Il confine sfumato tra “Santi, balordi e poveri cristi”

Intervista. Uno spettacolo di narrazione e musica che attinge alla tradizione popolare. Il 2 agosto per A levar l’ombra da terra

Lettura 6 min.

Si chiama “Santi, balordi e poveri cristi” ed è uno spettacolo di e con Flavia Ripa e Giulia Angeloni che andrà in scena venerdì 2 agosto alle 21.30 a Lurano nel cortile Borgo San Lino per la rassegna A levar l’ombra da terra (ingresso libero, in caso di pioggia si terrà nell’auditorium comunale Borgo San Lino).

Banja e Sherazade sono due donne, due cantastorie che vivono e lavorano in un circo e scrivono tutte le sere storie per il pubblico che affolla il tendone. Stufe però della loro vita con i fenomeni da baraccone, decidono di fuggire per cercare la verità della realtà fuori da quel luogo, per trovare nuove storie, nuove ispirazioni, nuova umanità, e vagano per il mondo alla ricerca della parola “normalità”, che al circo è un po’ un tabù.
Tutte le storie che raccoglieranno e tutti i personaggi che incontreranno, però, si riveleranno ancora più bizzarri e strampalati della realtà da circo da cui erano fuggite. Attraverso questi racconti, le due cantastorie tenteranno di cantare quello che della realtà hanno imparato.

“Tutto viene narrato con leggerezza, ironia, senza il minimo intento di insegnare o mostrare qualcosa– spiega Ripa – Non c’è giudizio, c’è solo osservazione di questa dinamica che possiamo vedere bene anche oggi. Se c’è qualcosa che lo spettacolo afferma è che la normalità non esiste”. Saranno narrati personaggi “più sgarrupati” delle stesse protagoniste “in un susseguirsi di racconti in vario stile – prosegue – con un utilizzo importante della musica sia nel senso più puro, cioè di accompagnamento musicale, sia come musicalità della parola per mezzo della rima e del dialetto.

Aggiunge Angeloni: “Il pubblico vedrà sul palco due valigie di cartone, strumenti musicali e carabattole, un pianofortino a coda delle dimensioni di un lillipuziano. Ma più che altro vedranno, speriamo, i luoghi e i personaggi dei nostri racconti, anche se in scena concretamente non ci saranno: osterie, cattedrali, celle, campagne, la Roma degli anni ‘50 e persino l’inferno. Ma certe sere anche il paradiso!”

Spettacolo nato nel 2014 e con un centinaio di repliche all’attivo, unisce affabulazione e musica. Ispirato a motivi tratti dalla tradizione popolare, per lo più italiana, “Santi, balordi e poveri cristi” è composto da racconti, fiabe, cantate, in una cornice che richiama la tradizione del teatro dei giullari e dei cantastorie. Una proposta che sul palco “cambia spessissimo. La sua forma più compiuta è arrivata nel 2015 – continua Ripa – Dopo varie performance abbiamo testato il materiale e lo abbiamo consolidato. Ci sono sempre delle parti che potremmo definire site-specific che ci piace modificare in base al luogo che ci ospita. Cerchiamo, insomma, di tenerlo vivo e spesso quindi sentiamo il bisogno di cambiare qualcosa alla luce di come siamo cambiate noi. Ma il nucleo narrativo è rimasto pressappoco lo stesso”.

M.V. - Ma chi sono i santi, i balordi e i poveri cristi?

G.A. - Nel nostro spettacolo il confine tra santo, balordo e povero cristo è molto sfumato. Quella di cui parliamo è un’umanità irrisolta, ai margini, in perenne conflitto tra desiderio di appartenenza e impossibilità di stare dentro ai confini di quanto è ritenuto socialmente accettabile. I personaggi che raccontiamo sono dei nati sbagliati, dei rifiutati, dei poveri cristi per cui non c’è posto al mondo al di fuori di un circo o di una corte di balordi.

M.V. - Insomma c’è una sorta di ambiguità…

G.A. - L’ambiguità dei nostri personaggi è quella dell’essere umano, in cui le contraddizioni convivono. Tante volte ci affanniamo nel cercare di definire se chi abbiamo davanti è “o questo o quello”, ma forse sarebbe solo più onesto accettare che si possa essere contemporaneamente “e questo e quello”. La compresenza di elementi contraddittori, di conflitti, di inquietudini, ha a che vedere con le fragilità, le ferite, i limiti, in qualche modo con ciò che abbiamo di più umano e proprio come esseri umani ci caratterizza. Questo è valido sempre, ieri come oggi.

F.R. - Questa ambiguità l’abbiamo ricavata anche da molti racconti di origine popolare italiana dove spesso Gesù riserva a Pietro degli scherzi macabri, ormai stanco di essere colui che è tenuto sempre a perdonare e a fare miracoli, che diamo per scontato sia buono. Non esiste nella realtà, così come nelle storie anche fantastiche, una cosa o situazione o personaggio che sia solo un aspetto. Nella realtà coesistono sempre matrici opposte, che non si manifestano sempre allo stesso momento, ma non per questo si escludono. Il nostro intento è quello di parlare di una diversità o di una non appartenenza che forse anche personalmente ci appartiene e che vorremmo sia protagonista, una questione sempre attuale.

M.V. - Avete scelto la forma della narrazione e la figura dei cantastorie.

G.A. - Amo il teatro popolare e di narrazione. Ho sempre avuto una gran fame di storie e ad ascoltare qualcuno che racconta vengo “presa d’incanto”, come dice Omero quando parla dei cantori. La narrazione ha tantissime forme e ne amo molte, ma questa immediata, primitiva, in cui qualcuno racconta a qualcun altro, senza bisogno di nulla più se non il corpo, la voce e le immagini che evoca è per me ancora una delle più potenti e affascinanti.

M.V. - Secondo te come mai?

G.A. - Perché richiede a chi guarda un’attività immaginativa forte, il narratore evoca, offre una parte per il tutto ma poi è lo spettatore a costruire il restante attorno. Ecco perché mi sembra che in questo tipo di teatro ci sia un legame particolarmente forte con il pubblico, perché si condivide un’esperienza, come fare un viaggio insieme. E questa condivisione non è scontata, è una delle esperienze che sia da attrice che da spettatrice mi restituisce di più. E poi il racconto orale cerca la semplicità, nel senso più alto del termine; è paratattico, parla per immagini. È una forma che può essere estremamente popolare – forse tra le più popolari che l’essere umano conosca, da sempre – e allo stesso tempo restare nobile, ricca, universale.

M.V. - Anche la musica e le canzoni sono parte fondamentale dello spettacolo.

G.A. - Flavia è anche una musicista, io amo cantare, è stato naturale. Nella scelta di scrivere un racconto interamente in musica in effetti avevo in mente un’ispirazione, si tratta di uno spettacolo bellissimo di racconto tutto in musica: “La ballata dei Poveri Cristi” di Cristian Ceresoli, Antonio Pizzicato, Silvia Gallerano e Gianluca Casadei. Nel periodo in cui lo vidi avevo svolto un lavoro sul “Mistero Buffo” di Dario Fo, spettacolo che ho nel cuore da quando avevo sedici anni, e quell’esperienza mi ha certamente influenzata nella costruzione di “Santi, Balordi e Poveri Cristi”.

F.R. - I pezzi musicali nascono da noi, la “Canzone di Melo” è un lavoro di scrittura in rima e musica in tandem e nasce dalle nostre suggestioni musicali e drammaturgiche. I nostri riferimenti sono stati Vinicio Capossela, il blues, il bebop. Altri pezzi arrivano invece della tradizione popolare: uno è uno stornello che mi cantava mia madre da piccola quando mi raccontava la storia di una volpe che si prende gioco di tutti “Tumb e tumben u rutt Port u sen”, e dice parafrasando “Din don quello ammalato si carica sulle spalle quello sano”. L’altro è un pezzo popolare che si chiama “A Curuna”, pezzo in siciliano più famoso nella versione di Rosa Balistreri. E poi c’è un pezzo che è una vera cover: “I pagliacci” di Vinicio Capossela, che quando abbiamo ascoltato sembrava parlasse in modo poetico e magico di quello che era il fil rouge di tutto il nostro lavoro: non ci resta che andare avanti con lo spettacolo qualsiasi cosa accada anche di brutto, perché questo è il destino dei pagliacci e anche di Banja e Sherazade. E quindi ridetevela voi.

M.V. - Le storie che raccontate hanno in comune il tema della non appartenenza.

G.A. - Calvino scrive che le fiabe “Sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e una donna”. E i destini che più hanno mosso la nostra necessità di raccontare sono stati quelli dei freaks, dei mostri, di quei personaggi costantemente fuori luogo, ma incapaci di rinunciare al desiderio di trovarne uno. Probabilmente perché parlano a quella parte di noi sospesa tra bisogno d’accettazione e necessità di rimanere fedeli a se stessi, con i compromessi e le rinunce che ne derivano, che ci fa sentire la nota stonata del coro, ma al contempo ci fa ribellare alla necessità di rientrare nei ranghi.

M.V. - Quali sono le fonti?

G.A. - Per i nostri racconti abbiamo attinto da diverse fonti: le fiabe di tradizione orale italiana, attraverso il lavoro e le raccolte di diversi autori ed etnologi come Giorgio Zorzut, Luigi Zanazzo e Giuseppe Pitré e soprattutto l’enorme lavoro di Italo Calvino, e alcune fiabe d’autore come la storia di Mastro Melo, ispirata a “Il ragazzo a due teste” di Emma Perodi e la storia delle tre vecchie presente ne “Lu cunto de li cunti” di Giambattista Basile e ne “Le fiabe Italiane” di Calvino, nella variante veneziana, principale base della nostra riscrittura. Questo materiale lo abbiamo lungamente rielaborato, in modo molto libero, riscrivendo anche in versi e in rima. Abbiamo lasciato da parte qualsiasi pretesa filologica e riguardo le storie originali abbiamo conservato la struttura e quello che sentivamo essere il senso.

M.V. - Narrate anche in dialetto, ricco di sonorità e capacità evocativa.

G.A. - Molte delle riscritture sono state fatte in romanesco e pugliese in quanto io sono romana e Flavia è della provincia di Taranto, perché è il dialetto la lingua madre della fiaba, che non nasce per essere letta, ma è letteratura parlata.

F.R. - Le fiabe scelte hanno rappresentato per noi una traccia, un movimento che poi abbiamo ritrascritto in libertà. Questo significa che abbiamo fatto un lavoro drammaturgico personale in ogni storia e portato dentro i mondi che conosciamo meglio. Ad esempio io faccio un racconto in un linguaggio che è la somma di vari dialetti pugliesi. La scelta era fondamentale sia per una questione musicale, che per una gestione del contenuto. Far parlare Gesù in barese e dare a lui dei contenuti che conosciamo dal Vangelo o la Bibbia è un modo di avvicinare questa figura a quella umana, fallibile, desiderosa d’amore e che si avvicina a questioni più comuni.

M.V. - Avete spiegato chi sono i “Santi, balordi e poveri cristi” del vostro spettacolo. E oggi?

G.A. - Se dovessi fare una riflessione sul momento che stiamo vivendo mi pare che proprio questa umanità ultimamente la stiamo negando. E se dovessi dire chi sono i santi, balordi e poveri cristi oggi, mi verrebbe da dire che è un momento in cui alle sfumature è difficile guardare. Si stanno normalizzando pensieri e azioni che sono talmente balorde, nel senso peggiore del termine, che quasi sembrerebbero banali e poco interessanti se non fosse che malauguratamente sono vere.

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