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Italiani nel Ticino: un tassello di storia del nostro paese, di emigrazione e di accoglienza (a singhiozzo)

Articolo. Una commedia nera sulle contraddizioni sociali del territorio comasco, tra una popolazione transfrontaliera rifiutata dagli svizzeri e le polemiche sulle recenti “ondate migratorie”. In «Così lontano, così Ticino», Marranchelli e Panzeri mettono la lente su una situazione territoriale che parla di tutti noi. Sabato 2 aprile alle 21 al Cineteatro di Colognola

Lettura 4 min.
Davide Marranchelli e Stefano Panzeri

Il nostro ricco Nord, dove tutto sembra prosperare senza intoppi. È quest’idea che il regista e attore comasco Davide Marranchelli vuole mettere in discussione con «Così lontano, così Ticino», un lavoro teatrale nato dal desiderio di portare a teatro i conflitti del proprio territorio. Lo spettacolo andrà in scena sabato 2 aprile al Cineteatro di Colognola, nell’ambito della stagione INteatro 2022.

«Qui noi stiamo bene, va tutto bene, è tutto giusto», così commenta la genesi del testo Marranchelli, durante un’intervista di gennaio scorso per Ciao Como Radio. «Cercavo qualcosa che parlasse di noi e mi sono reso conto che la vicinanza con la Svizzera è una cosa che ci caratterizza moltissimo. […] 50.000 persone emigrano ogni giorno e tornano a casa la sera, per lavoro. Inizialmente volevo creare un cabaret, ma poi, studiando e facendo alcune ricerche, ho scoperto delle storie importanti, anche drammatiche».

In particolare quella dei “Versteckte Kinder”, ovvero dei “bambini negli armadi”: 30.000 bambini italiani, figli di lavoratori transfrontalieri che, dagli anni ’60 agli anni ’90, hanno vissuto nascosti nelle case perché, non essendo previsto dalla legge svizzera il ricongiungimento familiare, erano clandestini, quindi inesistenti. Altri vivevano da finti orfani in istituti vicino al confine, coi genitori che li andavano a trovare una volta ogni due settimane. «Così lontano, così Ticino» vede in scena proprio due di questi bambini che, una volta diventati adulti, affrontano le conseguenze della loro infanzia da esclusi, lottando tra frustrazione e desiderio di rivalsa.

«Lo spettacolo ha debuttato nel 2018 al teatro San Teodoro di Cantù, dopo una residenza, e in questi anni abbiamo fatto alcune repliche, in modo ovviamente intermittente a causa del Covid», racconta Stefano Panzeri, attore lecchese co-protagonista dello spettacolo insieme a Marranchelli. «Finora da parte del pubblico in sala abbiamo avuto una grande conferma: molte persone si ritrovano in queste storie, personalmente o attraverso il vissuto di amici, conoscenti, familiari. Io e Davide abbiamo deciso di prenderci dei momenti di dialogo insieme al pubblico dopo lo spettacolo, a caldo, per raccogliere le prime impressioni. È stato un bell’impatto. Alcune persone a noi particolarmente vicine hanno fatto addirittura un’opera di ricostruzione della propria storia familiare. Per molti è stata una forma di riconoscimento».

Soprattutto nella seconda metà del ‘900 i lavoratori italiani, così come gli spagnoli e i portoghesi, hanno contribuito allo sviluppo infrastrutturale ed economico della Svizzera e ancora oggi sono tra i 50.000 e i 60.000 gli italiani che ogni giorno varcano il confine per lavoro. Come ogni paese che ha costruito la sua ricchezza anche grazie al lavoro a basso costo di emigranti, la Svizzera ha sviluppato un rapporto decisamente controverso coi suoi lavoratori stagionali, in bilico tra il bisogno di manodopera e la paura dell’invasione. Con strascichi fino ai giorni nostri: risale al 1991 la legge che consente ai figli dei lavoratori stranieri l’accesso alle scuole pubbliche, e al 2002 l’abolizione ufficiale dello statuto di «lavoratore stagionale».

Vicende talmente attuali che quasi non si possono definire storia, ma hanno il carattere spinoso delle questioni presenti, in grado di infiammare gli animi in modo repentino.

«Così lontano, così Ticino», d’altra parte, è anche il titolo dato a un servizio di Agorà , trasmissione della Rai, andato in onda a settembre 2016, poche settimane prima del referendum proposto dall’Udc, Unione di centro (il partito svizzero di destra), che invitava i ticinesi a votare a favore o contro «Prima i nostri!», una proposta di legge per consentire ai datori di lavoro di preferire l’assunzione di ticinesi rispetto agli italiani. Nel servizio, la giornalista interpella cittadini ticinesi per le strade, entrando nei bar. Guardandolo, si prova un inquietante déjà vu: slogan politici, frustrazioni popolari, opinionismo spicciolo in TV ci ricordano chiaramente qualcosa.

Nel frattempo il referendum ha avuto il suo risultato, oggi la proposta di legge sulla “preferenza indigena” è realtà e polemiche e provocazioni sono all’ordine del giorno, in Ticino. «Le iniziative politiche o popolari contro gli italiani sfiorano il parossismo: sono state avanzate proposte sull’idea di far pagare agli italiani una tassa sul consumo dell’asfalto, ad esempio; a Como prende la TV svizzera, quindi le notizie arrivano in diretta, sono cosa di tutti i giorni», spiega Panzeri.

Italiani nel Ticino
(Foto Collaboratore Eppen)

Infatti, l’accoglienza dello spettacolo in Svizzera è stata ben diversa rispetto a quella avuta in Italia. «Per ora abbiamo fatto un paio di repliche. Ci è apparso in modo chiaro che abbiamo aperto un capitolo di storia che non è del tutto noto ai ticinesi e, a dirla tutta, nemmeno particolarmente gradito», continua Panzeri. «Ho temuto che le persone reagissero molto male. D’altra parte, i due personaggi in scena sono molto incazzati, esasperati dal senso di rifiuto e alla ricerca di una vendetta nei confronti di un paese che li ha sempre disprezzati, pur avendo bisogno di loro e in qualche modo accogliendoli».

Il tutto sotto la lente di una commedia nera, giocata sull’eccesso: «La chiave di lettura è decisamente grottesca, completamente risibile, con la svolta drammatica sempre dietro l’angolo», continua Panzeri. Il gesto estremo dei due personaggi è un rapimento: quello di Mina, illustre italiana residente a Lugano, nuova Gioconda da riportare in Italia. «La scelta del soggetto-oggetto della rivalsa è ricaduta su una figura come Mina: un emblema universale che diventa il simbolo di un atto iconoclastico, un grido nel buio. I due personaggi cercano un momento di visibilità assoluta, anche se effimera», spiega ancora Panzeri.

Sono gesti che siamo abituati a vedere in televisione o nei social e, facilmente, condannare o biasimare: accoltellamenti in piazza, omicidi, suicidi, da parte di persone che non hanno nulla da perdere. Ma anche gesti meno drammatici ma comunque eclatanti, modi per rivoltarsi contro il sistema, sperando di attirare l’attenzione. «Come si fa a essere qualcuno e ad avere un proprio posto nel mondo, quando quest’ultimo fa fatica a sopportarci? Forse la violenza, declinata in tutte le forme di terrorismo narrate negli ultimi anni in Europa, nasce proprio da questa intima frustrazione; e dopo, solo dopo viene legittimata da altro: politica, religione, ideologia», riflette Marranchelli in un articolo.

Mina

Ed è chiaro che tutto questo ci riguarda. Mentre a Como la cultura transfrontaliera è un fattore sociale e culturale, oltre che geografico, altrove le vicende dello spettacolo vengono percepite in modo diverso. «Abbiamo portato lo spettacolo in Toscana e il pubblico ha colto una generale metafora della situazione migratoria in Italia», aggiunge Panzeri.

Ci riguarda in tutti i suoi aspetti: non solo nella gestione dei flussi di migranti, che, con la loro presenza come “fenomeno”, ci interrogano sul modo in cui possiamo o non possiamo cambiare il destino di popolazioni più sfortunate; ma anche, ovviamente, sul dopo, sul modo in cui la tanto discussa “integrazione” si sviluppa, tesse e disfa sotto forma della composizione dei nostri quartieri e delle nostre città, o dei tessuti lavorativi di nuovissimi poveri.

Soprattutto, ci riguarda nel grande tema delle “seconde generazioni”, cittadini-non cittadini destinati a forti crisi identitarie e animati da risentimenti assimilati ancor prima di nascere e rimasticati all’interno di nuclei familiari, gruppi di amici, scuole. Proprio come i sentimenti parossistici che scuotono i due protagonisti di «Così lontano, così Ticino»: sono svizzeri, a tutti gli effetti, eppure odiano il paese che li ha accolti. Si fa presto a parlare di ingratitudine.

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