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Margherita Antonelli, l’amore assoluto per Gesù “Secondo Orfea”

Articolo. L’attrice comica, già a Zelig, fa ridere e commuovere con la storia di una vicina di casa di Maria, Giuseppe e del loro bambino “strano”. Di cui la donna si prende cura con affetto, scoprendo che è il figlio di Dio. Venerdì 24 e sabato 25 luglio a Mapello e Presezzo per deSidera

Lettura 4 min.

M argherita Antonelli è una di quelle donne meravigliosamente energiche con le quali è possibile trovare un punto di armonia immediato. Sarà il linguaggio privo di retorica, diretto e sincero, sarà l’inflessione accogliente della voce, o quell’attitudine innata a strappare una risata. L’abbiamo conosciuta circa vent’anni fa in veste esclusivamente comica a Zelig, quando portava i panni della signora Sofia, addetta alle pulizie dall’ingenua simpatia. Per ritrovarla, poi, in diverse produzioni cinematografiche e televisive.

Oggi, diversi anni dopo, la incontriamo sui palcoscenici di tutta Italia in una nuova veste sì ironica, ma anche commovente. Il suo monologo “Secondo Orfea, quando l’amore fa miracoli” (scritto e interpretato da lei stessa, con la regia di Marco Amato), in sette anni ha superato le centoquaranta repliche. Lo spettacolo, vincitore del premio Teatro del Sacro nel 2013, torna a Bergamo per la rassegna deSidera Teatro Festival, quest’anno intitolata ViviAmaDesidera. Gli appuntamenti sono venerdì 24 luglio (ore 21.15) a Pedrengo (piazza Europa Unita) e sabato 25 luglio al Santuario della Madonna di Prada di Mapello. Prenotazione online su eventbrite.it (link per Pedrengo, link per Mapello); prenotazione telefonica c/o Biblioteca di Mapello 035 4652559.

“Secondo Orfea” è una storia d’amore semplice, genuino, sincero, dove l’affezione non cresce dettata dai ruoli, ma nella spontaneità più autentica. È anche una storia tutta al femminile. Il monologo racconta la straordinarietà dei fatti del Vangelo da una prospettiva completamente nuova. Lo sguardo di Orfea ci accompagna nella quotidianità della vita nell’anno zero. La narrazione e l’ambientazione ordinarie favoriscono un’immediata empatia nei confronti del personaggio: “Orfea – spiega Margherita Antonelli – è la moglie di un centurione romano rimasta vedova, è bloccata a Nazareth e non sa come tornare in Italia. Un giorno si vede arrivare come vicini di casa questi due: Giuseppe e Maria, lei è incinta e lui fa il falegname. Quando partorisce, Maria è molto giovane, così Orfea decide di prendersi cura di tutta la famiglia. Insomma, un po’ come quelle madri napoletane che ti organizzano la vita, una certezza”.

Viene spontaneo chiedersi come si passi da personaggi esclusivamente comici come quello di Sofia e gli altri interpretati da Margherita Antonelli, al tema della sacralità, centrale in questo spettacolo. “Qualcosa che le accomuna c’è veramente: sono due personaggi molto amorevoli e genuini, la differenza sta nel dell’incontro con Gesù, con la Chiesa. Orfea potrebbe essere una Sofia dell’anno zero, entrambe si contraddistinguono per umanità. Del resto, anche questo spettacolo ha i suoi momenti di marcata comicità.”

La trama ci riporta alle vicende della Sacra famiglia, raccontate da una donna rimasta sola. I giovani sposi coinvolgono la vicina nel vortice che sarà la vita del loro bimbo, del quale Orfea si prende cura quando la madre è affaccendata nel quotidiano. Si instaura fra Orfea e il bambino un rapporto di profondo amore, dove la vita di Gesù è guardata con amorevolezza e buon senso da una donna semplice e forte che assiste alla crescita di questo Dio-Bambino. Con la curiosità, la dolcezza, la fermezza di molte madri che vorrebbero il meglio per il loro figlio. E difatti, con cipiglio sempre esuberante lei difenderà, sosterrà, criticherà e si addolorerà al seguito di questo ragazzo, il suo Gesù, come una madre attenta e amorevole. Lo ascolterà sulla montagna, lo difenderà da chi lo vuole denunciare, lo accudirà alla morte, e si rallegrerà di questo Dio che mantiene le promesse sino alla Resurrezione.

Quella di “Secondo Orfea” è una visione del racconto evangelico teneramente riletto da una donna semplice e concreta, come dovrebbe essere la fede, quella fede in un Dio fattosi bimbo, ragazzo, adolescente e adulto. Una fede fatta di cibo preparato con cura, di acqua presa alla fontana, di rimproveri benevoli, di lunghi cammini per ascoltare Gesù, di discussioni con gli scribi, e di domande profonde. Il tutto per sostenere e difendere questo ragazzo “strano”.

Verrebbe naturale associare Orfea ad una madre, ma forse più che di maternità, questo personaggio ci parla di amore in senso assoluto. Quell’amore che non si fa intimorire nemmeno di fronte ad una figura tanto imponente come quella di Gesù, che Orfea continuerà a trattare come un uomo, anche quando capirà di avere a che fare con il figlio di Dio. Il loro è un legame d’affetto, che porterà lei a dover affrontare anche il dolore della perdita e della mancanza, elaborati attraverso la preghiera.

Così non è soltanto Orfea ad aver sviluppato un rapporto con Gesù, ma anche il contrario: “Lo spettacolo mette a nudo temi che noi cattolici diamo per scontato: come gli apostoli, tutti personaggi maschili e con caratteristiche apparentemente poco rassicuranti agli occhi di una figura protettiva come quella di Orfea. La chiave per dare voce ad Orfea è stata l’umanità, lei è un personaggio autentico, a cui non è stato rivelato nulla. Tra il vero Dio e il vero uomo, lei conosce e si occupa del vero uomo. Anche quando con il tempo scoprirà che questo bambino è qualcosa di molto più importante, lei continuerà a guardarlo come un bambino, facendosi sorprendere giorno per giorno”.

Difficile trascurare l’aspetto femminile, conosciamo i fatti del Vangelo attraverso narratori esclusivamente maschili, sebbene le donne siano largamente presenti nelle Sacre scritture. Tramite il rapporto con Orfea, ci viene data l’occasione di conoscere Maria e le altre donne da un’angolatura insolita, a cui non siamo abituati. “ Le figure femminili presenti nel Vangelo vengono sempre trattate con grande rispetto da Gesù. Non esistono momenti di rabbia nei confronti di una donna, poiché hanno la caratteristica di essere rivelatrici. Sono loro ad aver permesso a Gesù di riconoscere la Sua importanza sulla terra”.

Maria però nelle scritture piange spesso: “È vero, Maria viene descritta spesso in pianto, così automaticamente la si potrebbe identificare come una donna debole, remissiva, ma non è così. Al contrario, io credo che il suo pianto sia forza. Piangere significa essere presenti al proprio dolore e Maria lo è. È spaventata perché ha piena consapevolezza di quello che le è stato rivelato e non sa decifrarne l’esito, ma non rinuncia mai al suo ruolo”.

Al fianco di Maria, un po’ balia d’altri tempi, un po’ amica, Orfea si fa confidente e supporto morale, intervenendo anche con il rimprovero quando necessario. “Ho voluto contestualizzare alcune situazioni dove è lei a richiamare Gesù, raccomando di mantenere un profilo più basso, anche verso i sacerdoti. Se Maria ‘serbava in cuor suo’, Orfea non serba proprio niente e non le manda a dire. Vive giorno per giorno e tratta Gesù in un rapporto tra pari”.

“Secondo Orfea” è uno spettacolo che ci riporta all’essenza dell’affetto incondizionato nelle relazioni, della fede intesa come sentimento ancestrale e innato. La spiccata sensibilità di questo lavoro vive di fragilità e forza, un’ambivalenza che accomuna ciascuno e che si fa più sentita di fronte a tutto ciò che è sconosciuto e imprevedibile.

Insieme a Margherita Antonelli e alla sua Orfea, lo spettatore si commuove e ride, lasciandosi trasportare dal racconto. Ci fa piacere credere che possa essere esistito un personaggio concreto come quello di Orfea, una sorta di “prima discepola” di Gesù, non del tutto consapevole e per questo assolutamente spontanea. Molto simile ad una zia premurosa, ad un’amica responsabile, in cui ad essere straordinaria è quell’unicità propria di ogni essere umano. Forse Orfea potrebbe essere tutti noi, se fossimo stati a Nazareth nell’anno zero.

Sito deSidera Teatro Festival

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