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Marta Cuscunà: una storia di resistenza, femminismo, burattini e un pupazzo

Intervista. Premio Scenario per Ustica 2009, “È bello vivere liberi!” si ispira alla storia della partigiana diciassettenne Ondina Peteani, che partecipò alla lotta antifascista nella Venezia Giulia, mossa da un irrefrenabile bisogno di libertà e incapace di restare a guardare, cosciente e determinata ad agire per cambiare il proprio Paese

Lettura 5 min.
Marta Cuscunà in È bello vivere liberi (Marco Caselli Nirmal)

Si intitola “Appuntamento con la Storia la nuova sezione della Stagione di Prosa e Altri Percorsi della Fondazione Teatro Donizetti: la Direttrice Artistica Maria Grazia Panigada l’ha ideata per raccontare “momenti della storia d’Italia che ancora oggi pongono domande, mettendo al centro i temi del potere, della democrazia e della giustizia”. Il primo dei tre titoli, “È bello vivere liberi!”, di e con Marta Cuscunà, sarà in scena al Teatro Sociale giovedì 27 (ore 20.30) e venerdì 28 gennaio (ore 10.30, matinée): lo spettacolo, inserito anche nella rassegna Altri Percorsi, ha per sottotitolo “Un progetto di teatro civile per un’attrice, cinque burattini e un pupazzo” ed è ispirato alla biografia di Ondina Peteani, prima staffetta partigiana deportata ad Auschwitz.

Al termine di entrambe le rappresentazioni è previsto un incontro, organizzato in collaborazione con ANPI Bergamo, con la partecipazione della stessa Marta Cuscunà, di Gianni Peteani, figlio di Ondina, e di Anna Di Gianantonio, autrice del libro da cui è tratto lo spettacolo; modera Maria Grazia Panigada. Inoltre, dal 25 al 30 gennaio, nel Ridotto del Teatro Sociale, verrà allestita la mostra sulla Resistenza a cura di Isrec Bergamo dal titolo “È l’idea che fa il coraggio: storie di donne di resistenza in bergamasca” (a questo link tutti gli appuntamenti a Bergamo per il Giorno della Memoria).

(Foto Luigi De Frenza Arna Meccanica)

Marta Cuscunà è nata a Monfalcone. Il suo percorso formativo inizia con “Prima del Teatro: Scuola Europea per l’Arte dell’Attore”, dove incontra alcuni grandi maestri del teatro contemporaneo, da Joan Baixas a José Sanchis Sinisterra, a Christian Burgess e molti altri. Nel 2006 debutta in Spagna in “Merma Neverdies”, spettacolo con pupazzi di Joan Mirò e regia di Joan Baixas, prodotto da Elsinor-Barcellona in esclusiva per la Tate Modern Gallery di Londra. Nel 2007 va in scena con “Indemoniate”, spettacolo di Giuliana Musso e Carlo Tolazzi, regia di Massimo Somaglino. Nel maggio del 2009 torna a lavorare in Spagna nello spettacolo “Zoé, inocencia criminal”, produzione della Compañía Teatre de la Claca di Barcellona. Nel giugno del 2009 debutta con “È bello vivere liberi!” e nel 2011, grazie ad una borsa di studio, partecipa a un progetto inedito per attori e musicisti della Guildhall School of Music and Drama di Londra.

Nel 2012 realizza il suo secondo progetto inedito “La semplicità ingannata. Satira per attrice e pupazze sul lusso d’esser donne”. Nel 2014 debutta con “Wonder Woman”, reading scritto e interpretato insieme a Giuliana Musso e Antonella Questa, partendo dall’inchiesta di Silvia Sacchi e Luisa Pronzato, giornaliste del Corriere della Sera, che esplora il tema dell’indipendenza economica femminile. Nel 2015 debutta con “Sorry, boys”, terzo spettacolo inedito della trilogia sulle Resistenze femminili. Marta Cuscunà ha vinto i diversi premi: Premio Scenario per Ustica (2009), Premio Last seen per il miglior spettacolo dell’anno (2012), Premio Città Impresa (2013), Premio Franco Enriquez (2013), Premio Rete Critica (2017), Premio della Critica – ANCT (2018), Premio Hystrio – Altre Muse (2019). È inoltre risultata finalista a più edizioni del Premio Ubu.

(Foto Marco Caselli Nirmal)

CD: Raccontaci come ti sei avvicinata a questa storia e la genesi dello spettacolo.

MC: Si tratta del primo spettacolo che ho interamente scritto e interpretato da sola. A tutti gli effetti ha segnato l’inizio del mio percorso e probabilmente così è stato proprio perché mossa dall’urgenza di raccontare questa vicenda. Avendo avuto una formazione da attrice, nel 2009 ho cercato qualcuno che potesse scrivere la drammaturgia per me, non avendo trovato nessuno disposto a farlo, ho colto l’occasione per scriverla io stessa. Ciò che mi ha attratto della storia di Ondina è stata la scoperta di una ragazza che a soli diciassette anni si rese conto di essere fondamentale per battere la dittatura e cambiare il Paese. Un modo di vedere sé stessa e l’impegno civile totalmente diverso da quello che io sperimentavo nella mia quotidianità, con i miei coetanei: avevamo completamente abbandonato l’idea di poter influire sulla Storia.

CD: I libri scolastici ci raccontano una resistenza composta soprattutto da maschi, ma ora sappiamo che non fu così. Il ruolo di molte donne partigiane come Ondina è stato ugualmente attivo e determinante per il corso degli eventi.

MC: Ho trovato in questa storia i primi segni del femminismo, tramite l’idea che per abbattere una dittatura fosse necessario rivedere il ruolo delle donne nella società. Mi ha sorpreso trovare le risposte che mi erano mancate nei libri scolastici e nelle cerimonie istituzionali, ovvero il motivo che ha spinto quei ragazzi e quelle ragazze ad affrontare il freddo, la violenza e la deportazione per difendere un ideale. Nella biografia di Ondina emerge l’aspetto umano e personale di quella scelta, mossa da una felicità e un entusiasmo irripetibili, capaci di sopportare l’orrore. Trovo che sia un messaggio importante per la mia generazione (lei è del 1982, ndr), che da un lato spesso si è risparmiata la fatica dell’impegno civile, dall’altro ha rinunciato a quella felicità che ne deriva.

CD: Un monologo arricchito da testimonianze, come si inserisce il teatro di figura?

MC: C’erano dei fatti che non sapevo come raccontare, la stessa Ondina diceva che l’orrore vissuto è inimmaginabile se non sperimentato sulla propria pelle. Così mi sono chiesta come potevo io, con il mio corpo sano e dall’alto del mio privilegio, incarnare una vicenda tanto terrificante. È stata la stessa testimonianza a fornirmi una chiave di svolta: Ondina racconta di essere riuscita a sopravvivere alle barbarie del lager attraverso un meccanismo di sdoppiamento, cioè osservando quello che le accadeva come se fosse altro da lei, in un cinematografo. Questa immagine si è concretizzata sul palco attraverso l’uso di un pupazzo, la figura non umana mi ha permesso di agire in modo estremo e irrevocabile per rappresentare ciò che i deportati hanno vissuto sulla loro pelle. Il pupazzo permette quello che sull’attore sarebbe infattibile.

(Foto Luigi De Frenza Arna Meccanica)

CD: Come hai trovato un correlativo artigianale in grado di rappresentare le vicende della guerra? In altre parole come hai lavorato ai puppets?

MC: Ho collaborato con la scenografa Belinda De Vito, abbiamo deciso di recuperare – in special modo per il racconto dell’uccisione di una spia – le figure classiche del teatro dei burattini, ricontestualizzandole nel periodo della resistenza. Questo proprio perché, la stessa vicenda, veniva messa in scena dai partigiani nei paesini più isolati del Carso, per l’urgenza di informare sull’uccisione di una spia, ovvero uno scampato pericolo. Non avendo altri mezzi di comunicazione, venne utilizzato il teatro: il commissario politico del battaglione di Ondina scrisse un testo drammatico intitolato “La fine del traditore” e i partigiani giravano per il paese interpretato la scena. Essendo io sola in scena, ho optato per un riferimento al teatro popolare attraverso i burattini.

CD: È bello vivere liberi è la prima tappa del progetto sulle Resistenze femminili, tre spettacoli, tre storie di ribellione al patriarcato, i cui testi sono raccolti in un libro. Cosa ti ha spinto su questo tema?

MC: L’idea del progetto è nata dopo aver letto l’inchiesta “Il femminismo, che roba è?” della semiologa Giovanna Cosenza e del suo team di studenti, basata sui dati economici pubblicati da Eurostat e World Economic Forum. Il team ha pensato di porre a ragazzi e ragazze dell’ateneo bolognese una semplice domanda: “se ti dico femminismo o femminista, cosa ti viene in mente?”. Il primo dato che ne è emerso è che, per la maggior parte degli intervistati, il femminismo era roba vecchia, appartenente alle generazioni precedenti. Le cose sono sensibilmente migliorate negli ultimi anni, soprattutto per le fasce di età più giovani, ma se è vero che oggi le donne sono più libere che in passato di gestire in modo autonomo la propria vita, non significa che non siano più soggette alla discriminazione di genere, anzi. Anche per questo mi è sembrato di fondamentale importanza smantellare i pregiudizi e gli stereotipi raccontando esempi positivi di donne che hanno lottato per riscattare la condizione femminile.

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